Tutto chiede salvezza: intervista a Daniele Mencarelli, finalista Premio Strega 2020

Tutto chiede salvezza: intervista a Daniele Mencarelli, finalista Premio Strega 2020

Tutto chiede salvezza, edito per Mondadori, è l’ultimo libro di Daniele Mencarelli, con il quale l’autore de La casa degli sguardi torna nelle nostre librerie e riesce a planare dritto tra i finalisti del Premio Strega 2020. Non solo, questo romanzo è stato anche incoronato vincitore del Premio Strega Giovani, ovvero è stato il più votato dalla giuria composta da giovani tra i 16 e i 18 anni. Un dato non banale, considerando il tema e l’ambientazione di cui si nutrono queste pagine, tutt’altro che semplici da mandare giù. Un dato che peraltro dimostra come una scrittura ben costruita sia in grado di comunicare a tanti una storia da fare propria, a prescindere dalla maturità e dall’esperienza di vita. Tutto chiede salvezza è un libro da leggere nonostante l’intima difficoltà che porge al lettore che si approccia alle sue pagine perché dialoga con quel senso profondo dell’essere umani che abita in ciascuno di noi.

È un romanzo che parla di salute mentale e dell’emarginazione che questo tipo di sofferenza genera, ma soprattutto è un romanzo che riesce a penetrare alcune celate verità della nostra esistenza come individui in un mondo popolato da altri. I protagonisti della storia, tra cui il suo stesso autore che nel 1994, all’età di 20 anni, ha vissuto per una settimana in TSO (trattamento sanitario obbligatorio), sono compagni di un viaggio che è interiore, ma anche inesorabilmente legato alla presenza dell’altro.

Tutto chiede salvezza e forse quella salvezza non è di questa terra, ma certo i suoi riflessi sono da ricercare nei bagliori degli occhi di chi cammina al nostro fianco. Tutto chiede salvezza è per questo un libro dolorosamente potente, che non rinuncia a denunciare anche un bisogno di maggiore comprensione e attenzione all’altro, soprattutto se colpito da una fragilità mentale difficile da superare. Un bisogno che è oggi più che mai protagonista del tempo di indifferenza in cui ci troviamo a vivere.

La penna di Mencarelli, abituata a solcare la scrittura poetica ma allo stesso tempo perfettamente sincronizzata sulle esigenze della prosa, non si tira indietro, e in bilico tra narrazione ed emozione coinvolge il lettore in un racconto di umana compassione. Di questo e di tanto altro abbiamo parlato con l’autore stesso, che ci ha gentilmente concesso questa intervista.

TUTTO CHIEDE SALVEZZA: L’INTERVISTA A DANIELE MENCARELLI

Quando si scrive un libro, lo si fa sempre per qualcuno. Talvolta inconsciamente per sé stessi, altre volte invece per qualcuno che ha bisogno di una storia, altre ancora per qualcuno che ha una storie meritevole di essere raccontata. Lei per chi ha scritto libro Tutto chiede salvezza?

Daniele Mencarelli intervistaNella mia scrittura il tema della testimonianza è molto importante. Nel caso di Tutto chiede salvezza ho sentito il bisogno di tornare a quelle figure, indimenticabili, che sono alla base della storia: i compagni di stanza del protagonista. 5 estranei che diventeranno per lui come fratelli, che gli offriranno una possibilità di dialogo mai conosciuta prima. C’è una sofferenza che chiede, senza dirlo esplicitamente, di essere raccontata, mostrata al mondo. Ci sono uomini che non possono scrivere la parabola che gli è toccata in sorte. Il compito spetta a chi questa possibilità la può rendere concreta. Gli scrittori. Non accetto la letteratura ridotta a intrattenimento, semplicemente perché per me non è stata questo.

Il suo libro apre una ferita e la colma di parole, ma in questo squarcio si intravede un profondo desiderio di ricerca. In un’intervista comparsa sul sito di Mondadori parla di Dio e di quanto la sua ricerca sia centrale nella sua vita. Pensa che l’arte di scrivere, ovvero saper creare con le parole, l’abbia aiutata in questo percorso di indagine?

Senz’altro. La parola, incarnata nelle diverse discipline umane, è l’anima stessa della ricerca, l’uomo avvicina la sua voce ai misteri che ci sovrastano da sempre. Vivo un’attrazione feroce nei confronti della realtà, realtà come enigma, teatro di simboli e forze invisibili. Tutte le cose pare sia scritto: più in là. Questo verso di Montale sintetizza quell’altrove che sento vivere nella materia delle cose. E la parola resta lo strumento d’elezione per cantare tutto questo, non per spiegarlo, cosa che non è concessa a noi umani…

L’ambientazione della sua storia è un palcoscenico limitato ed estremamente intimo, un non-luogo dove a intrappolare è la propria condizione, più che le quattro mura. Quanto è importante, in questa situazione dove il senso di abbandono rischia di prevalere, la presenza dell’altro?

L’arena di una storia è al pari di un personaggio protagonista. Arena come luogo materiale che plasma, piega la psiche di chi lo vive, o subisce. Nel caso di Tutto chiede salvezza questa relazione tra luogo e condizione umana diventa schiacciante, nessuno dei personaggi si ribella a questo dominio, ma lo subisce, anche i medici e il personale paramedico obbediscono passivamente. Per quanto riguarda i pazienti, poi, c’è un ulteriore elemento. La loro condizione di reclusione imposta dal Tso si addentella alla perfezione al loro stato mentale. Vivono in pratica una doppia chiusura, in ostaggio della propria mente prima, del Tso poi. Li salva quel che da sempre ha salvato l’uomo. Il riconoscimento di sé negli altri, e viceversa. Quel sentirsi parte dello stesso tessuto, della stessa materia. Perché il male più atroce resta la solitudine.

Tutto chiede salvezza: ovvero, ciascuno di noi necessita di essere salvato? Le andrebbe di spiegarci il senso di un titolo così forte e allo stesso tempo poetico?

Il mio desiderio di salvezza, quello che dà materia al titolo e a tutto il romanzo, viaggia in due direzioni. Orizzontale, nel senso che cerca una possibilità di salvezza rispetto a tutto ciò che di ingiusto accade nel mondo, spesso causato da uomini nei confronti di altri uomini. Verticale, che punta all’altrove. Una salvezza oltre il mondo, oltre questo tempo e questo spazio. Per quanto ci provi non riesco a consegnare al nulla ciò che amo. Da questa ribellione a ciò che pare evidente nasce il mio grido di salvezza. La speranza che possa esistere un Salvatore.

Prima di scrivere in prosa la sua penna ha stilato versi. Quali sono le diverse esigenze dietro a queste due forme di scrittura?

La poesia, per me, resta la lingua d’elezione per cantare i grandi temi dell’esistenza, temi che chiedono quasi naturalmente la sua voce, la sua lirica sospesa e rapsodica.

Alcune vicende non possono essere raccontate in termini lineari. La narrativa, invece, permette di dare corpo a quelle architetture umane che chiedono una pluralità di scene a disposizione. Io cerco di far convivere queste due lingue, e nei primi due romanzi che ho scritto penso di esserci riuscito.

La letteratura e i libri sono stati per lei strumenti di salvezza ed evasione nel corso della sua vita? Le andrebbe di dirci qualche titolo a cui è particolarmente affezionato?

Qui sono abbastanza monotono…nel senso che i miei libri preferiti sono quasi tutti di poesia. Ne cito qualcuno a caso. Il congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni, Il canzoniere di Umberto Saba, Pianissimo di Camillo Sbarbaro. Sulla narrativa molti autori anglofoni. La O’Connor, poi Carver, Cheever.

Un altro tema importante in “Tutto chiede salvezza” è senza dubbio il senso di isolamento e di incomprensione che chi affronta il TSO si trova a subire. Quanta strada ancora c’è da fare da parte della società per aiutare chi è in difficoltà, in questo senso?

Io ringrazio Dio di essere nato nella seconda metà del novecento, quando i manicomi, grazie alla legge Basaglia, erano già chiusi. Fossi nato nel secolo precedente sarei finito in manicomio, bastava veramente poco, il famoso reato di pubblico scandalo, per finirci. I manicomi erano peggio delle carceri, perché alla base non c’era una pena da scontare, un tempo preciso di reclusione. Alcuni entravano per non uscire mai più. Oggi, la sfida vera è concepire la cura come gesto di relazione complessiva, dove alla base di tutto c’è l’empatia, anche se io preferisco un’altra parola. Compassione.

 

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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