Little Fires Everywhere: quel che resta del razzismo

Little Fires Everywhere: quel che resta del razzismo

Sarò breve: Little Fires Everywhere parla di razzismo. Lo tocca piano, proprio come facciamo noi. Perché siamo tutti un pò razzisti, chi più e chi meno, chi per scelta e chi per sbaglio.

“Everyone sees race, Lex,” said Moody “The only difference is who pretends not to”

Panoramica senza spoiler

Disponibile su Amazon Prime Video, Little Fires Everywhere è una serie tv americana tratta dall’omonimo romanzo di Celeste Ng pubblicato nel 2017.

Le vicende sono ambientate a Shaker Heights, una cittadina dell’Ohio che esiste realmente (e in cui Celeste Ng è cresciuta).
Nonostante vanti di essere un perfetto esempio di integrazione “Shaker Heights lotta ancora con gli stessi problemi razziali e di classe come il resto della nazione” scrive la stessa Ng.
Nelle ville coloniali di questa comunità si sviluppa uno dei temi portanti di questa serie tv: la performatività opprimente della classe benestante americana, egregiamente incarnata dal personaggio di Elena Richardson.

Elena Richardson, a sinistra, e Mia Warren

Elena Richardson, interpretata da Reese Witherspoon, è una donna bianca di buona famiglia, snob, maniaca del controllo e banal-buonista: alla marcia femminista, lei era in prima fila; alla marcia per i diritti degli afroamericani lei c’era; e così via per tutte le altre manifestazioni possibili e immaginabili. Ma ovviamente in Elena vive, come anche nel resto d’America, il contraddittorio binomio razzismo-perbenismo. Spinta da questi sentimenti divergenti, infatti, prima segnalerà alla polizia Mia Warren per star sostando in un parcheggio a bordo di una vecchia auto sgangherata, poi affitterà la casa di famiglia alla donna dall’apparente precarietà economica (chiaramente per pulirsi la coscienza, ma forse anche perché un po’ le piace l’idea di essere la white savior della situazione).

Chi è Mia Warren? Prima di tutto diciamo che questo personaggio è interpretato da Kerry Washington che, vi avviso, in questa serie ha lo stesso repertorio espressivo che in Scandal.
Mia Warren è la controparte di Elena: afroamericana, bohémien, anarchica, è un’artista. La sola cosa che Mia e Elena hanno in comune è, oltre la saccenteria, l’essere entrambe delle madri.

ll razzismo di sottofondo

La maternità è il tema centrale di Little Fires Everywhere e la condizione dell’essere madre è presentata sotto vari aspetti. Abbiamo (in ordine): rivalità tra modelli educativi differenti, lotta tra madre adottiva e madre biologica, un utero in affitto e un aborto.

Ma la maternità non è l’aspetto su cui intendo concentrarmi in questo articolo.

Come ho già accennato prima, in questa serie tv le danze si aprono con un esplicito atto di razzismo individuale di Elena che chiama la polizia dopo aver visto una “donna afroamericana dormire in una vecchia auto parcheggiata” (e per stare sulla scia di “white Americans calling the police on black Americans” consiglio il tragicomico TED Talk di Baratunde Thurston che potete trovare qui).

Si prosegue poi con azioni e commenti guidati da bias razziali impliciti. Quando Elena dà per scontata la scarsa disponibilità economica di Mia, è un bias implicito. Lo è anche credere che a “tutti loro” piaccia il basketball e il rap. Presentare tra loro due afroamericani che non si conoscono con la certezza che sicuramente avranno molto in comune è da razzisti. E di tutto ciò è agente Elena.
Ma non finisce qui, la lista di esempi potrebbe continuare ancora. Citerò solo un ultimo caso, paradigmatico del razzismo istituzionale: dare per scontato che un ragazzo abbia una scarsa preparazione scolastica basandosi solo sulla tonalità della sua pelle. È quello che succede a Pearl, figlia di Mia, quando le viene negato l’accesso alla classe avanzata di Algebra.

Il razzismo di cui parla Little Fires Everywhere è proprio il razzismo implicito e la particolarità di questa serie tv è che questo tema si sviluppa solo in sottofondo. Del resto non abbiamo, qui, dei grandiosi atti di rivolta come quelli descritti dal nostro Gennaro nel suo articolo sulla battaglia di Los Angeles. A dire la verità nessuno fa nemmeno mai notare quanto questi commenti o comportamenti siano offensivi e inopportuni.

Razzismo implicito trattato in maniera implicita; un filo rosso che si tende e vibra per tutti e otto gli episodi.

Quello che resta

Il razzismo, contenuto in tanti gesti sporadici ed inconsapevoli, serpeggia ancora nella nostra società che eppure si dichiara tollerante e aperta all’integrazione.
Forse il razzismo non ha più la forma di un incendio ma continua ad esistere come tanti piccoli fuochi. È questa l’interpretazione che personalmente ho voluto dare al titolo di questa serie.

“The firemen said there were little fires everywhere,” Lexie said. “Multiple points of origin. Possible use of accelerant. Not an accident.”

Siamo tutti un po’ razzisti, (forse) senza nemmeno accorgercene.
Possiamo infatti con certezza affermare di non esserlo pur facendo parte di un sistema che lo è?

Sara Squillaci

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