Da 5 bloods. Un fulmine in un cielo per niente sereno

Da 5 bloods. Un fulmine in un cielo per niente sereno

A me Spike Lee non piace. Ecco, l’ho detto. Lo trovo a tratti noioso e ridondante, cinematograficamente sopravvalutato e scarno. Non è Tarantino, insomma. Eppure, seppur tecnicamente sia ben lontano dal farmi impazzire, lo reputo uno dei registi, se non il regista più utile della storia del cinema. E quindi alla fine ho visto la maggior parte dei suoi film (e mi sono pure piaciuti).

Utile è uno strano complimento. Una sedia è utile, una ruota di scorta è utile, tante cose sono utili, e spesso sono cose che diamo per scontate. Spike Lee è utile nel miglior modo in cui possa esserlo chi sceglie di vivere facendo l’artista: lasciando un segno. Si, è vero, odio quando si spara le sue inquadrature sbollate, le foto montate a caso in mezzo al film, la gente che cammina sui carrelli guardando in camera, e ok. Ma quella è solo tecnica. Puoi pure disprezzare lo stile di Van Gogh, ma non puoi ignorare il tratto, non puoi non vedere il sentimento che trasuda ogni pennellata, il disagio che vuole esplodere intrecciandosi ai colori. Togliete il pennello e metteteci la cinepresa. Spike Lee ha il pregio di essere chiaro, essenziale, simbolico quanto basta, quanto serve. Non perde tempo, non è di quelli che girano scene che rappresentano, ma gira scene che sono, che descrivono. 

Come nasce Da 5 bloods? Circa 8 anni fa, viene proposta a Oliver Stone una sceneggiatura su quattro veterani del Vietnam che a 50 anni dal conflitto tornano sul luogo del delitto per onorare la memoria del loro commilitone capo, riportandone in patria i suoi resti, sepolti nella giungla. Il soldato era morto in uno scontro a fuoco durante una missione di recupero di un aereo della CIA abbattuto dai vietnamiti. In quello stesso aereo veniva trasportata una cassa di lingotti d’oro (che il governo americano era solito elargire agli indigeni per invogliarli alla lotta contro i viet cong), anche quella da recuperare sottobanco. Varie peripezie, doppiogiochisti francesi, ci metti un Brad Pitt qua, un Di Caprio là, e il blockbuster da Oscar è assicurato. Fortunatamente Stone aveva un torneo di golf con Putin e, gira che ti rigira, la sceneggiatura finisce nelle mani di Spike Lee, che ci vede l’occasione per fare un film che raccontasse un punto di vista di quella guerra che viene sempre a dir poco snobbatoManco a dirlo, infatti, i protagonisti sarebbero stati i soliti ramboidi senza macchia e senza paura, dalla pelle di una tonalità di bianco che non sia mai scenda al di sotto dell’avorio, e la missione portata a termine sarebbe stato il solito elogio all’eroe americano rappresentante di un popolo che non riesce proprio a farsi una ragione di una sconfitta bellica più indelebile di una macchia di Nero D’Avola su un vestito da sposa.  

Lee riscrive la sceneggiatura, partendo ovviamente da un black washing dei protagonisti, che però è solo il primo tassello per una caratterizzazione dei personaggi che raramente risulta così credibile. I cinque soldati (quattro veterani di oggi + il capitano morto in guerra) fanno parte di una folta, foltissima schiera di afroamericani mandati in prima linea al fronte, a combattere per il proprio Grande Paese. Quello stesso Paese che da quando è nato non fa altro che negare loro i più basilari e civili diritti. Quattro secoli macchiati da ogni forma di razzismo possibile, dalla schiavitù nelle piantagioni di cotone ai posti per neri sugli autobus. Mentre in Vietnam i “fratelli” combattevano per la patria, in quella stessa patria veniva assassinato Martin Luther King. Quell’oro sarebbe stata la giusta quanto minima ricompensa per loro e per tutti coloro che si sarebbero impegnati affinché i neri potessero rialzare la testa ed essere trattati da persone, e non come carne da macello da sacrificare alla prima guerra utile. 

Da 5 bloods è un film che descrive, che racconta, che pensa e riflette per lo spettatore, il quale viene letteralmente trascinato e piombato in un contesto in cui deve necessariamente stare fermo e aspettare lo scorrere degli eventi. Devi guardare e ascoltare cosa succede, percepire le riflessioni e i pensieri dei personaggi. Gli eventi, per quanto raccontati bene tecnicamente, acquisiscono valore solo grazie alle percezioni dei personaggi, grazie alle sfaccettature di pensiero. Perché a girare una sequenza di guerra sono buoni tutti, ma a renderla socialmente utile ci riescono in pochissimiCi si ritrova davanti a un gruppo variegato di persone che hanno sì in comune il problema del razzismo, ma vissuto in modo differente. Emblematico, in tal senso, il carattere di Paul, il burbero nero che vota Trump e che ne sostiene la politica contro gli immigrati, con tanto di uscite sull’utilità di un muro al confine con il Messico. Il tutto “avvalorato” dal cappellino rosso su cui campeggia il celebre motto Make America Great Again. Il fatto che Paul sia vittima di disturbi psicologici figli proprio del Vietnam ci riporta a una realtà che suona quasi come un rimando al fatto che se sostieni un certo tipo di politica, la testa non ti funziona così bene. 

Da un punto di vista tecnico c’è da sottolineare l’ottima resa delle scene d’azione, risultato di una produzione ad alto budget speso bene. Da sottolineare la scelta di mantenere gli stessi attori sia nelle scene ambientate ai giorni nostri, sia in quelle dei flashback di guerra, in cui l’unico ad avere la sua età originale è Chadwick Boseman (Black Panther) nel ruolo del caposquadra ucciso Norman Stormy Hollowaymentre gli altri 4 non subiscono alcun ringiovanimento, né digitale né di make-up. Anche da questo si nota la tendenza di Lee a evitare  simbolismi troppo criptici o ricercati, cercando piuttosto di raccontare la realtà per quello che è. Sono tanti i veterani che affermano di non aver mai superato davvero quella guerra, e rimarcare la cosa in questo modo spiazza lo spettatore nel modo più giusto e diretto. Gli attori protagonisti si calano perfettamente nei loro ruoli, interpretazioni enormi ed emozionanti.
Per il resto, il film risente di una ventina di minuti di stanca a ridosso del secondo atto, seminando elementi che rischiano di far diventare scontate certe parti della trama, trasformandole in delle normali svolte anziché veri e propri colpi di scena. Colonna sonora ottimamente orchestrata, ma a volte troppo presente e incisiva rispetto a quanto si vede sullo schermo, quasi a enfatizzare eventi che riescono benissimo a camminare con le loro gambe. La cosa non vale per i pezzi di Marvin Gaye, sapientemente sparsi lungo tutto il film. 

L’aspetto più scioccante di Da 5 bloods è il fatto che, nonostante si parli di eventi vecchi di 50 anni, i dialoghi e i pensieri trattati risuonano desolatamente attuali. Ogni frase sul razzismo, ogni sentimento, ogni sguardo, può tranquillamente essere adattato e contestualizzato ai giorni nostri. Il razzismo è un fenomeno increscioso che incancrenisce anche la più civile delle società, e che purtroppo sta tornando prepotentemente in voga anche nella parte “civilizzata” del mondo, cavalcato per ottenere consensi elettorali manco fosse una qualsiasi tassa da abbassare. In America il problema del razzismo fa più rumore rispetto ad altre parti del mondo per il semplice fatto che il contesto in cui si verificano certi episodi è lo stesso che viene esaltato e descritto come una chimera fatta di sogni e libertà. L’America è quel Paese dove tutto è possibile, dove tutti possono raggiungere e vivere i propri sogni, dove a tutti viene garantita una chance, dove parti dal nulla e puoi avere tutto. Il sistema perfetto, se non fosse per quel minuscolo asterisco quasi illeggibile a fondo pagina, relativo al colore della pelle. Le statistiche sono impietose, e mai come in questo periodo è necessario riflettere su una piaga sociale che ci riguarda tutti da vicino.  

Perché George Floyd è solo l’ultimo di una interminabile lista, e sappiamo bene che il fatto che sia l’ultimo è più una flebile speranza piuttosto che una certezza. Lo sa bene Spike Lee, il cui impegno a portare sullo schermo questa tematica non conosce sosta, ed è giusto, sacrosanto, che sia così. Uno dei risvolti dell’arte è la sua utilità sociale, la capacità di innescare un ragionamento, scaturire un pensiero, smuovere una coscienza. Da 5 bloods, da questo punto di vista, è un faro accecante, una luce che casualmente si è ritrovata a brillare in un periodo buio come quello che stiamo vivendo, e che ci ricorda come all’orizzonte ci sia sempre una speranza di cambiamento e di miglioramento per gli esseri umani. Tutti.  

 

Riccardo Greco

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

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