La politica nelle serie tv: macchine istituzionali, propaganda anti-Israele e altre amenità diventate seriali

La politica nelle serie tv: macchine istituzionali, propaganda anti-Israele e altre amenità diventate seriali

Si è tenuto oggi GoFest, il primo festival online interamente dedicato alle serie tv. Tra distopie, lgbt, screenwriting, impatto ambientale e legal drama si è parlato anche di politica. Le serie tv sono un prodotto culturale dei più caratteristici del nostro tempo: gli antichi facevano politica anche attraverso i loro poemi epici e i trattati di storia, noi, coerentemente al mondo in cui viviamo, ricorriamo invece – spesso inconsapevolmente – al piccolo schermo.

Ne hanno parlato Cecilia Sala, Lia Quartapelle e Francesco Costa proprio a GoFest. Partendo da questi spunti, sembra interessante compiere un breve viaggio nella narrazione politica sul piccolo schermo per riuscire a dare una chiave d’interpretazione a una serie tv che sta facendo molto parlare di sè in questi giorni. Si tratta di El-Nehaya, ovvero “La fine”: una serie tv distopica ambientata nel 2120, ma prima di arrivarci diamo una scorsa ai suoi precedenti.

LA POLITICA E’ SERIALE, PER QUESTO STA BENE IN TV

Designated Survivor Quanto c’è di vero in quello che ci raccontano le serie tv? Qualcuno dice che se una cosa può essere pensata spesso vuol dire che può essere fatta e quando si parla di politica non si è poi così distanti dal vero. Fatta qualche eccezione – pensiamo a House of Cards con la ferocia ingiustificata che caratterizza i suoi protagonisti – spesso le serie tv sono veritiere non perchè narrino fatti di geopolitica effettivamente avvenuti, ma anzi perchè li reinterpretano.

In questo modo riescono spesso a mostrare qualcosa che nella realtà è difficile scorgere attraverso le pagine dei giornali o il racconto dei telegiornali: il funzionamento delle macchine istituzionali (ben narrato in prodotti come The West Wing o Designated survivor o ancora Fauda). Certo, a volte le serie tv scimmiottano la politica e ne ingigantiscono esageratamente certi aspetti, ma non falliscono nel rendere l’idea di cosa voglia dire gestire il potere.

Le serie tv riescono a parlare di politica -spiega Lia Quartapelle, capogruppo del PD e membro della commissione esteri- perchè essa stessa condivide con loro una natura seriale: procede a episodi e puntate, genera spesso suspence (pensate a quella provata da tutta Italia di fronte alla tv, in attesa delle conferenze di Conte in questi mesi) ed è animata da personaggi. I politici più carismatici sono in grado di costruire intorno a sè un alone narrativo-teatrale, indossano maschere che li contraddistinguono e che, talvolta, li ostacolano, intrappolandoli in qualcosa di cui prima o poi il pubblico (ndr. noi cittadini) si stanca. Proprio come quando amate un personaggio all’inizio della serie tv, solo per scoprire che, alla fine, era il più odioso di tutti.

POLITICA ESTERA E NOSTRANA NELLE SERIE TV

1992 (prima stagione della trilogia che comprende anche 1993 e 1994)Quando si parla di geopolitica c’è un mito da sfatare: non è vero che ai giovani non interessa. Semmai, è vero che ai giovani interessa più quella estera che quella nostrana. Il motivo potrebbe essere che spesso il racconto politico del nostro paese resta soffocato sotto al continuo chiacchiericcio e alla propaganda invadente.

Diventa allora più interessante volgere lo sguardo fuori, mantenendo quella distanza oggettiva che permette di eliminare il rumore di fondo e giungere a un approfondimento e a una comprensione dei meccanismi geopolitici internazionali che possono rivelarsi anche molto validi.

A proposito di serie tv sulla politica estera, i consiglia di Cecilia Sala -freelance per Rai Tre, Espresso, Vanity Fair e Wired – riguardano Homeland serie statunitense che ha per protagonista un’agente della CIA affetta da disturbo bipolare; Le Bureau, che segue le vicende di un funzionario dell’intelligence francese rientrato in patria dopo sei anni passati a Damasco; infine Caliphate, le cui alterne vicende si svolgono tra la Svezia e la Siria.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, ma che ne è stato di Palazzo Chigi e Montecitorio? Le difficoltà che i giovani incontrano nel seguire la politica nostrana sono forse le stesse che si imbattono sul cammino di registi e sceneggiatori. Infatti è difficile pensare a una serie tv che tratti approfonditamente dei meccanismi istituzionali del nostro paese, l’unica eccezione sembrano costituirla le tre sorelle 1992,1993,1994. La trilogia narra in chiave romanzata una fetta di storia recente del nostro paese: dalle vicende che hanno portato a Tangentopoli, passando per l’inchiesta giudiziaria “Mani Pulite” e la fine della Prima Repubblica, per concludersi con le prime elezioni politiche che aprirono le quinte della Seconda Repubblica.

Una serie che ha il pregio di raccontare un periodo storico che ha ancora un forte impatto emotivo sugli italiani, permettendo di comprenderlo anche a coloro che non l’hanno vissuto in prima persona.

DAL COMICO AL DISTOPICO: I DIVERSI VOLTI DELLA POLITICA NELLE SERIE TV

In realtà a Francesco Costa – vicedirettore de Il Post, ideatore del podcast Da Costa a Costa e autore di Questa è l’America – preme sottolineare che anche la politica americana contemporanea è poco raccontata sul piccolo schermo. Fanno eccezione le serie comic come VipScandal: forse che la politica statunitense sia diventata talmente nonsense da poter essere compresa solo in chiave satirica?

L’interrogativo resta aperto e vale un po’ anche per l’Italia, dove davvero manca una narrazione seriale del realtà politica attuale, che compare saltuariamente in prodotti culturali di registro comico-satirico. Un segnale che non può che preoccuparci e farci riflettere.

L’altra chiave con cui la politica può essere letta è quella del disgusto e del terrore, spesso instillato nello spettatore dalla costante sete di potere dei personaggi. E in questa categoria cadono non solo molte serie di genere più vicino al fantasy – Game of Thrones per dirne una – ma soprattutto molte serie tv distopiche. Perchè se è vero che certe volte sul piccolo schermo è eccessivamente esagerata la ferocia della politica, in altri casi invece se ne mostra bene la sofferenza e il sacrificio. Secondo me stiamo tutti pensando alla stessa cosa: anche a GoFest si è fatto riferimento al primo episodio della prima stagione di Black Mirror, che restituisce alla perfezione le emozioni violente, il senso di responsabilità e il dilemma profondo che un politico prova di fronte ad alcune scelte, soprattutto quando è sottoposto alla costante pressione dell’opinione pubblica.

C’è un altro pregio delle serie tv che trattano di politica: a volte, invece che raccontare un futuro improbabile, riescono a precorrerlo. Un esempio su tutti Servitore del popolo, una serie tv ucraina in cui un uomo senza alcuna esperienza politica riesce a entrare nei giri del potere e combattere la corruzione diventando presidente. L’attore che recitava quel ruolo è Volodymyr Zelensky che oggi si trova ad aver percorso gli stessi passi del proprio personaggio: da attore a presidente dell’Ucraina, a partire dal 2019.

UN ESEMPIO RECENTE: DI COSA PARLA EL-NEHAYA?

Proprio di un futuro distopico si parla invece in El-Nehaya: Israele non esiste più e il suo principale sostenitore, gli USA, si sono divisi: il patatrac è avvenuto nel corso di un’immaginaria “guerra per liberare Gerusalemme”, svoltasi a distanza di un secolo dalla fondazione di Israele. In uno scenario di violenza senza fine, dove i grattacieli sono moncherini mutilati che si innalzano verso il cielo e robot si aggirano per le strade, un professore racconta ai propri studenti di come gli Ebrei con radici europee abbiano fatto ritorno ai loro paesi di origine, ma dei milioni di ebrei che invece hanno origini mediorientali non si dice nulla. Un inquietante silenzio si deposita sul loro destino.

Israele – che nella nostra realtà invece esiste eccome – se l’è presa, e non poco. Il ministro degli esteri, Yisrael Katz ha usato parole dure per commentare il prodotto culturale descrivendolo come qualcosa di “infelice e inaccettabile. Soprattutto tra due paesi che hanno sostenuto per 41 anni un trattato di pace.” A queste critiche iniziali si è aggiunto il fatto che la serie tv è stata prodotta da una società legata fortemente al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, Synergy, e per di più è trasmessa da una rete, ON, appartenente a una società filo-governativa. Si pensa addirittura che il governo israeliano sia intenzionato a prendere al riguardo provvedimenti seri, richiamandosi a una clausola di un trattato del 1979, stipulato tra Israele e l’Egitto, il quale stabilisce che le due parti siano tenute ad astenersi da una propagana ostile l’una nei confronti dell’altra.

Insomma, quando si parla di serie tv si può benissimo parlare di politica e questa ne è l’ulteriore conferma. Il piccolo schermo è diventato ormai uno specchio dove la nostra società e i nostri costumi si riflettono: le sue narrazioni influenzano le nostre opinioni e la nostra realtà va costruendo le storie che amiamo guardare in esso. Le serie tv in definitiva arricchiscono il nostro spirito critico, ci informano, ampliano i nostri orizzonti e – come questa serie egiziana ci racconta –  possono arrivare a influenzare persino il rapporto tra due nazioni.

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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