Alluvione alluvionare alluvionato: declinazione del Demonio. Intervista a Martina Picca

Alluvione alluvionare alluvionato: declinazione del Demonio. Intervista a Martina Picca

Alluvione (da cui alluvionare, alluvionato). Straripamento dei fiumi con allagamento dei terreni circostanti.

Lo Zingarelli. 

La parola deriva dal latino alluĕre, bagnare. La musicalità e la definizione del termine paiono innocui, tutt’altro che minacciosi. Non lo sono. Per molti, come Martina, alluvione è il Demonio o il Mostro – così lo soprannomina lei stessa–, una forza distruttrice che solo il diavolo può comandare, grida, ulula, esplode, alla fine inghiottisce tutto. 

Alluvionata è un appellativo terribile che Martina non vuole sentirsi attribuire: la sua è una storia di dolore come tante e non vuole essere riconosciuta e ricordata sotto il titolo di un’anonima etichetta.

 

Il Demonio ha tanti nomi. Si chiama acqua alta a Venezia (novembre-dicembre 2019): un morto e danni irreparabili. Demonio sono i torrenti che esondano nella città di Livorno a causa di intense precipitazioni e scarsa manutenzione del territorio (settembre 2017): frane, allagamenti, auto trascinate, 8 i morti. Hanno nome Demonio le frequenti alluvioni che colpirono e continuano a colpire i territori tra Liguria e Piemonte (in particolare nel novembre 2014 e novembre 2016). Si chiamano Demonio le alluvioni che hanno colpito Lazio e Abruzzo (ottobre 2015). Sono Demonio anche le alluvioni in Sardegna (novembre 2013): ponti crollati, viabilità interrotta, campagne allagate, 13 morti.

Potremmo citare tante altre calamità, troppe, perché l‘Italia è un Paese fragile, ad alto rischio idrogeologico. Oggi poi la gravità della situazione è amplificata dai cambiamenti climatici, ma non solo: subentrano altre concause quali la speculazione sull’edilizia selvaggia, interventi di messa in sicurezza mai effettuati per burocrazia e ricorsi.

Martina Picca con il suo libro

Vorrei in particolare soffermarmi su una di queste tragedie, quella che ha visto coinvolta in prima persona la protagonista del nostro articolo: Martina Picca.

Nella notte tra domenica 13 e lunedì 14 settembre la provincia di Piacenza è stata devastata dalle esondazioni del fiume Nure e Trebbia, provocate dalla pioggia (oltre 300 mm in meno di 4 ore) e da ammassi di detriti. Il fango mangia strade, ponti, macchine e abitazioni. Le zone più colpite sono Roncaglia, Ponte dell’Olio, Bettola, Farini, Ferriere, Cerignale, Rivergaro e Bobbio. I danni sono ingenti. In diverse case della Valnure e della Valtrebbia mancano la luce, il gas, l’acqua. Muoiono 3 persone: Luigi Albertelli, guardia giurata in servizio, 56 anni, la sua auto è stata spazzata via dal Nure; un uomo di 67 anni con il figlio di 42, Filippo e Luigi Agnelli, anche loro in auto, il corpo del padre non è mai stato ritrovato. Piomba in acqua anche l’auto di Massimo Chiavazzo, salvatosi miracolosamente lottando con tutte le sue forze contro il fiume in piena.

Martina oggi è una giovane ventiduenne che studia Lettere Moderne alla Statale di Milano. Martina è anche una sopravvissuta, come altri, all’Incubo.

In quella notte la sua casa a Farini, via Sassi Neri, è stata spazzata via, e con lei l’officina di serramenti del padre. Tutti loro, Martina (allora diciassettenne), mamma Romana e papà Luciano sono vivi, ma le loro vite sono state stravolte per sempre.

Martina ha dovuto sacrificare la spensieratezza della sua adolescenza nel cercare di rimettere insieme i pezzi e superare il trauma. Si è aggrappata alla scrittura come ancora di salvezza e ha urlato il suo dolore attraverso le parole di un libro, Se una notte di settembre l’alluvione (dicembre, 2019), edito da Officine Guttenberg iscritto al premio Campiello 2020.

La scrittrice Martina procede per frasi frante e spezzate che colpiscono il lettore al ritmo di colpi di fucile: un vero e proprio telegramma, un susseguirsi di segmenti intervallati dallo stop, cioè dal punto. Mi ha svelato che la sua eroina è Oriana Fallaci e lo stile che utilizza è proprio inconfondibile, richiama quello della giornalista: anche Oriana scriveva mossa dalla volontà di esprimere la sua ferita e allo stesso tempo di denunciare le ingiustizie. Come la Fallaci Martina non tace, vuole essere franca, schietta anche e soprattutto laddove la verità fa più male.

 

La casa di Martina PRIMA dell’alluvione

Forse diamo spesso per scontato il concetto di casa. Da giovani si desidera abbandonarla presto per costruire una vita propria altrove, al giorno d’oggi anche in altri Paesi del mondo. Solo quando la si é abbandonata davvero si riconosce quanto sia difficile ricostruire un luogo che inizi ad assomigliare lontanamente a “casa”. Poi i tempi mutano e cambiano anche i punti di riferimento, ma spesso non é un passaggio semplice. Se invece la casa ti é stata portata via… beh la situazione cambia. Qual é la tua definizione di casa?

Martina – Casa è un posto sicuro, un rifugio, un luogo dove puoi essere te stesso senza dover nascondere niente. Ma è anche il fulcro della famiglia, il nido, è dove torni dopo una brutta giornata perché sai di poter ricaricare le pile. Una casa non è mai stata solo quattro mura.  Per me, rappresenta molto di più.

Sei riuscita oggi a trovare un luogo che é definitivamente casa?

Martina – Sinceramente no, e credo sia un po’ il lascito dell’alluvione: non importa dove vai, ti potrebbero regalare anche una villa con due piscine, ma non la identificherai mai come casa, perché casa tua era quella e quella non c’è più. Si è sempre un po’ nomadi, un po’ sfollati. Se devo dirti cos’è casa per me oggi, ti direi che sono alcune persone.

Cosa diresti a chi, come te, si é trovato privo di un tetto causa calamità naturali (alluvioni, terremoti, …)?

Martina – In realtà non direi niente, perché sarebbe l’unica volta in cui mi sentirei capita fino in fondo. Non servono parole tra chi si è trovato a vivere le stesse cose, ti capisci e basta.

Con chi sei arrabbiata Martina? Nel tuo libro dai la colpa alle istituzioni che hanno chiuso il caso a proposito dell’indagine per omicidio colposo causa crollo della strada. Te la sei presa anche con chi avrebbe dovuto, ma non ha potuto, recuperare i corpi di quel padre e figlio travolti, un’ assenza che pesa sul cuore di una madre e una moglie che ha perso entrambi.

Martina – La rabbia è una costante: all’inizio te la prendi con tutti e con nessuno, poi passa il tempo e diventi consapevole. Di una consapevolezza arrabbiata, però. Inizi a capire i bordi marci del gioco e ti rendi conto che al posto di arrivare al dunque fanno il cane che si morde la coda. Ornella è ancora in tribunale, e a settembre sono 5 anni. Per quanto deve andare avanti una donna che ha perso tutto? Perché le deve venir detto che non ci sono colpevoli? Crolla una strada, muoiono tre persone e chiudono il caso. Io non mi chiedo perché sono arrabbiata, semmai mi chiedo come potrei non esserlo. Ti senti presa in giro mentre si mescolano in bocca sentenze che non arrivano a niente, se non a offenderti di più. Ci sono molti punti non chiari, ed è arrivato il momento che si giunga alla verità.

Tu stessa hai sottolineato che “quando si tratta di parlare della vita degli altri bisogna fare un passo indietro e uno in avanti: indietro perché la sofferenza va vista da fuori così da poterne cogliere i lati più feroci […], avanti perché nella sofferenza degli altri, quando la si vuol capire, ci si bisogna fiondare e basta” (da Se una notte di settembre un’alluvione). Ragionamento evidentemente troppo complesso per coloro che hanno avuto il coraggio di vomitarti addosso parole d’odio. Vorrei chiederti quali sono le accuse che ti sono state rivolte e se questa situazione si è verificata solo sui social o anche in presenza.

La strada a Farini PRIMA e DOPO l’alluvione

Martina – Quando succede una cosa così, all’inizio sono tutti amici. Tutti ti aiutano, tutti ti consolano, tutti si prodigano. Poi passa una settimana, e si dividono gli eserciti. Molte cose le ho lette sui social, dall’alto di una seggiolina si recitava “mai rubare al fiume” , “non si lamentino dopo che la natura si prende quello che è suo”, cose del genere, come se noi fossimo andati a costruire sul greto del Nure. Ho già caldamente consigliato di andare a vedere parecchie foto del prima alluvione, giusto per farsi un’idea ed evitare di parlare a vanvera. Quella mattina noi stavamo per morire e dall’altra parte c’era chi si divertiva a scrivere commenti. Penso si definiscano da soli. L’altro schieramento però mi ha fatto aprire gli occhi davvero. A Farini saremo cento anime, più o meno, quindi ti parlo di persone che mi hanno vista crescere. Si sono scatenati alla parola rimborsi, “ lo Stato vi ha dato tutto” , “con l’alluvione si sono arricchiti”, “evidentemente casa vostra era senza fondamenta e marcia”, “sono stati degli abusivi”. Cose del genere, e tralascio molto.

Mi hanno chiesto perché in una situazione di drammaticità come quella che abbiamo vissuto, un Paese si fosse diviso invece di unirsi. Perché? Non lo so. Forse perché manchiamo un po’ tutti di empatia ma ancora di più di umanità. Nascondersi dietro la facciata del siamo tutti amici e ci vogliamo bene a me non va: non è vero, ognuno pensa a tirare l’acqua al suo mulino. Chissene frega se non hai più niente e stavi per morire, l’importante è sputarti veleno alle spalle. Alle spalle, appunto, mai in faccia. La verità è che esiste della grandissima cattiveria e falsità, seppur si dica il contrario. L’ho provato sulla mia pelle, e io non dimentico niente. Me li ricordo tutti, so da quale bocca arriva la pugnalata. Non è un discorso che si allarga a tutti, ovviamente, c’è chi c’è stato e c’è tutt’ora, e per loro sono infinitamente grata.

Ma anche a proposito dei ranghi amministrativi, che piazzano un esproprio “per bene comunale” e ci tolgono la poca terra che ci era rimasta, ci sarebbe parecchio da dire. Il bene comunale è un lago dove far nuotare le persone, per intenderci. Dopo un’alluvione. Non dovrebbe essere la sicurezza dei cittadini? Casa mia – quella senza fondamenta che squartata è rimasta in piedi più di un anno – andava buttata giù in fretta, con i nostri soldi, perché era “esteticamente brutta per il turismo” . Hanno pensato ad infiocchettare le macerie piuttosto che a tutelarle.  E io dovrei fare la parte di quella che ama il suo paese? Ma no, per piacere, io sono schietta e per questo sono stata definita una “ragazzina che dovrebbe stare in silenzio”. La verità fa male, quando arriva chi ti fa crollare la facciata, capisci che forse il giochino non lo hai architettato bene. Pazienza, io vado avanti. È stato divertente, però, quando è uscito il libro: io non avevo fatto nomi, ma c’è chi si è sentito preso in causa. A quel punto, allora, devi fare due più due. E il risultato è che devi farti un po’ schifo.

La scrittura è stata la tua ancora di salvezza. Quando hai capito che poteva essere uno strumento efficace per rielaborare il trauma? L’hai riconosciuto da sola oppure ci sono state persone che ti hanno sostenuta in questo?

Martina – La scrittura mi ha salvata e scrivere quel libro mi ha raddrizzato una strada che stava andando in un dirupo, non so se rendo l’idea. Io ho sempre scritto, fin da bambina, mi piaceva mettere insieme le parole, anche se non erano niente di che. Poi arriva l’alluvione, blackout. Il 2016 è stato l’anno peggiore, stavo precipitando e ho toccato il fondo. Ad un certo punto mi sono detta che così non poteva più andare. E ho iniziato a scrivere. E’ una grandissima sfida rimettere insieme tutti i pezzi, perché significa rivivere il trauma alla sua massima intensità. È stato prima di tutto un confronto con me stessa, lo dovevo fare.

Il libro di Martina in vendita alla Feltrinelli di Piacenza

Cosa provi quando scrivi?

Martina – Sto molto bene quando scrivo, è come essere dove vorresti davvero essere. Il mio posto nel mondo. Non è sempre facile, perché scrivere è anche un lavoro, e come tutti i lavori ci sudi, ci piangi, ci fatichi…ma alla fine scrivere per me è un grande regalo.

Sottolinei più volte come la forza nell’affrontare il dolore ti abbia cambiata, reso più matura e orgogliosa della donna che sei diventata. Chi era Martina prima e chi è Martina adesso?

Martina – Martina si è spaccata in due il 14 settembre 2015. C’è la Martina dei diciassette anni, una ragazzina felice a cui non mancava niente, e c’è la Martina del dopo. Queste due “me” nel libro convivono, si parlano, esattamente come nella realtà. Il problema è far combaciare la Martina del prima, che c’è e viene fuori, con la Martina del dopo, che è una persona ferita che cerca di riaggiustarsi. Quando sei ferita, quando subisci un trauma, il trauma ti cambia. Ti modifica. All’inizio in peggio, o almeno così è stato per me. Devi imparare a conviverci, e la Martina del dopo ha fatto questo, allenandosi a sopportare tutto quello che c’è in mezzo. Non è facile, è una lotta continua, cerco di farle combaciare per arrivare alla versione migliore di me. Ci sono giorni buoni e giorni meno, il trauma non se ne va. Quello resta.

In cosa e in chi hai trovato la forza?

Martina – Nei miei genitori e nelle persone che mi amano e mi hanno amato anche nei momenti e nella parte peggiore di me. Alla fine conta solo quello, amare chi ti ama.

In occasione dell’emergenza Coronavirus, ti sei impegnata in un altro progetto importante: si tratta di un libro, un memoriale, che raccolga le storie delle persone colpite più da vicino dall’epidemia. Hai chiesto a chi volesse di scriverti una mail, tu li avresti ascoltati e sopportato il fardello del loro dolore, perché ora ne sei capace. Cosa dovremmo sapere di quest’iniziativa?

Martina – Piacenza, la mia città, è stata duramente colpita dal Coronavirus. Ad un certo punto sentivo di voler fare qualcosa ma non sapevo cosa. Poi un pomeriggio, Alice Ambroggi, una ragazza piacentina, ha condiviso un messaggio dopo aver perso entrambi i suoi nonni: dobbiamo trovare la forza di ricordare. Bum. Da lì è partito tutto, da un atto di amore e di coraggio che diventerà un libro grazie alla mia casa editrice, Officine Gutenberg, in collaborazione con Libertà, il quotidiano di Piacenza. Io ho solo messo a disposizione la mia email, e le persone mi hanno scritto una lettera in ricordo di chi avevano perso. Me me ne sono presa cura: è stato ed è  estremamente difficile, ma il dolore degli altri è una cosa a cui tengo e a cui voglio dare voce. Forse perché avrei voluto che lo avessero data anche a me. Abbiamo perso delle vite in questi mesi, tante, non numeri, non cifre, ma vite. Io volevo che fossero ricordate liberamente da chi le amava. Ed è stato un dono straordinario, perché chi mi ha scritto alla fine si è fidato di me. Sarò legata per sempre a queste persone.

Ecco, anche loro sono un po’ della mia casa.

 

Martina vuole essere un esempio di rinascita, di fenice che risorge dalle sue ceneri, qualunque siano i piccoli o grandi dolori dei suoi lettori.

Alzati in piedi e combatti. Smontati. Ricostruisciti. Butta le fondamenta della tua casa. Meriti di tagliare il traguardo. Dei dieci comandamenti del tuo buio, tu sii l’undicesimo. Tu sii la luce. Ricordalo. Ricordamelo.

 

Ginevra Braga

Osservo, leggo, studio, scrivo e mi appassiono per necessità di trovare un senso

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