Quentin Tarantino. L’uomo che ha distrutto il cinema

Quentin Tarantino. L’uomo che ha distrutto il cinema

– “Ti va di scrivere un pezzo su Quentin Tarantino?”
– “Volentierissimo!”

Tanto era l’entusiasmo quando mi è stato chiesto di dedicare un articolo ad uno dei più importanti registi che la storia del cinema ricordi. Attenzione, non parlo per frasi fatte. Quando dico uno dei più importanti, intendo uno di quei cinque che hanno effettivamente rivoluzionato la Settima Arte per come la conosciamo adesso. Gli altri quattro ve li dico in privato. Già in tempi non sospetti, a ridosso degli ultimi Oscar, mi prodigai a tessere le lodi di mastro Quentin in relazione al suo ultimo film C’era una volta a Hollywood e a come meritasse il premio alla Miglior Regia, in virtù del fatto che quel film rappresenti secondo me un punto di maturità al quale questo regista è arrivato alla fine di un percorso iniziato 26 anni fa.

Un percorso fatto di 9 film scritti e diretti, film che spaziano tra luoghi ed epoche diverse, che raccontano i personaggi più singolari, che si inerpicano su trame dense fatte di dialoghi ancora più densi. E poi ancora inquadrature, immagini, sequenze iconiche che mettono d’accordo i tanti fan e gli altrettanto tanti detrattori.

Quentin Tarantino ha un suo stile. Questa frase sembra quasi riduttiva, troppo elementare. In fondo, anche il più scarso dei film maker ha un suo stile. Il punto sta in cosa consiste quello stile, e dove ti porterà. Una delle più efficaci strategie di guerra è l’effetto sorpresa, ovvero l’attacco al nemico in tempi e modalità che egli non si aspetta. Ecco, Tarantino ha uno stile che fa dell’effetto sorpresa un’abitudine. Per quanto questa specie di ossimoro possa sembrare una critica, in realtà è l’opposto. Sono pochissimi i registi che riescono a sorprendere e attirare le attenzioni dello spettatore in ogni film che realizzano, al di là del genere e della storia che raccontano. Non basterebbe un libro per parlarne, ma proveremo a soffermarci su alcuni punti salienti della poetica cinematografica tarantiniana.

Pulp. Tarantino sa far suonare ogni corda che tocca, e lo fa con maestria e competenza, amalgamando al meglio ingredienti che nessuno si sarebbe mai pensato di mettere insieme prima del 1993, anno di uscita dell’opera prima Le iene. Un film che parla di una rapina andata malissimo, senza far vedere la rapina, ma raccontando con dovizia di particolari il prima e il dopo, senza che si senta la mancanza di vedere effettivamente l’azione, mostrando le ferite ma non gli spari, le sirene ma non gli inseguimenti. Costato un milione e qualche spicciolo, Le iene apre la porta alla visione Pulp di Tarantino, sublimata in Pulp Fiction, il simbolo della sua filmografia. Un film a episodi dove non esiste continuità cronologica, violento ma divertente, sporco ma ricercato, con un cast che a Hollywood mette in chiaro da che parte stessero le star del momento. Una pellicola che una ventina d’anni prima sarebbe stata bollata come un normale b-movie da sala di periferia, e che invece porta a casa una Palma d’Oro a Cannes e un Oscar alla miglior sceneggiatura originale, rivoluzionando il mondo del cinema indipendente. Il termine pulp deriva dalla carta scadente utilizzata per realizzare riviste a basso prezzo (pulp magazine) piene di racconti dai contenuti sfacciati, senza filtro, spesso ricchi di violenza e sesso, e con tanto di copertine fumettose ma esplicite. Insomma, non sembrava che fosse un prodotto adatto per creare un universo cinematografico. Esisteva già un movimento pulp, con esponenti di spicco come Corbucci e Di Leo, nomi che hanno ispirato profondamente il pulp tarantiniano, che è stato il primo ad ottenere così tanto successo di critica e pubblico.

Violenza. Non esiste un film di Quentin Tarantino in cui non venga sparato almeno un colpo di pistola. Per non parlare di quante piscine olimpioniche si potrebbero riempire con il sangue che ha lasciato scorrere e schizzare in tutti questi anni. Eppure, il modo in cui viene usata e raccontata la violenza nei film di Tarantino è diverso da tutti gli altri. Ogni sparo, ogni morto, ogni schizzo di sangue (e parlare di schizzi è eufemistico) è talmente ben contestualizzato, così incastrato nella trama, da non risultare mai fuori posto. Un punto necessario senza il quale si sfalda l’intera cucitura. Questo è un talento obiettivo, non è da tutti. Spesso si utilizza la violenza per colpire l’occhio dello spettatore, fregandosene dei contesti, nascondendo sotto il tappeto le evidenti carenze di sceneggiatura, o magari conferendo ad una sequenza particolarmente violenta il compito di sostituire il colpo di scena, quello che, se fatto bene, non ha bisogno di nessun morto ammazzato messo lì a caso perché erano finite le idee. Tarantino è agli antipodi di tutto ciò. La violenza è lì, a portata di mano, supportata dalla tensione narrativa, sai che prima o poi arriverà. Le uccisioni, gli squartamenti, le coltellate, le teste esplose, vengono dotate della stessa importanza di una linea di dialogo o di un contrappunto sonoro, in perfetta coerenza con tutto il resto.

Dialoghi. Le sceneggiature di Tarantino sono materia di studio per cineasti e appassionati. Storie scritte con una passione non comune, sceneggiature che hanno richiesto anni e anni di revisioni, tagli, ispirazioni, prima che la carta si tramutasse in schermo. Quando si ascolta un dialogo scritto da Tarantino, si ha come l’impressione di guardare ogni volta un film a sé, come se quella sequenza di pochi minuti fosse tanto potente da poter esistere a prescindere del film per cui è stata scritta. Sai che pagheresti l’ingresso solo per sentire le opinioni di Vince e Jules sui panini al formaggio, o l’invettiva di Mr. Pink contro le mance, o lo splendido dialogo tra Hans Landa e il padre di Shoshanna davanti a quel bicchiere di latte, o sentire Bill parlare di Superman mentre aspetta che il siero della verità faccia effetto. Minuti e minuti che tutto fanno tranne che annoiare chi sta seduto in sala ad ascoltare. Fiumi di parole che tengono col fiato sospeso, e che fanno spesso da prologo alla violenza più inaudita, recitati alla perfezione da attori che vengono messi nelle condizioni di esprimersi nella più totale naturalezza. L’essenza della regia passa attraverso la gestione degli attori sul set, si svolge nel dare loro la direzione giusta (non a caso il termine Director). Una direzione che possa restituire al regista la sua visione del racconto, e questo succede sempre. Lo si legge nelle facce spiritate di Samuel L. Jackson, nelle espressioni diaboliche di Christoph Waltz, sul palmo insanguinato della mano di Leonardo di Caprio, negli occhi della musa ispiratrice Uma Thurman.

Citazioni. Un punto su cui spesso si tuffano i critici più accaniti del cinema di Tarantino è il suo spiccato citazionismo. Sin dai tempi delle Iene, sono numerosissime le citazioni che trovano spazio nei suoi film. Alcune celate e ricercate, altre più spudorate e al limite del plagio. Nomi, situazioni, musiche, inquadrature, spesso addirittura intere sequenze rigirate con uguali punti macchina. Citazioni che risentono dell’immensa cultura cinematografica di Tarantino, e che davvero rasentano livelli da causa in tribunale, se non fosse che la stragrande maggioranza di queste citazioni provengono da film che a detta stessa del regista non hanno avuto il successo che meritavano, spesso perché rimanevano tra i b-movie che nessuno noleggiava, oppure perché non uscivano oltre i confini dei Paesi in cui venivano prodotti, come nel caso di molti kung-fu movie o delle commedie all’italiana che spesso noi snobbiamo, ma che Tarantino letteralmente adora. Anche le colonne sonore risentono di citazioni e passioni mai sopite. Tarantino seleziona le sue canzoni accuratamente, una per una, senza lasciare nulla al caso. Spesso ci immerge in veri e propri concerti che portano il cuore dello spettatore al giusto numero di battiti che servono per godersi al meglio la scena su cui scorre quella canzone di Chuck Berry, o quel crescendo di Morricone, del quale è un grandissimo fan.

Questi quattro elementi sono quelli che più di tutti ruotano attorno alla figura di Quentin Tarantino, e ce ne sarebbero tanti altri da approfondire in pagine e pagine. Con i suoi film ha stravolto l’immaginario del cinema classico, sovvertendo le sue regole, e talvolta inventandone di nuove che ormai sono diventate di uso comune. Il prossimo sarà il suo ultimo film, stando a quanto ha affermato in molteplici occasioni. Il decimo di una produzione apparentemente scarna se paragonata ad altri suoi illustri colleghi, ma che può contare su una continuità qualitativa che nessun altro può vantare. Il tutto seguendo la semplice regola che se ami profondamente il tuo lavoro, non potrai fare a meno di svolgerlo bene.

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *