Finalmente è iniziato il primo processo per crimini di guerra in Siria

Finalmente è iniziato il primo processo per crimini di guerra in Siria

“Il tempo per l’impunità è finito” ha detto Anwar al-Bunni, avvocato per i diritti del popolo siriano e attivista che collabora con l’ECCHR, ovvero il Centro Europeo per i diritti costituzionali e umani parlando del processo tuttora in corso a Coblenza. Sembra un grido di vittoria, di fatto è il preludio di una lunga lotta che solo adesso prende piede su un nuovo campo di battaglia. Sappiamo tutti – o perlomeno, dovremmo saperlo – da quanti anni va avanti il martirio del popolo siriano, che brancola nella polvere sollevata dall’odio del presidente Assad. Una guerra dura che si lascia dietro solo fantasmi: di città, di case, di bambini, donne e uomini.

Quindi cosa vuol dire un’affermazione come quella di Anwar al-Bunni se non sembra essere arrivato il momento di portare la guerra su un nuovo piano? È iniziato qualche giorno fa infatti un processo destinato a lasciarsi dietro un precedente di quelli scottanti: due esponenti della cerchia di Bashar al-Assad sono in questo momento posti sotto giudizio per i loro crimini di guerra. Si tratta dell’evento giudiziario più importante da nove anni a questa parte per quanto riguarda la Siria, perché finalmente lancerà a tutti un chiaro segnale: gli osceni atti compiuti in quella terra resa desolata non verranno passati sotto silenzio. È strano pensare che i due imputati non dovranno sottostare alle accuse avanzate nei loro confronti laggiù, dove hanno seminato odio e distruzione, ma lungo il Reno, nella placida cittadina di Coblenza.

GLI IMPUTATI DEL PROCESSO E I LORO CRIMINI DI GUERRA

Anwar Raslan, membro dei servizi di intelligence siriana, nonché responsabile di una prigione, tra il 2011 e il 2012, ha sottoposto più di quattromila prigionieri a forme di tortura sistematiche e brutali, a causa delle quali sono morte almeno 58 persone, mentre il suo collaboratore Eyad al-Gharib era incaricato di arrestare gli oppositori al regime e consegnarli alle fauci oscure della prigione e del suo nero padrone. Catturati nel 2019, i due sono stati accusati e imprigionati sulla base del principio di giurisdizione universale, che ha permesso ai procuratori tedeschi di occuparsi di crimini di guerra (così come di crimini contro l’umanità o di genocidi) anche se commessi al di fuori dei confini nazionali di loro competenza. Un risultato il cui raggiungimento è stato ostacolato non poco dai numerosi veti opposti da Russia e Cina in seno al Concilio per la sicurezza delle Nazioni Unite. Alla fine però, giustizia sarà fatta e, considerando che molti dei crimini di guerra compiuti in Siria sono rimasti finora impuniti proprio perché il paese non rientra nello Statuto di Roma della corte penale internazionale, non è difficile scorgere l’eccezionalità di uno strumento giuridico quale quello alla base del processo di Koblenz.

UN PROCESSO DESTINATO A FARE LA STORIA

Questo processo è il primo che coinvolge membri di alto rango della cerchia di Assad, più e più volte accusato di crimini di guerra nel corso degli ultimi nove anni, ma sempre e comunque rimasto impunito. La portata di questo evento non può essere spiegata, se non lasciando spazio alle parole di sollievo di chi per anni ha subito e sofferto, come Amer Matar, un giornalista siriano di 33 anni che afferma di essere stato torturato proprio da Raslan e che parla di questo processo così ai microfoni della CNN: “Quello che sta accadendo è come un sogno. Avevo perso la speranza che saremmo mai stati in grado di consegnare alla giustizia il regime.”

In realtà, non è la prima volta che un caso giudiziario prende piede a partire dal principio di giurisdizione universale: già nel 1998 Augusto Pinochet infatti era stato arrestato a Londra, dove si era recato per esigenze mediche, per volere di un giudice spagnolo, che lo fece estradare a Madrid per giudicarlo sulla base delle accuse di genocidio, tortura e rapimento di minori. Prima ancora toccò a Adolf Eichmann, gerarca nazista che grazie al principio di giurisdizione universale fu processato per i propri crimini contro l’umanità. E se proprio vogliamo andare indietro di qualche secolo, l’appuntamento è al 1600 quando questo stesso principio veniva usato per giudicare i pirati.

Ora però – e sembra davvero tardi – è giunto il momento di Assad e della sua cricca e se anche sembra difficile mettere fine a una guerra in un’aula di tribunale, l’impatto psicologico che processi come quello di Koblenz possono avere non è da sottovalutare. Da questo momento in poi simili individui dovranno avere paura ad aggirarsi per l’Europa impuniti, come fanno tuttora molti collaboratori e sostenitori di Assad, convinti di aver trovato rifugio in quei coni d’ombra della giustizia su cui ora si cerca di puntare una luce chiara e rivelante. Bisogna sperare che, se questi primi processi si cocludono con la giusta pena, tutte le prove raccolte in nove lunghi anni dagli attivisti e ricercatori siriani assumano finalmente un senso e possano ergersi in tribunale con il dito puntato contro questi criminali che pensavano di essere furbi, ma alla fine non hanno potuto fare a meno di rimanere invischiati nella loro stessa rete di supponenza e spregio dei diritti dell’uomo.

I CRIMINI DI GUERRA IN SIRIA NON FINISCONO QUI

“Il tempo per l’impunità è finito” sembra comunque, anche alla luce di questi fatti, una frase fin troppo utopistica per tutti coloro che ancora innalzano inascoltate grida di terrore dalle macerie delle loro case, quelle stesse case dove il governo siriano consiglia oggi di restare, per proteggersi dal Coronavirus. Ma di cosa stiamo parlando? Pallide ombre di abitazioni, in piedi quasi per miracolo, o completamente rase al suolo da un conflitto incessante e insensato.

Speriamo che il sogno di Amer Matar e di tutti coloro che come lui hanno sofferto e stanno soffrendo si possa realizzare. Ma quel sogno, si badi bene, non si può e non si deve fermare alla giusta punizione degli aguzzini, dei dittatori e degli assassini, deve anzi realizzarsi nell’eliminazione delle loro azioni, prima ancora che abbiano motivi per essere punite. A Coblenza possiamo solo iniziare a dire che “il tempo per l’impunità non è finito” e che questo non può più starci bene.

Non è la prima volta che si parla di Siria qui, su Menti Sommerse, cliccate qui per leggere la nostra intervista a Firas Abdullah, reporter siriano che ha vissuto sulla propria pelle il lungo e terribile assedio di Douma.

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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