Una vita come tante: antitesi fra buio e luce

Una vita come tante: antitesi fra buio e luce

Non è facile restare al buio. Spegnere la luce e fare i conti con l’oscurità non è una sciocca sfida da bambini. A luci spente i nostri mostri interiori giganteggiano sulle pareti della stanza come ombre cinesi. Occorre coraggio. Coraggio di spegnere la luce ma soprattutto di riaccenderla, per non lasciarsi inghiottire dal nero. Hanya Yanagihara nel romanzo Una vita come tante ci chiama esattamente a questo: abbiate il fegato, lettori, di indagare le radici del dolore senza dimenticare che il bene esiste. Sempre. In ogni vita. Anche se soffocato dal male.

Una vita come tante non è un romanzo che si consiglia, è un romanzo da leggere e basta. Le sue pagine si squarciano su abissi di atrocità indicibili, ma si schiudono anche alla brezza gentile della tenerezza umana. Se è vero che non esistono limiti alle crudeltà operate dall’uomo, è altrettanto vero che il bene di cui egli è capace si spande come oceano nella sua commuovente bellezza. Così la struttura di questo romanzo è innervata da una profonda antitesi: il male e il buio sono allagati di luce.

Il romanzo di una vita

[…] il weekend successivo, quando andarono tutti insieme da Pho Viet Huong, portò con sé una delle vecchie macchine di Ali e fotografò tutti e tre i suoi amici mentre mangiavano, e più tardi, passeggiavano per la strada innevata. Andavano particolarmente piano per deferenza verso Jude, visto che i marciapiedi erano scivolosi. Li vide allineati nell’obiettivo della fotocamera: Malcom e Willem a sinistra e a destra di Jude […] Scattò la foto. “Che cosa stai facendo, JB?” gli chiese Jude, nello stesso istante in cui Malcom gli intimava: “Piantala, JB”. 

A New York, in anni non ben definiti, vivono quattro promettenti ragazzi: JB fa l’artista, Malcom l’architetto, Willem l’attore e Jude l’avvocato. Sono giovani, intelligenti, ambiziosi ma soprattutto sono amici. Si conoscono dai tempi del college e le loro vite si ingarbugliano fino alla morte. Come si intuisce dal titolo l’arco di tempo in cui partecipiamo alla storia è l’indeterminabile durata di una vita umana. Un tempo indecifrabile dunque, che si dilata e si restringe a seconda dell’emotività. Un tempo che, giunti alla fine, ci sembra essere trascorso in un battito di ciglia. Un tempo intenso a tal punto da essere a mala pena esauribile nelle 1093 pagine del romanzo.

A un primo impatto potrebbe sembrare di imbattersi nella rincorsa, da parte dei quattro protagonisti, di un futuro ricco e promettente ma pagina dopo pagina, come la luce in un caleidoscopio, questo romanzo si scompone in un’infinità di riverberi, frammentandosi in una disanima, magnifica e perturbante, della crudeltà umana e del potere taumaturgico dell’amicizia.

Peter Hujar

Perno della vicenda è Jude Saint. Francis, una figura di enigmatica riservatezza, un’anima misteriosa la cui esistenza oscilla eternamente fra la luce del riscatto e il baratro dell’autodistruzione. Jude ha sofferto e in modo indicibile. E’ stato ferito, fisicamente e ed emotivamente. Si è trovato a un passo dalla morte, eppure qualcosa all’interno di lui si è aggrappata con tutte le forze a quell’istinto di sopravvivenza più volte schiacciato ed umiliato. Ma la sofferenza, quella vera, lascia i segni. E Jude, per quanto desideri dimenticare, è vittima del suo passato. Ci troviamo di fronte a un uomo disarmato, brancolante in un’esistenza intrisa di dolore, un dolore inesprimibile e che in Jude si è radicato tanto a fondo da apparirgli ormai come parte ineliminabile di lui, un tumore le cui metastasi hanno ormai compromesso tutti gli organi.

Come un animale spaventato Jude cerca di schermarsi dalla minaccia dei sentimenti umani, per non soffrire nuovamente si costringe a recidere l’antenna invisibile che ci connette con l’amore e il dolore del mondo, venendo meno alla scelta di coraggio a cui è chiamato ogni essere umano: aprirsi all’amore al costo di provare dolore. Ma ecco che in questa landa di desolata disperazione germoglia un miracolo: nella più oscura notte dell’anima in cui tutto sembra perduto e quindi ridiventa possibile, Jude sperimenta che l’unica cosa in grado di restituirlo a sé stesso è proprio l’amore.

Nel corso della lettura ho annotato sul mio diario continui passi e suggestioni nel tentativo di restituirvi questa storia, ma sono giunta a concludere che possiede una potenza, una bellezza che va “toccata con mano”. Posso dirvi però quello che questo libro ha lasciato a me: mi ha insegnato che ciò che conta, alla fine di tutto, sono i rapporti umani. E dal momento in cui, pur nella loro evanescenza, i suoi personaggi mi hanno regalato mille pagine di pura umanità voglio essere io, adesso, a restituire qualcosa a loro. Sono tante le personalità che popolano questo universo, io però mi rivolgo a quelle a cui sono più affezionata: Harold, Willem e Jude.

Harold: ammirevole uomo

“Se fossi una persona diversa, forse direi che ciò che è accaduto è una metafora della vita: le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.
A pensarci bene… forse sono proprio quel genere di persona”

E’ commuovente la determinazione con la quale hai amato tuo figlio Jude. Non hai mai rinunciato a cercarlo, quando ha eretto muri nel tentativo di sottrarsi al tuo sguardo li hai scavalcati, quando ti ha respinto per paura che lo vedessi in balia della sua fragilità tu, con la delicatezza necessaria, hai trovato la strada per tornare da lui e con occhi straripanti di amore lo hai rassicurato come solo un padre sa fare.

Sei stato eccellente Harold, generoso e altruista. Ma soprattutto sei stato comprensivo. In punta di piedi ti sei introdotto in una vita complicata, rispettando paziente i tempi e gli spazi che Jude ti concedeva. Non è facile rapportarsi ad un figlio, è ancora meno facile se questo figlio è ormai adulto ed è decisamente difficile se questo figlio poi è Jude, un uomo che a causa delle sofferenze subite si è ritratto in sé stesso come un riccio. Tuttavia, tu con la tua voce calma e dolce, lo hai aiutato a lasciarsi amare.

Quando volutamente ha tentato di provocarti, di farti arrendere, quando ha tentato di convincerti del disastro che credeva di essere, tu lo hai desiderato con più forza. Quando si è sforzato di scatenare il mostro che era convinto si nascondesse nelle parti più oscure del suo sé, tu lo hai amato se possibile ancora di più. Tu, Harold, nonostante l’universo compromesso e complicato che era Jude sei rimasto accanto a lui, accettando i suoi silenzi e i suoi segreti, limitandoti ad investirlo d’amore senza chiedere nulla in cambio. Questo fa di te un uomo ammirevole Harold.

Willem: nobile anima

Peter Hujar

“…le persone a cui vuole più bene sono più fragili delle altre e gli sono state concesse in prestito fino a quando qualcuno o qualcosa non verrà a reclamarle.”

Ricordo le tue parole davanti alle telecamere, avevi appena vinto un premio per le tue performance attoriali: “e ora il ringraziamento più importante di tutti” dicesti “a Jude St. Francis, il mio migliore amico, l’amore della mia vita”. Non te lo ha mai detto, ma sentirtelo dire gli ha incendiato il cuore. Ha sorriso e ha pianto insieme. Willem, nobile anima, non riesco ad immaginare essere umano più coraggioso. Sei la dimostrazione della proprietà taumaturgica dell’amore capace di guarire le ferite più profonde; un po’ per fortuna un po’ per caso sei comparso nella sua vita, hai trafitto il buio di cui Jude era prigioniero sciogliendo col tuo calore l’armatura di ghiaccio oltre la quale, giorno dopo giorno, sempre più lo abbandonavano le forze.

Le tue carezze e le tue attenzioni sono state per lui un antidoto quotidiano contro la morte. Le vostre chiacchierate notturne, la stima reciproca, il desiderio innocente capace di andare oltre al sesso hanno reso la vostra storia, ai miei occhi, la più bella storia d’amore mai raccontata. Sei stato la sua casa e quando finalmente ti ha aperto i cancelli della sua anima per permetterti di conoscere i fantasmi della sua infanzia, tu lo hai stretto a te con tutte le tue forze e siete rimasti avvinghiati per ore, giorni respingendo insieme le iene feroci che quotidianamente hanno tentato di ucciderlo.

Ti sei rivelato instancabile nel tentativo di sorprenderlo, di farlo sorridere, di renderlo felice e tu, allo stesso tempo, è in lui che hai scoperto la felicità, il luogo in cui rincasare dopo i tuoi continui viaggi. Tu e Jude, Willem, vi siete appartenuti l’un l’altro e uno nell’altro vi siete salvati.

Jude: meraviglioso essere umano

Caro Jude,

Peter Hujar

da dove partire? Dall’affetto smisurato che il lettore si ritrova a provare nei tuoi confronti, proprio come se fossi una persona in carne ed ossa. Già, perché nel tuo disperato bisogno di amore e nella fottuta paura che hai di concedertelo, sei terribilmente umano. Se adesso tu potessi ascoltarmi c’è qualcosa che ti vorrei dire: so che quello che ti è stato fatto è imperdonabile…Ma sei sopravvissuto Jude, è questo che conta. Nonostante tutto sei ancora qui. Si potrebbe dire che nel tuo caso la vita sia iniziata con un processo inverso: non sei venuto alla luce, sei stato gettato in un abisso perduto. Sei stato scagliato all’inferno. Non è mai stata colpa tua e non avresti dovuto punirti tanto brutalmente, anche se so che i tagli che nascondevi sotto le camicie non erano altro che un metodo per percepire la vita.

“la disperazione con la quale il suo corpo cercava di guarire uccidendo una parte di sé stesso era un’esperienza devastante, anche dopo tanti anni”.

Ricordi poi cos’è successo? Quando sembrava che tutto volgesse al peggio due angeli si sono materializzati alle tue spalle recuperandoti da quel lago colmo di pianto. Ti hanno guardato negli occhi e ti hanno detto quello che ancora non ti aveva mai detto nessuno: “sei importante”. Tu avresti voluto che quella dichiarazione ti soffocasse col suo calore per sempre. Jude hai il dovere di resistere per te stesso, per ciò che potresti essere insieme ad Harold e Willem. Il loro amore ti può redimere. L’amore è più potente del dolore, devi credermi. Ma so che in fondo, nella parte più remota di te stesso, lo hai sempre saputo e finalmente un giorno, quando Willem faceva parte della tua vita ormai da tanti anni durante i quali hai imparato a fidarti di lui, sei riuscito a rivelargli il macigno che ti schiacciava il cuore…

“…dormono entrambi, abbracciati; finché Willem non sente la voce di Jude che gli parla, si sveglia e si mette in ascolto. Ci vorranno ore perché a volte Jude non riesce a proseguire e Willem aspetta, stringendolo così forte da togliergli il respiro. Per due volte Jude cercherà di divincolarsi e per due volte Willem lo inchioderà a terra e lo terrà bloccato finché non si calma. Trovandosi dentro la cabina armadio non sapranno mai esattamente che ora è: si renderanno conto solamente che un nuovo giorno è arrivato e ripartito, perché avranno visto la luce del sole srotolarsi come un tappeto sul pavimento e raggiungere le porte della cabina. Willem ascolterà storie che vanno oltre ogni immaginazione o abominio…”

Cosa rende potente questo libro?

Innanzitutto, la prosa della scrittrice: semplice, scorrevole, coinvolgente. In una parola: ipnotica. La vita dei personaggi si materializzerà nella vostra camera o in qualsiasi altro posto voi stiate leggendo e non potrete fare a meno di pensare che la loro vita a New York sia in realtà, in fondo, un po’ vostra.

In secondo luogo, l’onestà con la quale è raccontata la storia. Hanya Yanagihara usa i termini esatti, anche qualora dovessero essere crudi e inquietanti non ha paura di offendere ed è proprio questo a far sì che la sua scrittura arrivi dritta al cuore dei lettori, bucandolo senza tanti complimenti.

E in fine il magnetismo della vicenda. E’ inevitabile divorare pagine e pagine in un’unica notte, o perché ci si è imbattuti in passi eccessivamente conturbanti e si ha bisogno di approdare in una baia di testo più placida o perché, al contrario, le immagini sono tanto malinconiche e dolci da desiderare che si prolunghi lo stato di grazia nel quale ci si trova immersi.

Proviamoci. Spegniamo la luce e affrontiamo la notte. Il sole tramonta – è vero –  ma sorgono le stelle. Alzando lo sguardo ci accorgeremo che milioni di puntini luminosi trafiggono il nero e qualora dovessimo perdere la rotta nell’incerta traversata della vita, ci basterà seguirli.

QUI lascio il link di un’intervista in cui l’autrice racconta quanto l’aspetto iconografico sia stato fondamentale nella stesura del romanzo. Se invece volete ulteriormente approfondire il mondo intricato delle relazioni umane vi rimando a un recente articolo della nostra Sara Squillaci.

Rachele Oggionni

Rachele Oggionni

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