Parlarne tra amici, o come il texting può distorcere le relazioni e l’immagine che gli altri hanno di te.

Parlarne tra amici, o come il texting può distorcere le relazioni e l’immagine che gli altri hanno di te.

Sally Rooney è stata il fenomeno mediatico dell’estate passata ed è tornata alla ribalta in queste settimane per il lancio della serie tv tratta dal suo secondo romanzo, Persone normali. Ho voluto quindi conoscerla cominciando dall’inizio, dal suo debutto: Parlarne tra amici.

Parlarne tra amici è stato definito dal Sunday Telegraph come “un tagliente commento sulle relazioni moderne”. È proprio questo che caratterizza i romanzi della scrittrice irlandese: i suoi personaggi sono gente comune e le loro storie sono verosimilmente prive di eccezionalità – e del resto anche la trama di questo romanzo non ha nulla di speciale. Non sono sicura che la “piattezza” narrativa di Parlarne tra amici sia un effetto voluto, ma sono certa nel dire che questo romanzo è ricchissimo di spunti di riflessione su temi tanto concreti quanto attuali.

Sono rimasta molto colpita dal modo in cui la Rooney riesce a mostrare come nelle odierne dinamiche relazionali il texting (scrivere “messaggiare” suona ormai antiquato) sia diventato un elemento imprescindibile e capace di determinare l’andamento dei rapporti interpersonali. E in Parlarne tra amici le conversazioni avvengono molto spesso per messaggio o per email. Parliamone.

 

In breve. Quattro personaggi

Frances è la protagonista e noi viviamo la storia attraverso i suoi occhi. È una studentessa universitaria, aspirante scrittrice. Si evince chiaramente che ha problemi di autostima e che per questo si aggrappa ad un rapporto simbiotico con Bobbi, sua migliore amica nonché sua ex. Anche Bobbi è una studentessa ed entrambe fanno parte del mondo artistico e letterario. Spesso eseguono performance durante serate culturali: Frances scrive monologhi, Bobbi li recita.

Il terzo personaggio è Melissa, fotografa e giornalista di successo. Vuole scrivere un articolo su Frances e Bobbi. E infine Nick, il marito di Melissa. È un attore di discreto successo in Irlanda, ma il suo bell’aspetto e la sua fama non lo salvano dall’avere un carattere passivo da manuale.

Succede che il rapporto tra Frances e Nick si fa sempre più stretto – ma non sarà poi così grave dato che la moglie, Melissa, lo tradirà a sua volta con Bobbi. Tradimento a chiasmo, insomma. Ma non è l’infedeltà la tematica centrale del romanzo, bensì la comunicazione.

L’aspetto su cui voglio concentrarmi è infatti la riflessione che in modo implicito la Rooney ci porta a fare riguardo il ruolo del texting online nella vita sociale reale. La Rooney stessa dichiara in un’intervista per NewsHour: “Credo che internet abbia reinserito il linguaggio scritto nelle nostre vite in modi totalmente nuovi. Il fatto che così tante relazioni siano primariamente condotte attraverso le parole scritte è qualcosa di molto intrigante per uno scrittore; ed è stato interessante indagare come le persone costruiscano relazioni usando il linguaggio pur essendo, di fatto, da sole”. Potete trovare l’intervista completa qui.

Essere insensibili is the new black

La relazione tra Frances e Nick è profondamente viziata dal modo in cui i due si pongono reciprocamente in chat. Tuttavia, prima di entrare nell’argomento è necessario apporre una premessa.

Da film, libri e serie tv emerge come nella cultura contemporanea stia prendendo piede la tendenza a premiare l’insensibilità come caratteristica essenziale del personaggio vincente e carismatico. In altre parole: l’eterno indifferente privo di emozioni e dal carattere evitante non è più il nemico, non è più lo psicopatico da cui stare alla larga, bensì diventa il protagonista verso cui lo spettatore simpatizza.

Anche Frances è una ragazza che rifiuta la propria vulnerabilità e che nasconde la propria sfera emotiva dietro l’ironia e un atteggiamento iper-analitico.

[in chat]

Frances: semplicemente non sono molto emotiva

Bobbi: non penso che “non emotiva” sia una qualità che qualcuno può avere.

Bobbi: sarebbe come sostenere di non avere pensieri.

Frances cerca di incarnare l’ideale di donna forte, emancipata, che preferisce discutere di letteratura e di capitalismo piuttosto che abbandonarsi a sentimentalismi. Interessante notare qui un paradosso: a un certo punto Frances dichiara di voler “distruggere quella mascolinità che considera opprimente”, eppure la soppressione delle emozioni non è forse un elemento di quel sistema simbolico maschile che proprio lei rinnega ma di cui segue la logica? Il rifiuto della sfera emotiva in quanto sintomo di debolezza non è forse parte del pensiero machista?

Frances vuole apparire indifferente agli occhi di tutti e soprattutto agli occhi di Nick.

“Pensi che io abbia dei sentimenti per te? Non essere imbarazzante” [dice Frances a Nick]

 

Amore e potere: l’arma dell’indifferenza

Chi meno ama è più forte si sa. Così cantava Ferradini in Teorema, e così ci viene insegnato: mostrare i propri sentimenti significa che l’altro potrebbe approfittarsene. Essere colui che ama di più equivale ad avere, dunque, una posizione di svantaggio.

Questa credenza popolare si traduce in una continua lotta di potere nei confronti dell’altro. Peccato però che più ci si ostina a mostrarsi disinteressati nel tentativo illusorio di prendere il controllo della relazione, più è probabile che anche il partner risponderà allo stesso modo – e per le medesime ragioni.

Ed è esattamente quello che accade a Frances e Nick: palesare il proprio reale coinvolgimento sembra essere qualcosa di impensabile ed entrambi in chat recitano la parte del “non è nulla di serio”. La verità è che ambedue muoiono dentro e l’esito sarà ovviamente disastroso.

Lui non dice mai che gli manco, né che mi pensa. […] In risposta mi rendo conto di diventare fredda e sarcastica.

La chat si rivela il campo perfetto per questa battaglia a colpi di indifferenza. Prima di tutto perché in chat è estremamente semplice nascondere il proprio coinvolgimento emotivo e trasmettere un senso di disimpegno. In Parlarne tra amici molto spesso Frances riceve messaggi che la turbano, che la costringono a passare ore davanti allo schermo nel tentativo di formulare una risposta che poi, immancabilmente, si compone solo di poche righe, a volte anche cariche di sarcasmo. In questo modo Frances cerca di riguadagnare una posizione di vantaggio: prima di tutto, lasciare l’interlocutore in attesa di una risposta significa infrangerne l’intento comunicativo e poi, controbattere con un messaggio di poche righe equivale a sminuire l’argomento altrui.

Nick: ho fatto qualcosa che ti ha ferito?

Frances: no

Nick: sei sicura?

Ho lasciato passare del tempo. Con la punta delle dita coprivo il suo nome sullo schermo del laptop. […]

Il mattino seguente mi ha inviato un’altra mail. […] Ho pensato di rispondergli in modo crudele ma invece non gli ho risposto affatto.

Tu sei quello che scrivi

La comunicazione via messaggio risente di chiari limiti: venendo a mancare tutti gli altri elementi extraverbali come la gestualità, le intonazioni e le espressioni facciali, spetta poi al ricevente colmare questi vuoti con assunzioni del tutto arbitriarie, rischiando di ottenere così una interpretazione del messaggio del tutto falsata dai pregiudizi e dalle aspettative di chi legge.

 “Io aspettavo che tu mi chiamassi”, ho detto.

“Frances, sei tu che hai detto di non voler più vedermi”

Ma a correre il rischio di essere frainteso non è solo ciò che viene scritto: anche chi scrive può essere male interpretato, si può cioè credere che sia una persona totalmente diversa da quella che è in realtà. Proprio quello che succede ai personaggi di Parlarne tra amici. 

Foucault in “Archeologia del sapere” (1969) scrive che il discorso è un sistema, composto tanto di idee quanto di azioni, che costruisce il soggetto e le parole che esso pronuncia.

Ma in chat abbiamo solo le parole e siamo noi ad avere il potere di decidere e di costruire la percezione che l’altro avrà di noi. In assenza di altre informazioni tu sei quello che scrivi: se scrivi da disinteressata, sei disinteressata; se scrivi da saccente, sarai una persona saccente. Oltre alle parole non ci sono elementi a smentire assunzioni di questo tipo e chissà, forse chi sta dall’altra parte dello schermo, non volendosi sentire messo alle corde, farà (o potrebbe già star facendo) esattamente lo stesso.

Non so dirti quanto mi sono sforzato per non telefonarti.

Io pensavo ti fossi dimenticato di me.

L’idea di dimenticare qualsiasi cosa di te mi dà orrore.

Ho sorriso. Ho detto: davvero?

In conclusione, le parole hanno un peso maggiore di quello che pensiamo.

Non è la prima volta che riflettiamo sul valore delle parola. Marzia Figliola ha già trattato di questo tema nel suo articolo sul The Dictionary of Obscure Sorrows, dove l’urgenza comunicativa si traduce nel tentativo di trovare (o inventare) parole sempre più precise per descrivere quelle sensazioni che non hanno ancora trovato espressione. Potete trovare l’articolo di Marzia qui.

Sara Squillaci

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