Ricordi di un vicolo cieco di Banana Yoshimoto

Ricordi di un vicolo cieco di Banana Yoshimoto

A volte capita di leggere il libro giusto al momento giusto. A volte capita di ritrovare la propria vita nelle pagine scritte da qualcun altro. Questo è ciò che rende Ricordi di un vicolo cieco di Banana Yoshimoto un libro così amabile; un libro che non fatica ad essere definito un balsamo per l’anima.

Il vicolo cieco è la metafora di alcuni momenti in cui incappiamo durante l’arco della nostra vita. Attimi in cui ci fermiamo, in cui ci sentiamo bloccati dal proseguire e in cui guardiamo, dal fondo, lo scorrere del traffico umano. Senza parteciparvi.

“Banana fever”. Il boom del romanzo postmoderno giapponese

Banana Yoshimoto ha spopolato negli anni 90 quando una nuova generazione di romanzieri giapponesi è apparsa nello scenario letterario. Tutti erano affascinati dagli scrittori post-moderni dell’arcipelago nipponico, in particolare per la Yoshimoto e per Murakami (di cui l’ultima opera, Norwegian Wood, è stata oggetto di un articolo approfondito della nostra Valentina Sprega. Lo trovate qui).

Il motivo per cui scrittori come Banana e Murakami hanno fatto successo è che hanno trattato temi che i lettori volevano affrontare e perché hanno adottato un linguaggio che il pubblico voleva ascoltare. 

Influenzati dal romanzo americano questi autori hanno scritto di sesso occasionale, di malessere esistenziale, di tradimenti, di femminismo. Niente a che vedere con la letteratura giapponese tradizionale (giusto due nomi di riferimento: Kōbō Abe e Mishima). 

I lettori giapponesi e di tutto il mondo dimostrarono un grande interesse per questi argomenti e le case editrici, che dal boom economico degli anni 70 avevano cominciato anch’esse a seguire una logica consumistica e commerciale, non si tirarono indietro dal lanciare sul mercato un tipo di romanzo nuovo, non più solo espressione di valori spirituali come era il romanzo ottocentesco, ma anche capace di dar voce ai valori materiali di una società nuova che chiedeva di essere raccontata. 

A riguardo consiglio un interessantissimo articolo del New York Times pubblicato proprio nel luglio 1990. Lo trovate qui.

Cinque racconti tristi. Cinque modi di essere felici 

Ricordi di un vicolo cieco è una raccolta di cinque racconti tristi in cui Banana Yoshimoto descrive le vite di giovani donne che hanno sofferto e che attraversando il dolore hanno trovato la loro via per la felicità. 

Il primo racconto, intitolato La casa dei fantasmi, parla di due giovani studenti universitari la cui amicizia si trasformerà in un amore dolce e malinconico nell’appartamento di lui, “occupato” da un’anziana coppia di fantasmi, intenti a ripetere ogni giorno le stesse attività domestiche. Il tema di questo racconto potrebbe essere l’eterno ritorno dell’uguale: c’è chi, come Setchan,  accetta il proprio futuro con la serenità di chi si trova a percorrere un sentiero già tracciato e c’è chi pensa di poterne fuggire, come Iwakura, per poi ritrovarsi nuovamente dentro il proprio destino. E infine sorriderne. 

La felicità di Setchan è proprio racchiusa nel concetto nietzschiano dell’eterno ritorno che, traslato sul piano del quotidiano, si riduce e si concretizza nella ripetizione armonica di gesti abituali e nel tentativo di ricrearne nuovamente attimi di perfezione che ormai appartengono al passato.  

Questa all’apparenza potrebbe sembrare una vita semplice, ma in realtà appartiene a un’immensa corrente. […] Tutti hanno vissuto in quella corrente, soffrendo per tante ragioni e tutti alla fine ci ritroviamo nella stessa acqua.

Il secondo racconto si intitola Mammaa! e parla di una giovane ragazza (mai chiamata per nome) che è stata vittima di un tentativo di avvelenamento. L’accorrere in ospedale di tutte le persone care riapre in lei una antica ferita mai guarita e sempre nascosta: l’abbandono della madre. La ragazza si rende conto di come l’avvelenamento abbia fatto venire a galla il veleno che da tempo aveva dentro di sé e riesce, guardando in un sogno quel dolore dritto negli occhi, a liberarsene. Grazie a questo supererà quelle paure, le più inconsce, che la frenavano dallo sposarsi e dal costruirsi una famiglia propria.

In questo racconto la felicità si manifesta attraverso il liberarsi da un dolore mai affrontato che pesava sull’esistenza e cominciare a vivere. 

Come un uccello allevato in gabbia, lasciato uscire per errore, a causa di quell’incidente mi ero ritrovata da un momento all’altro fuori dal mondo che conoscevo.

La luce che c’è dentro le persone è il terzo racconto. Mitsuyo, ora scrittrice di successo, ricorda il rapporto con il suo amico d’infanzia Makoto, un bambino di un’intelligenza e di una sensibilità fuori dal comune. È stato Makoto a farle capire che la felicità, intesa come senso di benessere e allegria, non è data da fattori contingenti ma è riflesso del calore della semplice presenza umana. E anni dopo Mitsuyo, ripensa a quanto quel suo fragile amico avesse illuminato una parte della sua vita e nel farlo il cuore le si riempie di una profonda gratitudine. 

Aver potuto stare insieme a Makoto in questa vita, proprio io e nessun altro, in quei brevi momenti d’ozio, di noia, di eternità, che sono stati per lui i più felici, è per me ancora oggi un privilegio straordinario.

Il quarto racconto è intitolato La felicità di Tomo-chan. Tomo-chan è una ragazza che ha dovuto affrontare molti ostacoli: l’abbandono del padre, una violenza sessuale, la morte della madre. Nonostante tutto “perfino nel buio della notte più solitaria della sua vita, Tomo-chan era stata abbracciata da qualcosa”. Cosa sia questo qualcosa noi lettori non lo sappiamo, e molto probabilmente non lo sa nemmeno Tomo-chan. Ma questa ragazza, di una ingenuità innocente, sembra essere la perfetta incarnazione della filosofia di Wa per cui ignorare il negativo, considerare le emozioni altrui e conoscere le persone lentamente sono garanzia di felicità, una felicità che si identifica con la contemplazione dell’armonia che vi è tra se stessi, gli altri e il mondo.   

Eppure uno sguardo, dalla forza troppo modesta per potergli dare il nome di Dio, seguiva Tomo-chan in ogni momento. […] Tomo-chan, in una parte profonda di sé, lo sapeva. Perciò Tomo-chan non era mai stata sola.

Il quinto racconto, quello che dà il nome al romanzo e che Banana Yoshimoto ama di più, è Ricordi di un vicolo cieco. In fondo al vicolo cieco dove si trova il suo appartamento, la protagonista, Mimi, riesce con l’aiuto prezioso di Nishiyama a riassaporare la felicità dopo essere stata lasciata dal fidanzato. Tempo dopo Mimi ricorderà quei giorni di disperazione allietati dalla complicità di Nishiyama come momenti irripetibili e illuminati da una luce speciale:

era stata una sensazione come quando, preparando il curry, si mettono lo yogurt avanzato per caso, le spezie e le mele, poi si esagera un po’ con le cipolle, e con una probabilità su un milione viene fuori un piatto incredibilmente squisito, e però irripetibile.

Le molteplici facce della felicità

“Perchè sto scrivendo di cose tristi, quelle che mi costano più fatica?”  – si chiede Banana Yoshimoto nel post scriptum di Ricordi di un vicolo cieco – “Poiché penso che questo struggimento sia necessario”. 

Struggimento necessario. Necessario al lettore, che con le delicate parole della Yoshimoto è aiutato a districare i garbugli del proprio animo; necessario per l’autrice, che per scrivere è dovuta tornare con la mente al suo personale vicolo cieco, risolvendo catarticamente il dolore che aveva dentro di sé attraverso quello superato dai suoi personaggi.

Vi siete mai fermati a pensare a quante forme diverse di felicità ci siano al mondo? Alcuni credono di poter analizzare questa emozione come valore oggettivamente quantificabile, forse nell’illusione che vi sia una versione standard e universalmente condivisa di questo sentimento.

Ricordi di un vicolo cieco ci insegna invece che la felicità può essere esperita in una moltitudine di modi differenti. In questo libro ne abbiamo cinque esempi: la felicità può essere la tranquilla sicurezza che la routine quotidiana è capace di infondere; può essere il sollievo che si prova quando finalmente si guarisce da una ferita nascosta che per anni non aveva mai smesso di sanguinare; o ancora, la gratitudine per aver conosciuto persone straordinarie; la felicità è il senso di protezione dato da uno sguardo provvidenziale che ci abbraccia dall’alto; la felicità è nelle lacrime di chi finalmente può guardare dalla strada quel vicolo cieco cogliendo quanto di bello era sfuggito agli occhi allora troppo abituati al buio, e realizzare così l’eccezionalità di quel momento ora perfettamente incastrato in quella somma di attimi che è la vita. 

Sara Squillaci

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