‘Al mio sorriso divino non penserai’: La logica del merito di Sofia Fiorini

‘Al mio sorriso divino non penserai’: La logica del merito di Sofia Fiorini

Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere qualche riflessione a proposito dell’ideologia del merito: un terreno insidioso, anzi fangoso nella sua ambiguità.
È buffo, d’altro canto, che nel contempo, io stessi leggendo i versi di Sofia Fiorini i quali, sottraendo la discussione alla forma argomentativa del saggio, cercavano di penetrarla attraverso la speciale conoscenza poetica.
La questione del merito, come elemento che struttura la società, risponde solo superficialmente a un desiderio universale di giustizia. Il merito che noi vorremmo come criterio di valutazione delle persone (e già questo dovrebbe indurre il dubbio) non risponde ad alcuna giustizia etica ma, come sempre in una società liberista (intendo ovviamente capitalista), alla necessità di risolvere problematiche produttive ed economiche.

Chi è in grado di rispondere ai bisogni di una società guidata quasi in esclusiva da criteri di natura economica, criteri di “progresso”, è un individuo meritevole di quella società.
Perché dico questo?
Perché Sofia Fiorini tratta il merito in modo speculare e prescindendo da qualunque discorso immediatamente materiale (ovvero, mi si conceda di ripeterlo, produttivo) lo riporta nell’alveo dell’essere umano di per sé, nel campo delle interazioni con l’altro, nel terreno dei patti e delle promesse che, volta per volta, strutturano i rapporti tra le persone e inducono crescite individuali non sovrapponibili, vere, impossibili da irregimentare in una griglia di valutazione da test di fine anno.

Merito‘La logica del merito’ di Sofia Fiorini, giovanissima poeta classe ’95, esce nel 2017 per i tipi del giovane e intraprendente editore Interno Poesia (da qui si accede al sito dell’editore, con il catalogo e lo shop nel quale troverete anche il libro di Sofia, in ogni caso disponibile in tutti i distributori online e in molte librerie fisiche). L’anno precedente l’autrice con questa raccolta ancora inedita si era classificata come finalista al Premio Rimini. Le ragioni di un così precoce riconoscimento, come si dice in matematica, sono autoevidenti e ve ne accorgerete anche solo passando tra queste righe.

Nonostante quello che si diceva in apertura, riportare il concetto di merito da una cultura esteriorizzante e ossessionata dall’efficienza alla sfera dell’uomo non induce anche un ritorno al concetto primario di giustizia. La giustizia come perfetto bilanciamento è una chimera e siamo costretti ogni volta a nascondere dietro qualcos’altro la delusione per la sua inefficacia.
Ancora di più se parliamo del rapporto con l’Altro, in questa raccolta mediato da un amore sottilissimo, di una primordiale mineralità, ancestrale.

L’amore che è prima di ogni cosa, promessa, patto, sigillo: era e sarà sempre il foedus amoris di catulliana memoria. Merito sta a dignità ( ‘degno’ è una parola che ricorre nel libro), significa stare ai patti, rispondere alle promesse fatte e ricevute in un rapporto paritario.
Eppure l’intera raccolta si fonda proprio sulla rottura di questa simmetria ideale ed è per questo che anche la logica del merito deve essere ripensata. Chi legge la nostra rubrica non faticherà a vedere i concetti di contraddizione, ambiguità e protezione del fragile che ho tanto a cuore come obiettivo della poesia. Se possibile in questo libro li ho ritrovati ancora più intensi, come distillati.

LE PROMESSE / LE CROCI

[…] Mi alzo come gli uomini addestrati
a cercare un senso tra colazione e cena.
Elefanti che non riescono a impazzire:
il nostro circo.

Foto di proprietà dell’autrice

La prima sezione si intitola, non casualmente, ‘Le promesse’, e ritrae un io emergente da un prima per noi irriferibile. Un io dalla consistenza abulica, sprecata, precisamente espressa da versi come ‘Io aspetto i giorni liberi | poi spreco le estati. | Programmare di sbocciare | nelle ore bianche […]’, che ricordano con grande precisione ‘Le giornate bianche’ di Giovanni Giudici, le ore perse senza colore, rinunciando a tutti i sogni.
In questa bolla senza vitalità c’è spazio solo per fantasticare su figlie che un giorno saranno, qui ritratte nel trittico di Anna, Teresa e Rosa a cui si sogna di donare ‘la Grazia | delle cose che hanno senso’ o ‘la bellezza | delle cose leggere’.

D’altro canto, in questa preconizzazione di una vita futura già si prefigura l’amore che ha nel suo nascere la ragione della sua rottura, quello tra figli e genitori, basato su un disequilibrio codificato all’origine.
È subito dopo che la situazione si rischiara e si delinea una figura più o meno precisa nei suoi tratti corporei a rappresentare la rottura del patto, ‘l’infedeltà concessa’: quell’uno insomma che viene meno alle sue promesse e meriterebbe di veder distrutto l’amore, dimenticandolo (‘Al mio sorriso divino non penserai | quando altri ti sorrideranno bene’).

[…] finché tornarti addosso è tornare alla terra
e dormirti in mano scendere in strada
senza chiudere la porta,
come fidarsi del mare che viene? […]

Ma è già nella seconda sezione (‘Le croci’, da sempre simbolo di supplizio) che l’io mostra il suo valore più grande: la resistenza. È un io che si comporta ‘come chi perdona l’accettare, | come chi ha le ossa buone | di chi risponde a tutto con l’amore’.
L’io non si ribella al foedus distrutto ma prova a tenerlo vivo in un’attesa senza termini che è anche resistenza mnestica, occasione per trattenere e rinnovare in sé un sentimento, oltre le circostanze e le imposizioni.

Proprio perché sfugge a una logica standard di comportamento il processo diventa misterioso, quasi trascendente (‘[…] e tu che vuoi perdere | il sacro del nostro mancarci | sentirai una scossa e capirai’): l’io allora chiuso in un rituale che è un sacrificio di sé stessa, un sacrificio di rinascita. A questo proposito si moltiplicano i riferimenti alla terra (‘la terra | che mi attacca i piedi alla vita’) e in genere agli elementi naturali, dagli animali (centrali sul finale) ai fiori, vero correlativo vitale della raccolta. Qualche verso tra i moltissimi: ‘è tutto un aprirsi di fiori | nello spazio tra queste mani | quello che ogni volta separa te | e il tuo restare […]’; ‘in un legno | o nell’altro, fiorirmi addosso’.

IL PEGNO DELLA TERRA / I FIORI

Di te molto mi manca e soprattutto
i tuoi dolori – quella tua fatica;
per me tu li raduni a ora di cena
quando divento un’attenzione sola
e vedi scodinzolarmi ai piedi
per te come una vecchia fedeltà.

Nella terza sezione, ‘Il pegno della terra’, la citazione pavesiana dai Dialoghi con Leucò sembra già alludere a un’atmosfera da interregno, tra vita e morte.
In maniera ancora più esplicita introduce un io che non accetta più soltanto in sé il comportamento dell’altro, ma, pur non venendo meno alla sua posizione e dunque al suo sentimento, cerca una rivalsa o almeno una resistenza attiva e non solo ridotta alla memoria. I primi testi infatti suggeriscono setting indefiniti o impossibili come ‘la fine dei miei giorni’, ‘nel sonno’, ‘la tua ombra’, come se il riscatto non potesse avvenire in contesti vitali ma solo contigui alla vita.

L’io dimostra durezza, uno slancio che le permette di stare in piedi non rinunciando al desiderio di fiorire insieme ma abbracciando l’idea di sottrarsi alla presa dolorosa dell’altro (‘ti prometto | di non tornare a te come fantasma’ oppure ‘tornerò forse nel sonno a prendere | i miei pezzi’), di cui si dice ‘non hai vergogna’ ma anche ‘né alcuna colpa’, come chi rinuncia senza rimpianti a un amore che non sente più.
In questo senso niente meglio dei versi finali della sezione riescono a riassumerla: ‘che io resti da sola | è quello cui ambisce | pare il corpo | nell’orbitarti sempre | più lontano’.

Avrei voluto tenerti la faccia,
o almeno girarti un poco ancora
intorno questa sera qualche ora.
E invece essere ciò che non si dice
appesi alle pareti – disattese
le mie rose e il miracolo con noi.

La sezione ‘I fiori’ suggerisce già dall’epigrafe della Gualtieri (“la forza di chi torna | da un altro mondo”) sia un trait d’union con la sezione precedente che l’idea del fiore come trafittura. Fiore è tutto ciò che buca una superficie poiché ha vissuto a lungo in un sottosuolo dove si è arricchito. Se spunta è perché si trova all’apice della sua crescita. Il fiore si fa allora correlativo di ogni ricchezza interiore dell’io, capace di spuntare dalla sua pelle-terra per donarsi all’altro-amato. Un fiore pronto anche alla recisione o al puro sterile decoro per superare la propria soglia.
È ovvio allora che l’io si indentifichi coi fiori declinati in molte forme (‘attorno ai fiori (miei) che non ti dico |; … le mie rose … |; ‘io sposa’ con l’idea del bouquet; ‘le api’ con l’immagine polisensa del polline; ‘di me resta un fiore’).

Ma spesso l’io-fiore è sprecato, reciso o appeso (un verbo ricorrente): si avverte come un senso di indietreggiamento, come se non si fosse di fronte a un amore perduto ma lungamente vissuto ma piuttosto a una tensione mai esaurita e vissuta solo nel desiderio (‘posso | averti solo in sogno – da te non volere niente nulla | e bramare’; ‘sei una forza tutta mia’), in un delicato fantasticare.
I versi si concentrano sull’io in modo tale che la funzione tu agisca da liquido di contrasto per isolare le azioni della protagonista, in un’interlocuzione senza reale interazione.
Ma ancora, ciò che resta sullo sfondo sono i fiori ad esistere nel cerchio di quel sacrificio di cui dicevo in apertura: pronti a nascere per morire come l’io pur di superare la propria soglia, di farsi parole per l’Altro (‘ti apro una parola nelle dita | e ti scalfisco’).

“LA TUA GRAZIA LA SALUTA IL SOLE” /

[…] A dieci anni portavo sulla bocca
la passione di una linea da tracciare;
dal mio passato nessun presagio
del vortice del di te desiderare,
questo fare del tuo caso un rituale.

L’ultima sezione si intitola ‘La Grazia’: la grazia che c’è nel riuscire a riassorbire tutti le facce dell’io disperse nella soluzione dei versi e ricostruirne la figura. Sembra trovare corpo l’ipotesi di un passato di remissività e di abbandono dell’io quando si legge: ‘che tu abbia riportato me alla vita | è stato un gratuito inconveniente’, in un amore che è sempre opportunità vitale ma sempre dubbio.

Ma è tutto in questi testi finali a ritornare, a chiudere un cerchio di consapevolezza dell’io che si pone infine su un altro piano, come in un’intercapedine della realtà (si dice ‘eterno lontano’ riferito al luogo-tempo in cui cela il tu ma anche, specularmente, l’io).
È qui che si riafferma con forza il rifiuto di una fredda logica del merito, di una dignità del ripagare che si dimostra relativa e subdola. Dall’abbattimento, al ricordo, alla reazione d’orgoglio, l’io percorre il suo cursus chiudendolo sui gradini di una memoria mista a vecchi desideri, agli ‘e se’ che ci si domanda quando è scorso troppo tempo, quando sono scorse la vita nostra e altrui.
Ritorna il fiore-sineddoche dell’intero libro ed emerge in tutto il suo potere l’animale (‘[…] così risponde il corpo, | celere come all’odore l’animale’), nel suo carattere davvero totemico, figurato e figurativo di tutti i versi.

È l’animale nella sua istintiva lealtà, l’animale che sa per altri mezzi, altri canali e pure conosce la fiducia come e più di noi che siamo costretti a inscriverla in un’ottica mercantile per definirla. Fedeltà inesausta anche di fronte al foedus spezzato.
E allora l’io su cui si attacca la terra, e l’io allora sui cui affiorano le corolle armate solo di profumo e di speranza si ritrasforma nell’io-bestia (‘questo | coraggio feroce della bestia | mia più umana […] | porge il nodo più chiaro d’offesa | mentre muto le spogli la gola’).

Nessun tempo è rimasto oggi, niente che sia stato perduto può davvero ritornare con le sue sembianze di allora. La vita è un’altra ma viva infine ma luminosa coi suoi alterni colori.
In questi versi allora fatti di classicità sacrale, di una severa altezza non proprio l’amore ma la promessa dell’amore, il ‘coraggio feroce’ di continuare a credere a questa potenza, di riportarsi all’origine dell’uomo o forse all’origine stessa della vita.
C’era un grigio immobile sullo sfondo: di fronte, è vero, un vasto ignoto. Lo varca chi non svende desideri e dignità. Chi non cede alla viltà.

Ribaltando la prospettiva, un io che rinuncia al proprio amore nei versi di Elio Pagliarani!

 

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *