La partita del secolo e il romanticismo del calcio: intervista a Riccardo Cucchi [ESCLUSIVA]

La partita del secolo e il romanticismo del calcio: intervista a Riccardo Cucchi [ESCLUSIVA]

Italia-Germania, giocata allo Stadio Azteca di Città del Messico il 17 giugno 1970, è una partita che ha segnato un punto di svolta fondamentale nella storia del calcio italiano e non solo.

In occasione del cinquantennale di questo storico incontro, Riccardo Cucchi, storica voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”, ha scritto “La partita del secolo”, edito da Piemme, un piccolo romanzo dedicato a quello storico 4-3, che spalancò agli azzurri le porte dell’amarissima finale con il Brasile di Pelè.

Ed è proprio Riccardo Cucchi che abbiamo scambiato due chiacchiere, raccontando quegli storici momenti.

Italia-Germania è “La partita del secolo”. Com’è nata l’idea di celebrare il cinquantennale di questa partita con un libro?

la partita del secoloÈ nata dai ricordi di un 17enne che visse quella notte così ricca di emozioni insieme al papà, appassionato di calcio e tifoso del Toro. Debbo anche a lui il mio amore per il calcio.

Ascoltavo Nando Martellini commentare in tv ed Enrico Ameri raccontare la partita alla radio. Sognavo di fare il loro lavoro.

Rivivere quella partita sulla pagina è stato come ripescare ricordi per condividerli: con quanti vissero quella notte e con quanti – più giovani – non hanno potuto assaporarla in diretta.

Il libro è una sorta di “radiocronaca” scritta nella quale – a tratti – il racconto è interrotto per dar vita ai protagonisti di Città del Messico. Italiani e tedeschi. Le loro vite di calciatori e di uomini sono in alcuni casi sorprendenti. Lo definisco un racconto, un piccolo romanzo.

Dopo il disastro del 1966, la Nazionale ha iniziato un nuovo ciclo sportivo con la vittoria degli Europei del 1968. Che squadra era quella che, sotto la guida di Valcareggi, partiva per il Messico?

Era una squadra forte, dotata di talento – penso a Rivera, Mazzola e Riva – e di temperamento. Una squadra che aveva fatto dimenticare ai tifosi la pesante sconfitta contro la Corea del Nord ai mondiali inglesi di quattro anni prima. E che aveva conquistato l’Europa. Ma anche una squadra con molte contraddizioni.

Valcareggi, persona preparata e per bene, non sempre riuscì a gestire la complessità di quel gruppo, che aveva in formazione ben 6 giocatori del Cagliari neo campione d’Italia. Non sarebbe mai più successo.

Anche le pressioni della stampa, e qualche divisione politica all’interno della Federazione, complicarono il lavoro del CT costretto, in qualche modo, alla sciagurata staffetta tra Rivera e Mazzola che divise l’opinione pubblica.

La sconfitta in finale con il Brasile scatenò una violenta protesta dei tifosi, proprio per le troppe tensioni. Ma quel Brasile era davvero più forte degli azzurri.

Italia-Germania, più volte, è stata definita una partita “noiosa”, per quel che concerne i novanta minuti regolamentari. C’è un aspetto particolare che ha colto, nel momento in cui ha avuto modo di rivedere e studiare a fondo quella partita, che crede sia stato sottovalutato in questi anni?

Ho rivisto la partita centinaia di volte. Molti dettagli, molti particolari sono sfuggiti in passato. Non fu una gara noiosa. Fu una gara ricca di spunti, al contrario.

Si opponevano sul campo due filosofie di gioco: quello “all’italiana”, catenaccio e contropiede, e quello offensivo, anche scriteriato tatticamente, dei tedeschi. E la gara si snoda nei 90 minuti spiegandoci bene queste differenze.

Quei calciatori, tedeschi ed italiani, erano figli della guerra. Non erano divi, né si sentivano eroi. Erano calciatori. L’ultima propaggine di un calcio romantico che si sarebbe disciolto con l’avvento della TV che, proprio in Messico, esordiva inondando le nostre case di partite. Il primo mondiale visto integralmente in televisione, l’alba di una nuova era.

Un altro Italia-Germania passato alla storia, e che ha raccontato alla radio, è quello del 2006. Ci possono essere, secondo Lei, delle analogie tra queste due partite?

Ho dedicato molte pagine a Italia-Germania del 2006 che raccontai alla radio. E c’è anche un riferimento alla storia di quello che possiamo definire il derby d’Europa.

L’unica analogia possibile è nell’intelligenza tattica, superiore a quella tedesca, che portò alla vittoria azzurra di Dortmund. Perché, a ben vedere, anche a Città del Messico l’Italia vinse con la testa contro una Germania che schierava di fatto 5 attaccanti convinta dell’ineluttabilità del suo successo.

L’inizio degli anni settanta ha segnato una svolta anche a livello sociale e culturale: finalmente in Italia si tornava a sognare. Che ricordi ha Riccardo Cucchi di quel periodo?

C’era un grande fermento culturale, politico, persino musicale. Ero un giovane che guardava al movimento studentesco con fiducia e speranza. Speranza in una società più equa e democratica. Molte di quelle speranze andranno poi deluse.

L’Italia, dopo il boom economico, uscita dal dopoguerra definitivamente, guardava al suo futuro con spinte spesso contraddittorie. Fu un tempo di profondi cambiamenti nel quale il calcio svolgeva un ruolo socialmente trainante ed era autenticamente parte della cultura popolare.

Quella sera, al commento radiofonico, c’era Enrico Ameri, con cui ha avuto la possibilità di lavorare. C’è un insegnamento particolare che ha ricevuto da lui e che vuole raccontarci?

Ho avuto l’onore di lavorare con lui e anche con Nando Martellini. Il sogno di quel 17enne si realizzò alla fine. Da entrambi ho ricevuto lezioni di vita, oltre che di mestiere. E soprattutto il senso di responsabilità che chi va al microfono della Rai deve tenere come propria bussola.

Alla radio il primo nemico di chi racconta è il silenzio. Non possiamo permetterci pause. Ameri era maestro in questo esercizio. Un giorno mi disse:” ricordati che non potrai mai rimanere senza parola in una radiocronaca. E se non avrai nulla da raccontare osserva un filo d’erba mosso dal vento e racconta quello.”

Restando in termini di libri, quali sono i suoi principali punti di riferimento in ambito letterario?

Ho amato visceralmente Cesare Pavese, vera e propria “malattia” della mia generazione. Ma vedo che piace anche ai giovani di oggi. E poi mi sono immerso nella letteratura sud-americana, straordinaria fucina di narratori: Borges, Galeano, Skàrmeta, Sepulveda, Marquez, Giardinelli, Benedetti, Soriano… mi fermo perché l’elenco potrebbe essere più lungo dell’intervista.

A Riccardo Cucchi va un sentito ringraziamento da parte della redazione di MentiSommerse.it

Intervista a cura di Corrado Parlati

Corrado Parlati

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