Ennio Morricone. Il Maestro che non voleva disturbare

Ennio Morricone. Il Maestro che non voleva disturbare

Sin da piccolo ho sempre immaginato storie. Come molti altri bambini, i casting e gli oggetti di scena per queste storie ricadevano su ogni tipo di oggetto che si trovava in casa, non esclusivamente giocattoli. Dai peluche agli omini della Lego, e poi cannucce, graffette, i centrini di mia nonna. Qualsiasi cosa andava bene per diventare un eroe, un mostro, una montagna, una navicella spaziale. Indipendentemente da cosa mi inventassi o da quali oggetti utilizzassi, l’elemento che non poteva mancare, sempre, assolutamente, imprescindibilmente, era la musica. Quando non era impegnata a doppiare i miei personalissimi personaggi, la mia bocca si occupava di musicarne le gesta. Per me era più importante simulare una musica action durante un inseguimento di Hot Wheels, piuttosto che perdermi in uno scontato brum brum. Ovviamente mi dedicavo anche agli effetti sonori, destinando parecchi sputacchi alle necessarie scene d’azione fatte di esplosioni e spari, ma  la colonna sonora era sempre la mia priorità. E così mi ritrovavo a simulare i violini mugolando, i timpani e i tamburi sbuffando, e il pianoforte tintinnando note variabili tramite lingua e denti.

Con gli anni, le musiche dei film sono diventate quasi un feticcio. In Fantasia (Disney, 1940) viene dedicata un’intera sequenza alla Colonna Sonora cinematografica, con tanto di rappresentazione animata della stessa (una linea verticale che reagiva ai vari suoni). Inutile dirvi quanti mondi mi abbiano aperto quei pochi minuti visti all’età di sette anni. I primi film che iniziai a “recuperare” con l’avvento dell’adsl (e il progressivo declino delle videoteche) furono quelli di cui conoscevo la musica o le canzoni presenti nella loro colonna sonora, e che in qualche modo mi avevano emozionato. Il ragionamento era semplice: “se mi emoziona questa melodia, il film da cui è tratta sarà altrettanto bello ed emozionante”. Chiaramente l’equazione non è mai così matematicamente perfetta, tranne che per pochi, rari, casi. Uno di questi erano i film musicati da Ennio Morricone.

Oggi se n’è andato il miglior compositore di musica per film che la storia del cinema ricordi. Non mi viene nemmeno da pensare che qualcuno possa essere in disaccordo con questa affermazione. Senza Morricone non esisterebbero i vari Williams, Zimmer, Elfman, Piovani, Silvestri, e tanti altri che spiccano nel mondo della musica per il cinema come innovatori nel loro campo. Credo che, se interpellati, sarebbero i primi a dire che non avrebbero mai raggiunto un loro stile senza aver prima ammirato lo stile del Maestro per eccellenza. Che non puoi pensare di comporre per il cinema senza aver prima ascoltato ogni tema, ogni composizione, ogni orchestrazione composti dal Maestro Morricone.

Precisazione. Seppur le sue musiche più amate siano quelle che conosciamo come colonne sonore da cinema, Morricone è sempre stato un compositore puro, di musica a qualsiasi livello. Esistono intere suite per concerto, così come arrangiamenti per musica pop (il più famoso è quello di Se telefonando di Mina). Purtroppo, il fatto che abbia avuto più successo con le musiche da film lo ha allontanato dal mondo musicale accademico, che fino a poco tempo fa non vedeva di buon occhio i compositori classici che si sporcavano le mani con cinema, TV, o musica leggera. Questa cosa è stata un suo piccolo cruccio, ma anche una delle tante avversità affrontate con signorilità e andando avanti per la sua strada.

Tanti di noi, negli anni, hanno ascoltato una sua composizione senza nemmeno saperlo, emozionandosi e magari legando quelle melodie a piacevoli ricordi. Un repertorio musicale sconfinato a cui hanno attinto mani più o meno nobili, dalla pubblicità di alto livello al giornalismo strappalacrime da rotocalco pomeridiano. Esistono ricerche su come la Barilla, negli anni ‘90, abbia fortificato il suo brand grazie principalmente all’uso del tema di C’era una volta il West nei suoi spot. C’è chi giura che l’Oscar per Nuovo Cinema Paradiso sia da spartire a metà tra Tornatore e Morricone, e che le cose sarebbero andate diversamente se non ci fossero state quelle musiche ad accompagnare le vicende del piccolo Totò.

Un mezzo oscar da aggiungere ad altri due totalmente suoi, uno alla carriera (2007) e uno per la colonna sonora di The Hateful Eight (2016) di Tarantino, suo enorme estimatore e utilizzatore delle sue musiche. Ci sarebbero almeno altre dieci statuette che non è riuscito a portare a casa, ma ridurre tutto ai premi sarebbe comunque un insulto ad una carriera a dir poco sfavillante.

Ennio Morricone ha elevato il concetto di colonna sonora come pochi altri grandi hanno saputo fare. Non si tratta solo di fredde note di accompagnamento alle scene. Si tratta di un intreccio inseparabile, figlio di una sensibilità rarissima, che gli ha consentito di legare le note agli sguardi dei personaggi, ai loro movimenti, al loro modo di pensare e di comportarsi. Lo sguardo di Jill alla stazione, l’uomo con l’armonica, la sequenza dei baci tagliati al cinema, il duello al piano tra Novecento e Jelly Roll Morton, tutte sequenze rese indimenticabili dalle musiche iconiche che le formano e ne plasmano il fascino fondendosi indissolubilmente con l’immagine. Si ha l’impressione che senza quella musica non esisterebbe quella scena. Se ho capito quanto possa essere iconica la musica e quanto possano essere importanti suoni e melodie nel cinema, è solo ed esclusivamente grazie a Ennio Morricone. È senza dubbio il mio musicista di riferimento, e la sua opera è stata sicuramente uno dei maggiori propulsori dei miei sogni da cineasta.

“Il lavoro del compositore non esiste.
Esistono le sue musiche, ma solo se qualcuno le suona e se qualcun altro le ascolta.
Io esisto perché qualcuno mi ascolta”.

Morricone lascia un segno della sua esistenza su questo pianeta creando un legame profondo tra due mondi, mettendo musica e immagini sullo stesso piano, senza mai mancare di rispetto al cinema, e senza mai lasciare che il suo innegabile talento potesse prevalere o risultare troppo invadente. Era il suo carattere. Un uomo estremamente talentuoso quanto umile e schietto, che persino nel suo testamento ha chiesto un funerale privato solo perché “non voglio disturbare”.

Non si preoccupi Maestro, non lo hai mai fatto.

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

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