Didattica a distanza: Lucilio e Seneca, Rachele e la Prof

Didattica a distanza: Lucilio e Seneca, Rachele e la Prof

2020: il mondo, sconvolto da una pandemia, rallenta la sua corsa e per una società che si basa sulla legga della velocità ciò comporta gravi effetti collaterali. Il mondo sussulta, ma non si ferma. Le scuole chiudono i portoni, ma non i portali. Nell’era del Covid-19, al fine di garantire il diritto allo studio, l’Italia adotta la didattica a distanza o come preferisce definirla Carla Perazzi, docente di Italiano e Latino, didattica d’emergenza.

Tra una lezione telematica e l’altra, studiando le Epistulae di Seneca a Lucilio mi è balzato all’occhio il filo rosso che lega insieme la scuola, il Covid-19 ed il tempo. Su quest’ultimo concetto si apre il celebre colloquio fra amici che il filosofo definisce come una “scuola” di due che si scambiano impressioni per migliorarsi.

Fai così, mio Lucilio: rivendicati a te stesso, e il tempo che finora o veniva portato via o veniva sottratto o andava perduto raccoglilo e mettilo in disparte. Convinciti che le cose stanno così come scrivo: alcuni momenti ci vengono portati via, alcuni vengono sottratti, alcuni scorrono via […] Chi mi potrai indicare che assegni qualche prezzo al tempo, che valuti la giornata, che si renda conto di morire ogni giorno? In questo infatti ci sbagliamo, per il fatto che la morte la consideriamo come evento futuro: gran parte di essa è già passata; tutta l’esistenza che sta alle nostre spalle la tiene la morte. Fai dunque, mio Lucilio, quello che scrivi di fare, afferra tutti i momenti; così accadrà che tu dipenda meno dal domani, se porrai mano all’oggi. Mentre si rinvia la vita scorre via. Tutte le cose, Lucilio, sono degli altri, soltanto il tempo è nostro.

Proprio come Lucilio con Seneca, in questo periodo d’incertezza, ho deciso anch’io di rivolgermi alla mia maestra, sollecitando un parere esperto riguardo al Tempo che stiamo vivendo in relazione alla scuola:

La tematica del Tempo è essenziale, dice Carla Perazzi, Credo sia necessario vivere questo momento come hic et nunc, qui e ora. Non ha senso dire “dopo faremo” – No. Questo che stiamo vivendo potrà pure sembrarci tempo rubato, tempo sospeso ma è questo tempo e non ce ne sarà un altro. E così i ragazzi lo devono vivere. Si tratta di un tempo atipico è vero, ma è pur sempre il nostro presente. Ciò che facciamo adesso è in funzione di quello che siamo adesso. La didattica a distanza, se è fatta bene, deve sforzarsi di utilizzare al meglio questo tempo andando incontro all’individuo e a ciò che questo vive nella sua contemporaneità.

Anche nel nostro caso, se pur non carta e penna, una riflessione ha tirato l’altra. Di seguito riporto alcuni interessanti spunti di riflessione che sono emersi durante il nostro colloquio.

La didattica d’emergenza

Carla Perazzi – Partiamo col dire che questa che chiamano didattica “a distanza” sarebbe più corretto chiamarla didattica “d’emergenza”. Essa è infatti venuta a colmare la mancanza della scuola intesa come “aula”, al fine di mantenere vivo il processo d’integrazione sociale cercando di arrivare a più persone possibile.  Ma questo è tutt’altro che facile, poiché ciò che viene a mancare è il concetto di luogo fisico.

La scuola è innanzi tutto un “luogo” all’interno del quale l’insegnante è una delle tante figure che compartecipano alla creazione della “ora di lezione”. Un po’ come uno spettacolo teatrale, ogni lezione con le singole classi, sarà una “performance” unica e irripetibile.

La prima grande difficoltà della didattica online si riscontra proprio nella ricreazione dell’ora di lezione, manca la dimensione dell’orizzontalità, garantita solo dalla presenza fisica. Una lezione telematica a primo impatto potrebbe assomigliare a un momento social mentre, per assurdo, fra docente e alunni si instaura una maggiore verticalità. L’insegnante è colui che, dall’inizio alla fine, gestisce la lezione e spesso e volentieri si ritrova davanti a degli schermi bui. Si scontra con quello che potremmo definire il “silenzio rumoroso” della scuola. Chi lavora con gli adolescenti sa che dovrà fare i conti con un silenzio oltre il quale si nasconde una voce che fatica ad uscire. Nella didattica a distanza questo silenzio non solo diventa più palpabile, diventa anche un buio. Alla mancanza di suono si aggiunge la mancanza di luce. Ciò rende difficile per un professore operare sulla classe un processo educativo. Non si pensi che questo riguardi solo liceo. Al contrario questa situazione dovrebbe condurre anche l’università ad operare un ripensamento riguardo al sistema d’insegnamento – magari suddividere le classi in piccoli gruppi – poiché spesso nelle università il processo educativo è volto a educere più che ad instruire. Manca una dimensione dialogica. Certo, come la scuola anche l’università è fatta di voci di corridoio e di chiostri, ma a differenza della prima manca il concetto di classe. Il grosso problema della didattica a distanza, e della scuola italiana in generale , consiste nella difficoltà ad uscire dal concetto di nozionismo, di “cattedra”. La cattedra è etimologicamente “il luogo posto più in alto” dal quale, un po’ come da un pulpito, si parla e nella didattica a distanza –  ahimè – esso diventa preponderante.

La classe, palestra di libertà e esistenza

Carla Perazzi – Un altro aspetto da considerare è quello sociologico: l’insegnante si trova ad interagire oltre lo schermo con situazioni variegate, situazioni famigliari che non conosce appieno, viene meno il contesto neutro della scuola. I ragazzi vengono “stanati” a casa loro e questo, specialmente per quanto riguarda gli adolescenti, apre scenari apocalittici. Al di là dello schermo si spalancano realtà sociali differenti l’una dall’altra, in cui lo studente è condizionato da ciò che si trova intorno. A scuola, pur intravedendo le diverse situazioni attraverso le singole biografie, gli insegnanti percepiscono i propri studenti come individui liberi, portatori di giudizio e immersi in un processo critico. Nel contesto della didattica a distanza invece, gli studenti si trovano a far lezione in contesti ibridi, magari condividendo gli spazi e il condizionamento del luogo che li circonda è fortissimo. Ciò rivela, come diceva Quintiliano – il primo insegnante stipendiato della storia occidentale – la scuola in quanto unico luogo di dibattito libero. Secondo Quintiliano i fori non sono liberi, i tribunali non sono liberi. La classe Si. Perché la classe è una palestra, la palestra dell’esistenza fuori della scuola. In essa ogni individuo è libero di sperimentarsi ma affinché questo avvenga sono necessari tutti quegli elementi che fanno parte del linguaggio del corpo, delle luci e delle ombre che solo la presenza garantisce. E questa è la vita vera: un susseguirsi di incontri subitanei e continui, di imprevisti e cambi di scena. La didattica a distanza annienta tutto ciò, l’unico imprevisto in cui si può incorrere è la caduta della linea o il microfono che non funziona. Insegnanti e alunni si ritrovano ed essere vittime degli strumenti. Ecco un’altra realtà che questo periodo ci ha messo di fronte: i ragazzi che chiamiamo della “generazione WhatsApp” non hanno la più pallida idea di cosa ci sia oltre WhatsApp stesso. Non sono padroni degli oggetti telematici. I ragazzi non sono liberi per un duplice motivo: a causa del condizionamento sociale nel quale seguono le lezioni e poiché non possono esprimersi come vorrebbero in quanto sono veicolati dallo strumento.

La partecipazione attiva

Carla Perazzi – Per quanto mi riguarda, la vera sfida di questa scuola telematica è quella di ricreare l’ora di lezione, delle atmosfere proprie per ogni classe. Questo è necessario in quanto è impensabile che nel processo educativo vengano a mancare i così detti “fuori programma”. La vera lezione è il fuori programma, non è ciò che l’insegnante vuole dare agli studenti, ma ciò che gli studenti vogliono prendere da ciò che l’insegnante dice.

Nella mia classe ho cercato di animare veri e propri momenti di dibattito. Ma questo è possibile sole se i ragazzi sono stati precedentemente “educati”, nel senso che la buona riuscita della didattica a distanza dipende molto, a mio parere, dal lavoro che è stato fatto in precedenza. Personalmente non ho seguito alla lettera il programma ministeriale e ho scelto di lavorare su alcuni argomenti specifici. E’ stato interessante il lavoro riguardo alla tematica del viaggio, affrontata in un momento in cui risulta impossibile viaggiare. O ancora il tema della parola come farmaco spirituale all’interno del “Decameron” di Boccaccio. A tal proposito per creare una partecipazione attiva abbiamo impersonificato i narratori delle varie giornate, i ragazzi presentavano di giorno in giorno le novelle. Gli studenti si sono ritrovati dunque a fare lezione, ad essere “padroni” e non più “vittime” dello strumento.

L’importanza del luogo neutro

Carla Perazzi – Quali sono i limiti in cui possono incorrere più facilmente gli studenti con questo tipo di didattica? L’incapacità di entrare in relazione con quanto proposto dalle slide che sostituiscono la lavagna. La lavagna è il luogo neutro in cui viene fissato ciò a cui studenti e insegnante sono giunti discutendo insieme. Per questo è importante che il docente cerchi di ricreare un luogo neutro, un luogo che non sia ne “suo” ne “loro”, ma che sia una voce terza davanti alla quale siamo chiamati in causa. In questo la letteratura viene in contro con i “luoghi degli autori”. Si crea così uno spunto dialettico. Ciò che ovviamente un insegnante ricerca, più che mai in questo tipo di didattica, è il confronto. Un confronto che spesso e volentieri è anche uno scontro, fondamentale per la crescita. Mentre quest’ultimo è difficilmente riscontrabile nella lezione a distanza , nella classe invece è impossibile che non ci sia; pensiamo per esempio allo studente che risponde o a quello che viene mandato fuori.

Il buio oltre lo schermo

Carla Perazzi – Questa didattica apre un altro interessantissimo tema in riferimento all’adolescenza: la possibilità di nascondersi. La distanza obbligata fra docente e alunno non fa altro che peggiorare il processo di crescita. La scuola non è solo un posto in cui si apprende, è un posto dove gli individui sperimentano il processo evolutivo che avviene attraverso l’incontro col “diverso” . Se il primo step sociale è la famiglia, il secondo è la scuola. Tutto ciò, in questo momento, sta pericolosamente mancando. Personalmente vivo la scuola sia da insegnante che da genitore e quello che mi preoccupa di questa situazione è che i genitori sembrano rendersi conto del ruolo della scuola solo in termini di “babysitteraggio”. La riapertura delle scuole è fondamentale non tanto perché devo “piazzare” mio figlio, ma in quanto significa riaprire il luogo in cui i bambini di oggi diventano i cittadini di domani. Riguardo a ciò lo stato non sta lavorando come si deve, sta pagando anzi tutta la mala amministrazione del sistema scolastico degli ultimi vent’anni sul quale non è stato fatto nessun tipo di investimento e a tal proposito – a mio avviso – non è certo la digitalizzazione della scuola la direzione sulla quale aspirare in un’ottica di miglioramento. Bisognerebbe puntare piuttosto alla creazione di luoghi diversi dalla solita aula che non siano le stesse quattro mura in direzione di una “scuola che si muove”, che cambia i setting, che fa una lezione in un luogo e una lezione in un altro…Con la didattica a distanza ci troviamo più che mai sempre davanti allo stesso scenario: il buio dello schermo.

Focus dell’attenzione: l’attualità

Carla Perazzi – Sono convinta che la scuola manchi sia alle classi unite che a quelle disunite. La scuola è una grandissima fetta della vita per i ragazzi. Per questo sono necessari massicci investimenti e radicali ripensamenti. Sono necessari spazi adeguati per l’apprendimento. La scuola italiana possiede un’edilizia non aggiornata, si pensi che la riforma del Tempo Pieno risale agli anni ’70, mentre le strutture sono ancora quelle di inizio ‘900 (non prevedono spazi comuni e spesso mancano i refettori). Questa crisi ha preso di mira i due settori nei quali più si è tagliato negli ultimi anni: la sanità e l’istruzione. Con l’emergenza sanitaria si sta aprendo anche l’emergenza scuola. E su questo sarebbe interessante che i ragazzi per primi riflettessero. Come insegnante ciò che sto cercando di creare forti collegamenti con l’attualità, di mettere in relazione ciò che studiamo con quello che stiamo vivendo. Su questo sono vertiti i cambi del programma che ho attuato; proprio perché la scuola deve insegnare a vivere la vita là fuori, quella vera. Questo non significa fare continui riferimenti al virus ma mettere a disposizione degli studenti gli strumenti necessari a comprendere. E’ importante che in questo momento la scuola venga usata come sguardo critico verso la realtà. 

Il Covid-19 ci ha strappato alla frenesia per restituirci alla calma, ma noi la calma non siamo più capaci di percepirla, ci appare banalmente come tempo “svuotato” dagli impegni in agenda. E invece la calma è molto di più: è il tempo che si lascia intuire con maggiore consapevolezza, è il nostro presente che ci chiama a scegliere. Un’impresa tutt’altro che facile dal momento che, fuori dal binario della routine, inciampiamo nel “vuoto” del nostro esistere e diveniamo artefici di noi stessi. Tuttavia, per scegliere in modo responsabile bisogna – prima di tutto – conoscere. E’ qui che subentra la scuola assolvendo il compito cruciale di fornirci gli strumenti per approcciare con occhio critico il mondo.

Per capire indagare ulteriormente la necessità delle lezioni fisiche ecco un interessante articolo di Alberto Asor Rosa, critico letterario, scrittore, politico e docente universitario italiano.

Rachele Oggionni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *