Il razzismo come non lo avete mai letto: “Il bianco e il nero” di Malorie Blackman

Il razzismo come non lo avete mai letto: “Il bianco e il nero” di Malorie Blackman

Libri, razzismo e giustizia civica: perchè leggere ci rende persone migliori?

I libri ci insegnano molte cose. E’ un fatto che ormai ci ripetono tutti, eppure sembra sempre che facciamo troppa fatica a rendercene conto. I libri però possono davvero contribuire a renderci cittadini migliori ed esseri umani migliori. Perchè accade questo? Ebbene, accade – e accade soprattutto con i romanzi – perchè i libri ci insegnano un’arte sottile, di questi tempi un po’ decaduta: l’empatia.

Un libro ti cala sempre in una storia che non è la tua, ma che potrebbe esserlo. D’altra parte siamo esseri contingenti e la grande storia del cosmo potrebbe tranquillamente andare avanti anche se fossimo diversi da come siamo o se semplicemente non esistessimo. Quando leggiamo un romanzo quello che succede è che entriamo nella storia di qualcun altro: qualcuno che ha sofferto, amato e vissuto, proprio come abbiamo sofferto, amato e vissuto noi. Spesso l’esistenza contingente è l’unico elemento in comune con questi personaggi fittizi: anch’essi ci vengono presentati in un primo capitolo in un modo che potrebbe poi essere stravolto nel corso della storia. Ma ai fini dell’esistenza assoluta della storia, poco cambia. Siamo fatti così, ma saremmo potuti essere diversi.

Perchè vi faccio questa morale, francamente un po’ noiosa? Perchè nelle ultime settimane stanno succedendo, là fuori nel mondo, molte cose difficili da mandare giù. Vi sarà capitato almeno una volta di aver sentito il nome di George Floyd e sarete almeno per un istante venuti a fare i conti col pensiero di essere o di essere stati voi stessi razzisti. E’ difficile digerirlo, ma è ancora più difficile comprendere cosa sia il razzismo e cosa voglia dire esserne vittime. Soprattutto se vittime di razzismo non siete mai stati. Non è una colpa, ma da questo fatto nasce un dovere morale: provare a capire, per evitare di diventare parte in causa del problema. Come si può capire una realtà che difficilmente si vive? Ascoltando le storie delle persone, ovviamente, informandovi, ancor più chiaramente, intavolando discussioni talvolta molto difficili con persone che la pensano diversamente da voi. Va bene. Va tutto bene.

Io però aggiungerei un altro consiglio, forse un po’ scontato, dato che sto scrivendo l’articolo di una rubrica letteraria, ma comunque valido, senza ombra di dubbio: leggete.

Il bianco e il nero: provare a mettersi dal lato opposto della storia

Potete leggere molti libri sul tema, e in questi giorni si parla molto di saggi che vale la pena leggere per farsi un’idea più chiara della situazione. Ma non è di un saggio che oggi vorrei parlarvi, bensì di un romanzo, perchè i romanzi, più di altri generi letterari, hanno la capacità di farci empatizzare con chi ha una storia diversa dalla nostra.

“Il bianco e il nero” è un romanzo uscito ormai quasi vent’anni fa in Inghilterra, la sua autrice è Malorie Blackman e questa è la storia che vuole raccontarci. Sephy e Callum si conoscono da una vita: amici di infanzia, confidenti e poi innamorati, condividono un legame pericoloso. Sephy è una Cross, Callum un nought e nel loro mondo i Cross dominano e i noughts obbediscono. l romanzi della serie infatti sono ambientati in un mondo di finzione dove la storia ha preso una piega alternativa e i popoli africani (i Cross) hanno colonizzato l’Europa, rendendo i caucasici (i nulli, noughts in lingua originale) loro schiavi. Ai tempi in cui è ambientata la nostra storia, un ventunesimo secolo e un’Inghilterra alternativi, la schiavitù è stata abolita, ma resta in vigore una segregazione razziale che genera incommensurabili differenze tra le persone, accompagnate da una rabbia a stento sopita da parte dei nulli. La domanda che Malorie Blackman sottopone al prorio lettore, specialmente se bianco, è semplice: tu come ti saresti sentito a ruoli invertiti?

Non ci pensi e poi ci pensi (e meno male)

“Quel cerotto è un po’ evidente”. “Non esistono cerotti rosa in vendita. Ci sono solo quelli marrone scuro.” Shania fece spallucce. I miei occhi si spalancarono alle sue parole. Non ci avevo mai pensato prima, ma aveva ragione. Non avevo mai visto cerotti rossa. I cerotti erano dello stesso colore della pelle di noi Cross, non di quella dei nulli.

 

Nel mondo di Sephy e Callum il razzismo e la discriminazione che il gruppo dominante esercita su quello oppresso si dispiegano su due strade molto distinte: la discriminazione legalmente riconosciuta, una segregazione che ha molto a che fare con quella che anche noi abbiamo bene in mente quando pensiamo, per esempio, alle leggi di Jim Crow, e poi la discriminazione latente.

La Blackman è stata genialmente in grado di inserire nel corso di tutta la narrazione esempi molto concreti e tangibili di cosa voglia dire sentirsi discriminati da un gruppo che, per una serie di eventi storici, detiene il controllo della società. L’autrice non si dilunga in spiegazioni e tantomeno in eccessivi monologhi interiori da parte dei personaggi: sebbene le narrazioni siano condotte in prima persona, con punti di vista che si alternano tra quello di Sephy e quello di Callum, di fatto sono le azioni, più che le emozioni, a parlarci di come i personaggi si sentono.

E questo è qualcosa di estremamente disturbante. Malorie Blackman ha scritto questo libro per mettere a disagio il proprio lettore, soprattutto se bianco. Innanzitutto perchè pochissime volte la Blackman parla effettivamente del colore della pelle dei propri personaggi. Un gioco molto sottile che genera sempre uno iato tra ciò cui siamo abituati a pensare – la sofferenza e l’oppressione che molte persone nere subiscono – e ciò che invece il libro ci racconta, ovvero le violenze e le discriminazioni cui i “nulli”, ovvero i bianchi, sono sottoposti. E’ come se la Blackman ci dicesse: cosa si prova a stare dall’altra parte?

C’è un altro motivo di disagio all’interno di questo romanzo ed è proprio dato dalla scelta, secondo me geniale, di alternare i due personaggi principali come narratori in prima persona. Perchè di fatto la storia d’amore tra Callum e Sephy – proibita e ostacolata in ogni modo possibile dalla società che li circonda – non è solo l’occasione per un retelling dell’amore dannato di Romeo e Giulietta. Quello che Malorie Blackman vuole fare è mostrare entrambi i lati della medaglia: mentre vediamo Callum arrabbiarsi sempre di più e cercare disperatamente un modo di reagire alle ingiustizie cui la società lo sottopone, assistiamo anche alla crescita di Sephy, che, pur con tutto il buon cuore del mondo, sbaglia continuamente. Sephy ama Callum e lo rispetta e vorrebbe amare e rispettare tutti gli altri “nulli” allo stesso modo, ma il contesto culturale nel quale è nata e cresciuta influenza pesantemente il suo giudizio. Sephy è diversa dagli altri Cross: non riesce a chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie e allo stesso tempo continua a scivolare nell’errore di lasciarsele sfuggire. Un po’ come succede quando le viene fatto notare che non esistono cerotti rosa che si “abbinino” alla pelle dei “nulli”. Sono i piccoli gesti che per una persona come Sephy possono fare la differenza, le piccole cose di cui è difficile rendersi conto.

E voi, avete mai visto cerotti marroni?

Di razzismo latente e non riconosciuto e dei piccoli gesti che possono fare la differenza, sia nel bene che nel male, vi abbiamo già parlato nell’articolo che la nostra Sara Squillaci ha dedicato a Little fires everywhere: quel che resta del razzismo. E ancora, se volete leggere come la pensa il nostro Gennaro Acunzo in termini di musica e razzismo… beh non perdetevi il suo articolo La battaglia di Los Angeles, il razzismo, la rabbia dei Rage Against the Machine.

Il gioco del tris e la sconfitta del razzismo: da che parte stare?

Malorie Blackman è una donna molto saggia. In questo libro c’è un altro tema trattato con estrema onestà e al contempo con la delicatezza che richiede, ed è proprio il tema della “reazione”. Nel libro della Blackman non esiste una fazione di cattivi e una di buoni, così come non esiste nella nostra realtà. Eppure i due personaggi principali, Callum in particolar modo, sono chiamati a prendersi responsabilità delle proprie azioni non a nome di sè stessi, ma a nome del gruppo cui appartegono.

“E ti comporterai nel migliore dei modi alla Heathcroft, vero?” mi chiese raggiante papà. “A scuola rappresenterai tutti quanti noi nulli”. Perchè dovevo rappresentare tutti i nulli? Perchè non potevo semplicemente rendere conto di me stesso?

E’ una dinamica molto comune nella nostra società, ovvero quella di prendere le azioni di un singolo o di un ristretto numero di individui come segno del gruppo cui essi appartengono. Si tratta però di un ragionamento non solo estremamente illogico, ma persino nocivo. Un chiaro esempio è quello della Liberation Militia, un gruppo sovversivo e terroristico, composto da “nulli” che pensano che il fine giustifichi i mezzi e che la violenza sia l’unica risposta possibile alle ingiustizie subite, anche se questa violenza può colpire altre persone del proprio gruppo o in generale altri innocenti. Sono due i motivi per cui, attraverso gli occhi di Callum e Sephy, la Blackman ci spinge a riflettere su questa dinamica di risposta violenta alla violenza.

In primis, perchè basta un singolo atteggiamento violento da parte della fazione oppressa per far sì che l’intero gruppo sia considerato violento e pericoloso e questo, come dicevo poco sopra, è del tutto illogico. In secondo luogo perchè l’effetto che si ottiene da questo ragionamento da parte dei Cross e dal comportamento della frangia più estremista dei nulli è nocivo: la reazione violenta di pochi estremisti oppressi diventa la scusante grazie a cui le fasce più estremiste del gruppo dominante si sentono giustificate nell’intensificare l’oppressione. E il serpente continua a mordersi la coda.

Di nuovo, la Blackman non ci spiega nulla. Non ci offre la pappa pronta, ma si limita a narrarci una serie di eventi, di fronte ai quali siamo chiamati a esprimere un giudizio. L’autrice non spiega cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ma ci mostra le dinamiche di cui vi ho appena parlato facendocele comprendere appieno e così facendo drammatizza la sostanziale differenza tra “comprensibile” e “giustificabile”, un sottile crinale di significato lungo il quale Callum cammina in pericoloso bilico.

Il titolo originale di questo romanzo è estremamente emblematico perchè richiama alla mente il gioco del tris, che tutti almeno una volta abbiamo provato. Il gioco del tris è semplice: scegli da che parte stare e giochi difendendo la tua posizione fino alla fine. Senza troppi fronzoli la Blackman ci sorride benevola e con un gesto di diniego allontana da noi il giochino. Non ci sono parti e non ci sono separazioni: questa è la prima verità da accettare, altrimenti il rischio è quello di arrivare a uno stallo estenuante e definitivo. Sephy e Callum sono due persone profondamente innamorate e pensarle come separate da qualcosa di insignificante come il colore della loro pelle è davvero ridicolo. La loro storia non è un dramma d’amore adolescenziale, ma la narrazione di una partita a tris abbandonata dai due giocatori nel punto di massima tensione: non ha senso che ci siano vincitori, perchè per Callum e Sephy – e così dovrebbe essere per tutti noi – non è accettabile che ci siano perdenti. Per arrivarci però serve capire cosa sia il razzismo e per capire serve conoscere e per conoscere serve aprire gli occhi.

E questo libro vi aiuterà a farlo.

Non mi ero pienamente resa conto di quanto potenti potessero essere le parole, prima di questo. Chiunque fosse colui che se ne era uscito dicendo “bastoni e pietre possono spezzarmi le ossa ma le parole non mi feriranno mai” non aveva capito nulla. 

Noughts and Crosses è diventata una serie tv intitolata “Noughts+Crosses” quest’anno: il primo episodio è andato in onda il 5 marzo 2020 sul canale inglese BBC One: se ne avete la possibilità, non perdetevela, altrimenti tenete le dita incrociate sperando che arrivi anche in Italia.

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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