Tre motivi per guardare The Last Dance anche se non si è appassionati di basket

Tre motivi per guardare The Last Dance anche se non si è appassionati di basket

Negli ultimi due mesi, è salito alla ribalta il documentario The Last Dance, prodotto da Netflix, riguardante l’ultima stagione di Michael Jordan ai Chicago Bulls nel 1998. Una serie che racconta tutta la vita di Jordan, divenuto un’icona trasversale rispetto allo sport, che ci porta a vivere la sua infanzia, la sua crescita fino a diventare il più forte di tutti, ma soprattutto che ci porta a vedere la genesi di un fenomeno di tali dimensioni. È un documentario che parla di basket? Sì. Devono vederlo solo gli appassionati di basket? No, assolutamente no. Abbiamo raccolto i tre motivi principali per cui chiunque dovrebbe vedere – e rivedere – The Last Dance.

Il racconto dell’uomo e della sua ambizione

Il protagonista di The Last Dance non è un giocatore di basket. È qualcosa di più. È un uomo, sicuramente baciato da un’entità superiore di un talento fuori dalla norma, che però incarna tutto quello che dovrebbero essere gli altri uomini. Talentuoso sì, ma anche ambizioso oltre ogni dove: ogni giorno, ogni partita, ogni ora per Michael Jordan rappresentano una sfida da vincere. Si potrà criticare questo atteggiamento, riferendosi a un egoismo innato, ma è difficile pensarla così: se ci si pone un obiettivo, lo si deve raggiungere con le proprie forze. Per farlo, Michael si inventa le sfide da solo: millanta una provocazione di un avversario (“Bella partita, Mike”) oppure il mancato saluto da parte dell’allenatore della squadra avversaria. Solo per avere le motivazioni necessarie a fare bene: disumano anche nell’umanità.

Anche un Dio è umano

Uno dei momenti più toccanti di tutta la serie è vedere la reazione di Mike al titolo del 1996. Black God è tornato, ha risposto a chi lo reputava finito, ha preso una squadra che non sembrava più in grado di vincere il titolo e l’ha portata ancora una volta sul tetto della NBA. In uno dei momenti in cui Jordan dimostra di non essere una persona normale ma un Dio del basket onnipotente, mostra tutta la sua fragilità e umanità, sdraiandosi a terra nello spogliatoio e piangendo, con il pallone della partita in mano, come se il titolo non esistesse. Jordan ci dimostra quanto la felicità – e, probabilmente, la vita stessa – siano effimere: si può essere sul tetto del mondo, ma se mancano le fondamenta (il padre che lo aveva accompagnato per tutta la vita) si cade in un buco nero.

L’insegnamento di The Last Dance: cosa significa essere un leader?

Essere un team leader rientra in quelle doti che, nel gergo odierno, vengono definite soft skills. Chiunque voglia capire come si fa a diventarlo, ma soprattutto come si comporta un team leader, deve guardare The Last Dance. La storia di Michael Jordan ai Bulls ci presenta un uomo che vuole vincere, ma per farlo non passa dall’essere una persona puramente ed esclusivamente egocentrica, ma dal miglioramento complessivo dei compagni. Tutti i suoi comportamenti hanno un unico fine: deve uscire fuori il meglio da chiunque sia vicino a lui. Anche questa è una sfida, come tutto il resto: le vittorie, per quanto lui sia il migliore, non trascendono dall’avere dietro di sé una squadra sicura delle proprie capacità.

Trash talking e continue frecciatine possono farlo sembrare la persona più antipatica del mondo, ma qual è il risultato? Vi facciamo un piccolo spoiler: gli ultimi tiri delle Finals NBA 1993 e 1997, i due che portano l’anello a Chicago, non portano la firma di Michael Jeffrey Jordan, ma di due comprimari: John Paxson e Steve Kerr.

Luigi Fontana

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