When they see us, le cicatrici dell’America razzista

When they see us, le cicatrici dell’America razzista

You give something, you get something.

(Detective Hartigan)

Tempo di lettura: 6 minuti

GIUDIZIO 9/10

 

 

 

Sarebbe bello poter parlare di When they see us come una splendida storia del trionfo della verità, di una giustizia che, prima o dopo, è destinata a compiersi. Ma così non è. Sarebbe da ipocriti non considerare come questa storia vera, che parla delle vite di Kevin, Antron, Yusef, Korey e Raymond, i “5 del Central Park”, sia conclusa solo all’apparenza, e abbia lasciato ferite e cicatrici inguaribili. Squarci nell’animo di chi ha vissuto anni infernali. Qualcosa di invisibile che ha distrutto la vita di 5 bambini. Di 5 famiglie. E che Ava DuVernay, regista e sceneggiatrice dell’ennesimo capolavoro targato Netflix, ha saputo rappresentare in maniera perfetta. Un caso processuale che ha fatto storia e che oggi è manifesto di un’America razzista, ingrovigliata in un sistema di polizia e giudiziario corrotto.

LA STORIA – Aprile 1989. Trisha Meili, operatrice finanziaria di Wall Street ed esperta jogger, viene assalita, picchiata, stuprata e lasciata in fin di vita, durante una delle sue consuete corse serali a Central Park. La stessa sera del 19 aprile un gruppo numeroso di ragazzi, per lo più di colore, si ritrova nel famoso parco di New York per spaventare i passanti e ingannare il tempo. Una coincidenza che distruggerà le vite di Yusef Salaam, Korey Wise, Antron McCray, Kevin Richardson (afroamericani) e Raymond Santana (di origini ispaniche). Giovanissimi, sconosciuti fra di loro (eccezion fatta per Korey e Yusef), ma con un tratto in comune: completamente innocenti ed estranei ai fatti per i quali, dopo due lunghissimi processi, saranno considerati colpevoli, nonostante l’assenza totale di prove e indizi a loro carico. Cinque vittime sacrificali di un sistema marcio. Un incubo che terminerà solo dopo aver scontato l’intera pena per alcuni, con la confessione del vero colpevole, Matias Reyes, per altri. Dopo anni di inferno.

Uno scatto del vero processo dei 5 ragazzi

 

IL METODO REID

We are Americans. We don’t quit just because we’re wrong. We just keep doing the wrong thing until it turns out right!

Questa è l’inquietante citazione inserita qualche anno fa come incipit di una piccola tesi di Diritto Processuale Penale, in cui analizzavo il cosiddetto Metodo Reid. Una tecnica che in questa miniserie è protagonista assoluta, anche se viene nominata soltanto in una circostanza. La Reid Technique è la pratica usata in America per estorcere confessioni. Qualche dettaglio: interrogatori lunghissimi, estenuanti, isolati, che coinvolgono per lo più individui deboli mentalmente o minorenni. Ricche “contaminazioni”, cioè l’introduzione di dettagli da parte di chi svolge l’interrogatorio, che condizionano inevitabilmente i racconti degli indiziati, spesso stanchi, affamati, assonnati, disperati. Portati a far loro questi “indizi” in un meccanismo forzato e nemmeno troppo velato di rinforzo (era frequente che gli interrogati finissero col convincersi realmente di aver commesso determinati crimini). Senza entrare troppo a fondo, un metodo coercitivo, generatore di false confessioni. Ciò che ci viene mostrato nei primi due dei quattro episodi di “When they see us“: quattordicenni troppo spaventati e inconsapevoli per potersi opporre alla forza bruta della polizia. Bambini disposti a dire e fare di tutto, pur di tornare a casa. Colpevoli di essere nel pieno della loro innocenza, spaventati a morte, lasciati soli. Discriminati. Nel caso dei “5 di Central Park” le parole dei confessori sono in realtà quelle degli inquisitori, come vedremo col passare dei minuti. Confessioni sotto dettatura, fasulle, sulle quali poi si baserà il folle verdetto di condanna della giuria.

RESPONSABILITA’ – La miniserie è un’apnea di quasi 5 ore, infinite, al termine delle quali si fatica a trovare un ritmo cardiaco regolare. Serve respirare a fondo. E asciugarsi le lacrime. Fate circa 300 minuti di storia. Un rapporto. L’incubo, per alcuni di loro, è durato più di 12 anni. Più di 105.000 ore. Ava DuVernay è stata eccezionale in questo breve lasso di tempo non solo a raccontare precisamente e umanamente le disgrazie dei protagonisti, ma anche a focalizzare su un aspetto che, in questi casi, troppo spesso viene accantonato: la completa disintegrazione delle famiglie degli incarcerati. Perché non si può limitare il conto delle vite distrutte su una sola mano. E per questo fa ancora più specie pensare alla crudeltà di coloro i quali, nonostante fossero consapevoli della verità,  hanno reso possibile tutto questo (a seguito della serie Netflix, Linda Fairstein, ai tempi Procuratore distrettuale di Manhattan che ha costruito gran parte della sua carriera e della sua ricchezza su quella vicenda, è stata abbandonata da editori – è divenuta scrittrice di gialli e romanzi -, cacciata dall’Università dove insegnava e attaccata online). Dai poliziotti dei primi interrogatori, mentitori seriali anche a distanza di anni, passando per Elizabeth Lederer, pubblico ministero che solo per un attimo sembra avvicinarsi al vero senso di giustizia, fino ad arrivare alle guardie carcerarie e alla stampa (la scena in cui i giornalisti inventano il gesto come “rabbia contro i bianchi” è una manciata di secondi che fotografa la situazione sociale). Sono tutte “persone” che falliscono umanamente e forse solo oggi, a distanza di 30 anni, cominciano a pagare le conseguenze di quei fatti. Protagonisti non secondari che scelgono di perdere l’opportunità di fare la cosa giusta, mossi solo da fini politici, interessi economici, razzismo, rabbia, carriera, o perché semplicemente parti di un sistema più grande di loro ma di cui non sanno non far parte.

Il trauma coinvolge genitori e figli, che sono travolti da un sistema inarrestabile

La responsabilità manca completamente, in una questione che spazia dal razzismo alla lotta di classi medio-basse. Ci si sente persi, come quei ragazzi vittime di un sistema ben rodato e diretto a punire senza logica. Tutte tessere minuscole di un puzzle che disegna una ragnatela che toglie la libertà a chi vi rimane invischiato. E che fa riflettere su quanto sia importante ogni nostro piccolo gesto per provare a spezzare la catena. Un intricato insieme di ingranaggi dove anche la difesa perfetta, come si vedrà nel secondo episodio (Joshua Jackson, il nostro buon Peacy di Dawson’s Creek, sarà uno degli avvocati che pro bono difenderanno i ragazzi).

La denuncia, ennesima, a un sisema che vive dell’ignoranza delle persone e che per questo, ancor di più in questo momento storico, deve essere conosciuto. Solo conoscendolo, lo si può combattere. La “vittoria” per i 5 arriverà a distanza di molti anni, ma a poco servirà un risarcimento di 41 milioni (riconosciuto ai ragazzi dopo 12 anni di prcesso, nel 2014, da dividere fra loro): i soldi non restituiscono infatti attimi, anni di gioventù, momenti di felicità. E per qualcuno la salute (Antron, uno dei più colpiti psicologicamente ancora oggi, dirà “Tutti quei soldi non hanno potuto regalare un fegato o un pancreas a mia mamma, morta di cancro, e unica a starmi sempre vicino in quegli anni“).

4+1: LA STORIA DI KOREY – C’è però una storia nella storia. Quella di Korey Wise. Unico dei 5 protagonisti ad essere interpretato sia da piccolo che da adulto dallo stesso attore (Jharrel Jerome, letteralmente fenomenale). Un ragazzino finito in questo vortice solo per aver scelto di accompagnare l’amico in centrale. Per non lasciarlo solo. Su di lui il sistema corrotto farà perno per costruire un’accusa infondata. Costretto a un percorso diverso rispetto agli altri ragazzi, in quanto unico 16enne del gruppo (gli altri 4 finiscono in un carcere minorile), la storia dei 5 è per questo in realtà un 4+1. E a Wise è praticamente dedicato l’intero ultimo episodio. Perché, giustamente, racconto a parte, di chi si trova forzatamente a diventare adulto da un giorno all’altro. Sbattuto in un mondo di grandi e cattiveria, costretto a bruciare le tappe, privato della giovinezza, obbligato a soffrire in silenzio, ad essere inascoltato, perseguitato. Con la spada di Damocle dello stupro sulla testa, crimine secondo soltanto all’abuso di minori. La parabola di Wise è un climax ascendente di sfortuna e dolore. Quando si pensa di essere arrivati al fondo si trova nuovo dolore. La performance di Jerome è eccezionale, ed è capace di catapultare letteralmente lo spettatore in una cella di isolamento, o in uno scontro psicologico solitario, per sopravvivere al tempo che avanza, alle aggressioni, al razzismo, alla violenza. Più di tutto, all’abbandono.

Tra Korey Wise, a sinistra, e il suo interprete vincitore di un Emmy, Jharrel Jerome, è nato un profondo rapporto d’amicizia

In When they see us l’innocenza diventa strazio. Dai 6 ai 13 anni di prigione per un crimine mai commesso, in un clima di rabbia, in una città che invoca sicurezza e in cui appare tra le varie, beffardo, un Donald Trump che investe quasi 100.000 dollari per gridare tramite il New York Times la reintroduzione della pena di morte per i ragazzi. Oggi, quello che nella serie è solo “il miliardario a caccia di 15 minuti di celebrità” è il Presidente degli USA. Ed offre un ulteriore spunto di riflessione, attualissimo, per ricordarci che le manifestazioni odierne, punto di rottura arrivato con la morte di George Floyd, sono frutto di anni di oscenità.

I 5 protagonisti, finalmente liberi

Senza dubbio When they see us è destinata a tramutarsi in una leggenda delle miniserie: crea qualcosa di profondo, destinato a durare nel tempo e che si accentua in un momento storico come questo. Il titolo originariamente avrebbe dovuto essere “Central Park Five“: troppo disumanizzante secondo DuVernay, che ha insistito per dare un’identità forte ai protagonisti su tutti i livelli. Che ha aperto l’ennesimo dialogo culturale nel tentativo, non nascosto, di aiutare questi 5 uomini ad andare finalmente avanti. A non raccontare più. Ora che “sono visti”. They see us. Finalmente, dopo anni, “ci vedono”. Con quell’US finale che, forse senza troppa malizia, rappresenta gli United States, colpevoli di non aver posato gli occhi sulle ingiustizie.

Quattro episodi formativi, necessari, che stupiscono: cinque giovani ragazzi, cinque giovani diamanti, sbattuti nella polvere, per anni. Riemersi brillanti. La cosa più incredibile di tutte. La capacità di conservare la propria bontà. Dolcezza che non scompare alla fine dell’incubo. Feriti, ma vivi. La vita dopo la morte. Usciti dall’incubo e oggi più che mai simboli di un mondo che deve essere cambiato. Di un potere corrotto, segnato dalla piaga del razzismo, che si abbatte sui più deboli e si sfoga, rimanendo praticamente sempre impunito.

Luca Feole (@palahliuk)

Luca Feole

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