Poesia e contraddizione: versi sul denaro tra Sanguineti e Giudici

Poesia e contraddizione: versi sul denaro tra Sanguineti e Giudici

È sempre dai dialoghi e dalle discussioni che nascono gli spunti per le riflessioni migliori: per questo, forse, il ruolo di una meditazione totale, appartata, è sopravvalutato.
Ragionando con amici – virtualmente, ahimè, in questi tempi di silenzio o di ipertrofia linguistica – ci chiedevamo quale potesse essere il ruolo dell’arte, o almeno della realizzazione creativa, rispetto a certi stereotipi che la vedono protagonista.
Dove possiamo davvero arrivare come creativi – come creatori – se ci limitiamo ad alimentare solo una serie di luoghi comuni dell’immaginario collettivo? Se ci limitiamo a dotare di un’immagine artistica le impressioni più semplici e superficiali?

Qui parliamo dei versi, ma la questione comprende tutto quello che è strumento di rappresentazione. Partiamo da un presupposto: da un lato c’è la vita e dall’altra il sogno che è la proiezione di una vita potenziale: come sempre dunque prospetto di atto e potenza.
Ma il sogno, talvolta scivola nell’allucinazione, la visione diventa distorsione e le immagini non sono più modi di intendere la vita ma di negarla. Le possibilità diventano fughe e l’intenzione di incidere sulla realtà, e sulla vita nostra e dei singoli, estraniazione.
È così che nascono i miti oggi: sofisticazioni che trasformano le cose in costruzioni culturali tali da generare desideri a cui non abbiamo mai aspirato.

All’immagine della città caotica e indifferente si contrappone il mito della buona terra, della riduzione alle origini, della vita che sorge dai campi, della natura. All’immagine dell’uomo in carriera instancabile, concentrato e insensibile agli affetti, quella dell’artista frustato ma colmo di sentimenti.

Si generano polarità banali e si finisce a parteggiare per una squadra o per un’altra, demonizzando la modernità e poeticizzando il ritorno al primitivo, per esempio.
Ma non si fa un buon servizio né alla vita né all’arte in questo modo: la vita non è incastrata nel polo di un modello di cartapesta e l’arte non è tale se ritrae il suo opposto mitico, la fuga totale da un modus imperante.
La rappresentazione estetica risiede per necessità nel mescolamento e nella contraddizione: si genera da una differenza di potenziale che induce a sfuggire da un punto per tendere a un altro cercando un equilibrio dinamico che sempre si rompe e sempre si ricompone, senza mai identificarsi in nulla.
A che servirebbero altrimenti le forme estetiche se non per tentare di plasmare questa complessità che si accumula, questo divenire in perenne movimento?

Il bello e il difficile è che in questo moto tumultuoso della vita e dei suoi gesti ci troviamo noi: se l’arte è per qualcuno è per tutti quelli che la corrente sballotta qua e là, che in questa tempesta che in ogni istante dice e nega, non hanno ancora scoperto il proprio nome.
Per le poesie che voglio raccontarvi oggi tentiamo forse una delle contraddizioni più estreme, quella che vede fondersi materia e spirito (come cantava Battiato in una sua canzone di qualche anno fa), denaro e identità.

LA FORMA DEL MONDO – EDOARDO SANGUINETI

Questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti il foglio, Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola di Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massetere,
è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:
e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:

ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente:

La poesia che abbiamo appena letto fa parte di ‘Erotopaegnia’, raccolta del 1960 del poeta avanguardista Edoardo Sanguineti. La raccolta trae il suo nome da un gruppo di poesie disperse del poeta latino Levio ed è tutta incentrata sulla tematica amorosa ed erotica: il titolo d’altronde significa pressappoco scherzi d’amore.
In questo contesto compaiono talvolta poesie che hanno attinenza con l’idea del parto e della nascita (in un contesto molto più ampio nell’ambito dei primi lavori di Sanguineti) e dunque con i figli del poeta.

Qui il discorso in versi si srotola come una lezione o un ammonimento al secondogenito Alessandro, nella consueta forma del catalogo e dell’elencazione caotica.
In effetti, seguire il percorso a cascata del testo corrisponde quasi a sfogliare una di quelle grandi enciclopedie illustrate per bambini, in cui si toccano tutti gli elementi dello scibile per dare un’idea generale della conoscenza.
La poesia allora sembra essere un’innocente introduzione alle cose del mondo se non fosse per il ritornello che intercorre minaccioso a separare le strofe. È il denaro che si insinua tra le lettere e le parole celandosi nel verso degli oggetti.

In questo discorso il denaro non è, al limite, il mezzo per giungere alle cose (che pure può assumere un valore positivo) ma è l’identità stessa delle cose, la loro natura e il loro fondo.
Per questo è così esatta l’immagine del foglio, che ha sempre due facce se solo uno si ricorda di voltarlo. Il denaro allora si pone come una filigrana, non già il pendant delle cose ma la chiave che ne decodifica il senso e ne dispone la natura.

Gli oggetti non sono più cose raggiungibili con il denaro ma sono lo stesso denaro, radice, necessità e condizione unica dell’esistenza. E si va persino oltre questo: perché non si parla soltanto di oggetti, ma piuttosto della Storia, degli stati, della vita biologica, vegetale e animale, della scienza e della tecnica, della poesia e della filosofia e persino dell’origine dell’uomo nell’immagine fulminante del parto.
Niente esula da questo: tutto quello che è e tutto quello che si può conoscere non è molto più di una deviazione, un’illusione e, in fondo, una presa in giro: tutto è una declinazione del denaro la cui forma esteriore è solo un orpello.

Il denaro è il mondo e se c’è mai stato un mondo naturale adesso non c’è più perché questo strumento è diventato l’unica chiave di analisi e al contempo l’unico fine: ‘non queste forbici veramente sperava, non questa pera | quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache’, scriveva qualche poesia prima Sanguineti nel suo linguaggio destrutturato.
Questi due versi suggeriscono l’idea che forse solo un mondo primordiale, quello della preesistenza, quello che non si è visto e ancora si spera, possa funzionare in modo diverso, possa ruotare a un’altra frequenza e le cose possano essere semplicemente loro stesse, senza l’ombra del denaro a distorcerne i contorni.

Denaro che viene esplicitamente demonizzato nella strofa finale in cui si tenta una definizione senza mediazioni: denaro che è guerra e conflitto, non solo in senso proprio ma anche tra l’individuo e sé stesso costretto a fare i conti con un’idea che è diventata l’unico motore della specie.Denaro che, si legge, è solo sé e alla sua base c’è il nulla, il vuoto senza colore come se il denaro, una volta definito, si generasse da solo, come se non avesse inizio né fine e, incapace di mutare, regnasse sul mondo sempre uguale a sé stesso. Increato e infinito come un dio.

Il perno del mondo allora si basa su questo meccanismo al punto che gli individui non possono più pensare diversamente ma solo accettare di diventare essi stessi ingranaggi e ruotare o restarne fuori e scomparire. Denaro, cioè guadagno e produzione che si alimentano in continuazione bruciandosi e non possono arrestarsi perché le leggi fisiche sono anche meccaniche e sussistono finché possono. Finché l’ultimo uomo non si sottrarrà a questa trottola diabolica affermando la propria identità.

RESISTERE NON SERVE A NIENTE – GIOVANNI GIUDICI

«Datemi un punto d’appoggio… Ma no,
datemi un giorno, tre giorni, una vita
tutta risolta e il mondo si trasforma,
forse è meglio non vivere per vivere.

Un confuso sentire in una forma
costringo e me di un’ora oltre la resa
del mio giorno e di te che dici: sono stanca,
dei figli che resistono ogni offesa.

Chiederò in prestito il numero che manca
allo zero dal nove che ne ha tanti:
cedo una sera, sai che mi riprendo,
non è vero che non siamo tutti santi».

Ma per queste parole mi sorprendo
a mentire se cerco in un letargo
scendere, capofitto rifugiarmi:
dico che è solo per poco – ma sento

che ogni volta è per sempre. Chi può darmi
il me stesso che fu vile perché
non sia vile, al mattino riportarmi
indietro dal mio serale orgoglio?

Debito e vita, tutto pagheremo,
passano presto gli anni, ma non voglio
che tu t’illuda e m’aiuti a mentire
ancora – non è vero che saremo

senza pensieri e senza maledire
al superfluo che manca – non è vero
che i figli saranno buoni, che potrò
scegliermi un lavoro più leggero.

Senza averla, una casa, so com’ero:
dici che sarò meglio, mi consoli.
La proprietà fa liberi… Ma no:
è impossibile salvarsi da soli.

denaroTornare alla Vita in versi’ è una specie di bisogno ricorrente per chiunque ami la poesia. E se parliamo di contraddizione è impossibile non riandare alle poesie di Giovanni Giudici.
La raccolta esce nel 1965, in un contesto storico e culturale del tutto simile a quello in cui scriveva Sanguineti. La tensione autobiografica di Giudici, così spiccata, è sempre ripiegata nel senso di un rispecchiamento generale, al punto che in molti luoghi è difficile capire dove finisca l’io lirico e dove inizi la collettività.

Pur sullo sfondo della vicenda e della lotta personale, gli individui sono legati, loro malgrado, dallo stesso destino, che gli induce a una corsa perenne, a una ricerca perenne ma senza oggetto.
Il testo che oggi vi propongo è la terza parte di una poesia tripartita intitolata ‘Una casa a Milano’: nella narrazione lirica l’io racconta delle sue ricerche di un appartamento a Milano, tra i suoi crolli psicologici e le richieste della giovane moglie. La casa è un topos ricorrente nei testi di Giudici: è il simbolo della realizzazione sociale proprio in virtù del suo costo elevato e per il fatto di rappresentare, per un individuo della classe media come lui, l’impegno economico maggiore, capace di durare tutta una vita.

La ricerca è spossante perché nulla va bene, che sia la zona troppo lontana dal centro o il prezzo elevato tanto che l’io si trova a pensare (nella prima sezione del lungo testo) che ‘una casa già mi sembra inutile | tanto stanco mi sento in questa sera’ o che ‘[…] non posso pensarmi fra dieci | anni o venti o di più nella contrada || che scelgo piena di promesse e dire: | qui probabilmente io morirò’.
Qual è il senso di una così dura ricerca? Perché una lotta così estenuante? L’io è sempre lacerato tra il bisogno assoluto della propria affermazione di intellettuale e di scrittore e quello del denaro e del sostentamento che gli richiede il sacrificio della maggior parte del suo tempo e delle sue energie.

Dunque non lotta per realizzare un sogno (che qui sì è la prospettiva possibile di una vita) ma lotta per la sopravvivenza, lottare per non lottare più. L’io si sforza, prova a immaginare il buono di questa assillante ricerca quando dice: ‘un confuso sentire in una forma | costringo’ oppure ‘cedo una sera, sai che mi riprendo, | non è vero che non siamo tutti santi’.
Ma si tratta di scuse, illusioni, menzogne che ci diciamo per non chiederci ‘perché lo sto facendo?’, quando ci sembra che il nostro sogno sia l’unica via possibile e che abbiamo pian piano dovuto ripudiarlo per sopravvivere ma non per rimanere vivi. ‘[…] Chi può darmi | il me stesso che fu vile perché | non sia vile’ dice l’io, come se ancora ci fosse la speranza di tornare indietro.

È qui che la contraddizione si insinua, nell’impossibilità di uscire dal meccanismo-mondo di cui parlava Sanguineti perché resistere non serve a niente.
Perché non è vero che un sogno, una visione o un’aspirazione bastano di per sé, dice l’io, perché ‘debito e vita, tutto pagheremo’, ciò che alla vita abbiamo tolto e ciò che il bisogno del denaro ci ha tolto.
Perché non possiamo ignorarlo, non possiamo fare finta che non ci ruoti tutto intorno, perché ‘[…] non è vero che saremo | senza pensieri e senza maledire | al superfluo che manca – non è vero | che i figli saranno buoni, che potrò | scegliermi un lavoro più leggero’.

Non sono vere queste dolci bugie: qualunque sia il sogno il denaro lo plasmerà a sua immagine, il denaro si renderà sempre più necessario, più importante. E soprattutto non è vero che il denaro procura solo il superfluo, non è vero che i suoi desideri poi non diventano anche i nostri. E col tempo non siamo più in grado di distinguerli, non sappiamo più perché dovremmo rinunciarci.‘La proprietà fa liberi…’ dice la moglie, come in uno slogan subdolamente artefatto. ‘Ma no: | è impossibile salvarsi da soli’, le fa eco l’io, come in un guizzo finale, come a dire che si sbaglia, che nessuno sarà libero in queste città in cui l’umanità di uno è sempre in subordine, dove necessità e bisogno ci stritolano, dove desiderio e identità non fanno più rima col nostro nome.

Ma insieme, forse l’uomo può essere amico dell’uomo ancora una volta, forse accettare l’illusione significa tentare ancora una dignità, un’opposizione smaliziata e senza incanto.
È sempre questo ciò a cui penso quando leggo Giudici: resistere non serve a niente, è vero.
Ma tu resisti.

 

Camera Oscura si era già occupata della Vita in Versi: se vi interessa una nuova incursione tra questi temi cliccate qui!

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

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