L’amore ai “nostri” tempi del colera

L’amore ai “nostri” tempi del colera

Quando noi di Mentisommerse abbiamo dato inizio al nostro primo viaggio di carta era marzo. Fuori faceva freddo, i vetri delle finestre erano striati di goccioline di pioggia e noi leggevamo L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez sotto il piumone.

Creare un gruppo di lettura ci era sembrato un buon metodo per rendere un po’ meno noiose e monotone le nostre giornate in quarantena. E così avevamo invitato chiunque ne avesse piacere a trascorrere con noi un po’ di tempo nei luoghi esotici e colorati dipinti dall’autore sudamericano.

Adesso però si avvicina l’estate e finalmente, con le dovute precauzioni, si può uscire di casa. È giunto il momento di abbandonare le terre assolate dei Caraibi e di goderci i meravigliosi panorami italiani. Ma prima di farlo, dobbiamo salutare definitivamente il romanzo che ci ha tenuto compagnia negli ultimi mesi. Quale modo migliore per farlo che ripercorrere insieme i pensieri di noi redattrici pubblicati nel corso della lettura sulla nostra community letteraria di Facebook, Atlantide?

 

MULTIFORME AMORE

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino di amori contrastati.

Con questa incontestabile affermazione Márquez dà inizio al suo romanzo.
A questo punto una domanda mi sorge spontanea: “ma… di cosa odorano le mandorle amare?” Più avanti leggo che era, “… per chi l’avesse saputo riconoscere, il sentore tiepido degli amori disgraziati”.
Ed era lo stesso odore che il dottor Juvenal Urbino, chiamato a risolvere il caso, sentiva nella stanza del cadavere. Si trattava del rifugiato attillano Jeremiah de Saint-Amour, suicidatosi con un suffumigio d’oro, a quanto pare per “mettersi un salvo dai tormenti della memoria”.
[…]
Il dottore, nell’analizzare il luogo del delitto, trova una lettera di Jeremiah a lui indirizzata e contenente gli indizi per la ricostruzione delle dinamiche della morte dell’amico, tra questi l’indirizzo del domicilio di una donna, situato nel tetro quartiere degli schiavi. Il dottore vi si reca e scopre che era un’amante di Jeremiah (nonostante la sua paralisi), la quale gli racconta come l’avesse aiutato a morire in una descrizione ai limiti dell’orrido.
La storia d’amore di Jeremiah ci appare tanto misteriosa quanto il personaggio. Ecco che, solo ora, leggiamo un riferimento agli amori contrastati della frase in incipit, anche se presto interrotto:

… stentava a capire come due adulti liberi e senza passato, ai margini di una società ripiegata su sé stessa, avessero scelto il rischio degli amori proibiti. […] La clandestinità divisa con un uomo che non era mai stato completamente suo, nella quale più di una volta avevano conosciuto l’esplosione improvvisa della felicità, non le era sembrata una condizione indesiderabile. Anzi: la vita le aveva dimostrato che forse era stata esemplare.

Quasi in contrasto con questo amore proibito, l’autore torna indietro nel tempo e descrive con arguzia ed ironia la lunga e strampalata vita coniugale del dottore e della moglie, Fermina Daza, protagonisti di un amore ormai tramutatosi in tenerezza: una vita insieme scandita dalle consuetudini e dai rituali della giornata del marito.
[…]
Inaspettatamente il dottore muore, non di vecchiaia, ma nel tentare di recuperare il suo disubbidiente pappagallo. […] Si fanno grandi feste e funerali stato.

Ed ecco un ultimo colpo si scena: al funerale compare un antico amante della moglie: Florentino Ariza.
Sarà forse l’indizio di un altro amore contrastato?…

Ginevra ci racconta il primissimo capitolo dell’opera. L’amore sembra il protagonista indiscusso. Ma l’amore ha molte forme. E sta proprio qui l’abilità di Márquez, nel mostrare ai lettori come tale sentimento sia estremamente variegato e liquido: non può essere definito con precisione. Si adatta alle persone. Nelle primissime pagine emergono due coppie assolutamente differenti l’una dall’altra. Jeremiah Saint-Amour (sarà un cognome casuale?) e la sua amante condividono una passione tanto più ardente quanto più proibita. Invece, Juvenal Urbino e Fermina Daza sono legati da un affetto un po’ più tradizionale, quello inestinguibile che unisce due compagni di vita.

 

L’ODORE DELLE MANDORLE AMARE

Florentino Ariza, invece, non aveva smesso di pensare a lei per un solo attimo dopo che Fermina Daza lo aveva respinto senza appello dopo alcuni amori lunghi e sofferti, ed erano trascorsi da allora cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni.

Ecco la frase che apre il secondo capitolo del romanzo.
La storia d’amore tra i due protagonisti [Fermina Daza e Florentino Ariza appunto] è sicuramente il filo conduttore della lettura ma di che amore si tratta?
Noi di Mentisommerse […] concordiamo sul meraviglioso ed unico stile di Marquez: un realismo organico a volte interrotto da tratti fantastici e condito con un pizzico di cinismo. […] Sono proprio i tratti cinici che hanno fatto pensare ad alcuni di noi che Márquez faccia parte di quella cerchia di anti-romantici e che, esasperando e rendendo morbosa la storia d’amore in realtà non faccia altro che prendersi gioco dell’amore in sé.
Non che l’autore rigetti totalmente questo tipo di sentimento quanto piuttosto sembrerebbe voler allontanare a tutti i costi l’aspetto malato dell’amore stesso.

…perché il suo stato non assomigliava ai disordini dell’amore ma ai danni del colera.

Florentino si ammala subito d’amore e i sintomi di quella malattia si rivelano gli stessi del colera: inappetenza, insonnia, polso debole, respiro affannato e un urgente bisogno di morire.
Ricordate la definizione di Wikipedia sotto la voce “Mandorla”? Menzionava l’esistenza di una parte di coltivazione di mandorle amare contenenti semi tossici poiché carichi di cianuro. Pare che anche i semi delle mele ne contengano, anche se in minima quantità così come il nocciolo della pesca.
Se la missione di Márquez fosse quella di metterci in guardia nell’andare troppo a fondo nelle questioni, soprattutto sentimentali? Se il prezzo da pagare fosse la morte? Addenta le mandorle ma non troppo, mangia la pesca ma stai attento al suo nocciolo…

E così Valentina legge nel romanzo di Márquez una parodia dell’amore passionale e smodato, quell’amore che ha i sintomi della malattia, descritto per la prima volta tra VII e VI secolo a.C. da Saffo nella sua ode Phainetai moi.

Mi sembra uguale agli dei
l’uomo che ti siede dinanzi
e vicino ti ascolta
che dolce gli parli

e desiderabile sorridi. Questo
fin dentro il petto sconvolge il mio cuore:
appena ti guardo, la voce
mi vien meno;

mi si spezza la lingua, sottile
improvviso il fuoco mi corre sotto la pelle;
con gli occhi non vedo più nulla,
gli orecchi mi rombano.

Mi cola il sudore, un tremito
mi prende tutta, e sono più pallida dell’erba.
Già quasi vicino a morire,
senza respiro io sembro.
Ma tutto bisogna sopportare, perché…

 

FLORENTINO E GLI INNAMORATI IMPLUMI

Abbiamo annusato l’odore delle mandorle amare e degli amori contrastati. Abbiamo preso silenziosamente parte alle scaramucce e alle piccole gioie matrimoniali di due coniugi di lunga data. Abbiamo conosciuto insomma l’amore senza speranza e quello nel pieno della fioritura.
Ma qual è la via di mezzo? Io credo sia questa.

La via di mezzo è Florentino Ariza quando Fermina Daza gli spezza il cuore. Il nostro protagonista infatti non demorde mai. Per tutta la vita conserva teneramente nel cuore l’immagine idealizzata della fanciulla con l’uniforme a righe azzurre e la lunga treccia con un fiocco all’estremità. Fermina è la sua donna-angelo. Nient’affatto la Beatrice dantesca, però. Agli occhi dell’amante la ragazza ha le fattezze di una creatura celeste, ma in verità non ha proprio nulla di salvifico, anzi! Contro la sua volontà trascina Florentino in un abisso. Il giovane infatti non si dà mai per vinto e trascorre i suoi anni come fossero un momento di passaggio, una semplice attesa dell’apoteosi del suo vero amore. È convinto che prima o poi Fermina si concederà a lui e quindi la aspetta. Nel frattempo oscilla tra amori fugaci e passioni effimere. Passa da una donna all’altra, ma non si dedica mai a nessuna con tutto se stesso. Il suo cuore appartiene a lei.

Amare davvero non è un volo, è una caduta. È la terra che si spalanca, e mette il cielo sotto i piedi.
Luca Chieregato, Cyrano sulla Luna

E d’un tratto Florentino è Cyrano. Quando non riesce ad ottenere per sé ciò che brama ardentemente si mette a disposizione degli altri.

…gli avanzava tanto amore dentro che non sapeva che farne, e lo regalava agli innamorati implumi scrivendo per loro lettere d’amore gratuite al Portal de los Escribanos.
Márquez, L’amore ai tempi del colera

Abilissimo nello scrivere lettere d’amore, esercizio nel quale si è cimentato a lungo durante il suo fervido carteggio con Fermina, presta la sua poesia a coloro che, pieni di sentimenti, sono poveri di parole. Un’attività romantica, ma estremamente struggente. Soprattutto quando anni dopo vede una famiglia (proprio come quella che avrebbe voluto lui con Fermina) nata da un amore scoccato dalla freccia che è la sua penna.

 

QUELL’ALTRO CIELO SOTTO IL MONDO

Rachele invece ci invita a dimenticare i mali o i piaceri dell’animo, a smettere momentaneamente di pensare per conoscere il mondo che fa da sfondo alla nostra lettura in un modo più primitivo, attraverso i nostri sensi.

… Chiudiamo gli occhi e andiamo alla ricerca del più bel ricordo che abbiamo del mare. Lasciamo che l’oceano si materializzi davanti al nostro sguardo, abbracciamo il suo orizzonte… sì, anche la vela di quella barchetta solitaria. Respiriamo a pieni polmoni e scarichiamo nell’espirazione tutto quello che dobbiamo dimenticare per goderci l’immensità del mare prostrato ai nostri occhi. Lo percepite? Percepite quell’odore inconfondibile di salsedine e conchiglie, il vento sferzarvi il viso, il senso di onnipotenza che si prova davanti alla bellezza del creato?
Bene… adesso incamminiamoci lungo la scogliera verso il villaggio dei pescatori dove ci sta aspettando Florentino Ariza – ma prima togliamoci la felpa, qui ai Caraibi fa un gran caldo. Lo avete riconosciuto? E’ quel ragazzo dal viso smunto in frac che parla con Euclides, quell’altro ragazzino abbronzato “dal corpo d’anguilla”. Cosa stanno facendo? Si stanno accordando per andare a recuperare un tesoro sommerso… Si racconta che il galeone San José, insieme all’intera flotta spagnola, giaccia sul fondale di coralli. Nel 1708 le navi erano dirette alla fiera di Portobello, a Panama, ma durante il viaggio di ritorno erano state affondate con nell’arcipelago di Sotovento dagli inglesi.
Ammetto di avervi chiesto di fidarvi delle mie parole, ma se in questo caso non mi credete fate bene! Questa storia ha tutto il sapore di una leggenda ma, per quanto riguarda il nostro Florentino, il reale e l’impossibile sembrano confondersi nel regno dell’amore. Tuttavia, dal momento in cui noi lettori di Márquez ci rendiamo complici di un patto narrativo aperto all’inverosimile e (soprattutto) poiché in questi tempi di prigionia credo non ci faccia male una buona dose di fandonie leggendarie, proviamo a reggere il gioco di Florentino e a imbarcarci alla volta di quest’avventura.

… dopo quattro ore di navigazione entrarono nel mare interno dell’arcipelago, sul cui fondale di coralli si potevano prendere con le mani le aragoste addormentate.

Florentino non si butterà in quel mare cristallino – crede che Dio lo abbia creato per vederlo dalla finestra senza mai imparare a nuotare – ma noi possiamo farlo. Possiamo tuffarci dalla canoa e nuotare alla ricerca dei monili preziosi e delle ostriche che giacciono impigliate nella prosa di questo autore. Prendiamo allora un bel respiro e immergiamoci in apnea, lasciando in superficie ogni pregiudizio nei confronti di questa storia nelle cui reti potremo cogliere i bagliori di una tagliente ironia che sembra invitarci a scandagliare la realtà, a scendere nei suoi abissi “anche solo per vedere quell’altro cielo sotto al mondo che erano i fondali di corallo”.

Il sapore di mare sulla pelle. L’odore dolce delle mandorle amare nelle narici. Un cuscino vuoto di fianco al suo. E se Fermina Daza, dopo la morte del marito, non avesse affatto esaurito le sue scorte d’amore, come l’autore vorrebbe farci credere all’inizio?

Penelope Volpi

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