Perché anche noi giovani dovremmo conoscere Federico Fellini?-Episodio 2

Perché anche noi giovani dovremmo conoscere Federico Fellini?-Episodio 2

“Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio” (Federico Fellini).

Nel primo episodio di questo lungo articolo ci siamo proposti una sfida: riuscire a coinvolgere i più giovani o non cinefili alla riscoperta dell’oceano felliniano, all’insegna della stessa curiosità che ha spinto una giovane e inesperta come me a saperne di più sul genio immortale, ma senza la presunzione di indagare totalmente il suo immenso immaginario.

Abbiamo visto come Federico Fellini avesse deciso di intraprendere la carriera di cineasta, anche se la sua prima produzione in collaborazione con Lattuada, Luci del Varietà, non ebbe grandissimo successo.

L’inizio di una carriera non è mai semplice e non lo fu nemmeno per lui, che registrò numerosi insuccessi e dovette combattere diverse battaglie per la produzione dei suoi film: come spesso accade ai poeti visionari, la sua opera non venne subito compresa, perché in qualche modo già rispecchiava i ideali prospettive future.

I film di Fellini poi furono particolarmente scandalosi per l’epoca: scene di erotismo ambiguo, orge, avventure dove crollavano valori e convenzioni. Era infatti contro la sua natura di ribelle conformarsi ad una qualche regola, anche se di costume. Nonostante ciò, nessun dei suoi film è stato mai realmente censurato: questo perché riuscì di volta in volta con intelligenza a costruire rapporti che lo salvavano dalla censura. Il patrimonio felliniano è certo ricco di tagli, ma tutti ad opera di Fellini.

Un inizio neorealista, ma a suo modo.

Nel Dopoguerra era iniziato un nuovo periodo per il cinema: il neorealismo. Se in precedenza i registi erano abituati a girare negli studi, ora le strade della città divenivano i nuovi scenari e la gente comune i nuovi attori, tanto che Cinecittà si svuotò e vi soggiornavano i profughi. Anche Fellini diede un’impronta neorealista alle sue prime produzioni –non a caso ebbe Rossellini come maestro– ma lo fece a suo modo, senza adeguarsi a nessuna categoria predefinita.

Film di esordio di Fellini fu Lo sceicco bianco, con protagonista Alberto Sordi, l’amico di sempre. Si trattava una parodia dei fotoromanzi, che andavano moda all’epoca, e che raccontava la storia di due giovani venuti a Roma per la luna di miele, ma il cui impatto con la capitale fu piuttosto stravolgente, vedrete voi il perchè. Il film non venne apprezzato dalla critica, anche se a posteriori vi si individueranno gli albori del suo stile inconfondibile, a metà strada tra l’onirico e il realista.

Seguì I Vitelloni, prima produzione grazie alla quale Federico ricevette un successo nazionale e fu insignito del Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1954. Qui inaugurò per la prima volta quella dimensione del sogno, del desiderio e della speranza, destinata a diventare il suo marchio di fabbrica.

In entrambe queste sue prime produzioni è rappresentata la società italiana degli anni ’50 che si avviava verso l’industrializzazione e grandi cambiamenti.

Il primo successo internazionale giunse con La Strada, la cui realizzazione fu lunga e difficoltosa, ma grazie alla quale infine si aggiudicò il primo Oscar al miglior film straniero. La talentuosa moglie Giulietta Masina interpretava il ruolo della protagonista, la stolta Gelsomina, insieme agli indimenticabili personaggi di Zampanò e del Matto. La storia racconta della misera vita dei vagabondi artisti di strada che circolavano nel secondo dopoguerra: una favola triste resa ancora più drammatica dalla melodia che Gelsomina imparò a suonare con la tromba. Con La Strada Fellini iniziò a manifestare nei suoi film una certa curiosità per il mondo dei saltimbanchi e del circo, che vedeva come una sorta di società ideale dove non vige alcun ordine superiore.

Dopo il successo de La strada erano molti i produttori che si contesero il successivo film del regista, ma dopo aver letto il soggetto dell’opera successiva, Il bidone, molti si tirano indietro. Il film raccontava la storia di tre amici che si sostentavano gabbando il prossimo. Venne prodotto ma non fu ben accolto a Venezia: all’epoca infatti non era strato compreso, ricevette i giusti meriti solo in un secondo momento.

Il successo tornò ancora una volta grazie al ruolo di protagonista della moglie nel film Le notti di Cabiria: la storia della misera vita di una prostituta perseguitata da un destino avverso, che tuttavia raramente perdeva il sorriso e l’ironia. Tra gli sceneggiatori troviamo anche il nome di un giovanissimo Pier Paolo Pasolini. Con questo capolavoro nel 1958 si aggiudicò il suo secondo Oscar. Giulietta Masina venne premiata quasi profeticamente proprio da Anita Ekberg, che di lì a poco diverrà la protagonista de La Dolce Vita.

Il grande successo: La Dolce Vita

Era il 1960 quando uscì La Dolce Vita, con la partecipazione di Mastroinanni (che diverrà il vero e proprio alter ego di Fellini) e della musa svedese Anita Ekberg. Oggi tutti sappiamo che fu un successo planetario, ma non tutti siamo a conoscenza del fatto il film rimase fermo per molto tempo. Ci fu una battaglia incredibile per la sua  produzione: costava troppi soldi e si criticava la presenza di un attore qualunque come Mastroianni. Uscì soltanto grazie alla lungimiranza di produttori quali Peppino Amato e Angelo Rizzoli.

Non fu soltanto un successo, ma un fenomeno di costume, il ritratto di un’epoca che entrò nella memoria collettiva. Fellini riuscì a cogliere il momento in cui l’Italia stava cambiando, in particolare descrisse una Roma esasperata e sfavillante, figlia del boom economico. Nonostante ciò non perse quella punta di sarcasmo e di scetticismo, tanto da raccontarci, quasi profeticamente, che l’Italia si stava già avviando verso la decadenza.

Dopo la produzione de La Dolce Vita, Fellini non era più uno dei tanti. Entrarono nel linguaggio universale termini quali dolcevita, paparazzo (perché il personaggio che interpretava quella professione faceva di cognome Paparazzo). Il nome Fellini diventò sinonimo di regista e fu coniato dagli americani l’aggettivo felliniano per descrivere tutto il suo opulento mondo, fuori dal comune.

La crisi e le nuove suggestioni oniriche di Fellini

Dopo La Dolce Vita Fellini non fu più lo stesso: la depressione che si era già manifestata negli anni precedenti, andava accentuandosi sempre di più. Stava malissimo psichicamente, come se avesse estratto tanti contenuti che ora lo circondavano.

Decise di farsi curare dallo psicanalista tedesco Bernhard, suggeritogli da De Sica. Fu un incontro folgorante, a tal punto necessario che frequentava il suo studio tre volte a settimana. Fu lui ad invitare Federico a trascrivere i sogni e gli incubi che lo ossessionavano. Così per più di trent’anni disegnò e scrisse senza censura le storie dei suoi sogni, espressione delle sue ossessioni e paure, che confluirono in due grossi volumi tenuti nascosti fino alla morte. Anche dopo la scomparsa di Bernhard non interruppe mai questa attività che oggi ha dato vita al Libro dei sogni: una raccolta meravigliosa di immagini degne del suo talento di vignettista e di riflessioni che appartengono alla dimensione più intima del genio felliniano.

A Bernhard si deve il merito di avere aiutato Federico a comprendere che sogno e mistero non sono solo una minaccia: mantenendo da essi la dovuta distanza, possono essere anche una risorsa. La relazione con lo psicanalista tedesco lasciò un segno profondo nel suo modo di fare cinema: nelle pellicole successive presero vita tutte le soluzioni espressive più d’avanguardia, le suggestioni oniriche, le più intime ossessioni autobiografiche.

Nei film seguenti la dimensione del sogno e dell’immaginazione divenne fondamentale e il confine tra realtà e menzogna sfumò sempre di più, anche se non possiamo comunque dire che i suoi film dicano menzogne: mostrano semplicemente le contraddizioni dell’animo umano. Trattando di sogni e di ignoto, è inevitabile una componente di mistero, che è insita nella realtà dell’uomo. Il mistero non deve essere rivelato, altrimenti perderebbe di potenza, ma questo non è comunque qualcosa di inquietante, come ricordava lo stesso Fellini in un’intervista:

“Perché dovrebbe essere inquietante la realtà dell’uomo? […]. Non bisogna tentare di trovare una soluzione a problemi senza soluzione, ma viverli semplicemente: è un modo di accettare la vita problematicamente, con i suoi rischi, i suoi pericoli, senza velarla di soluzioni confortanti, ottimistiche, è un atteggiamento di lotta nella vita, non contro la vita.”

La rinascita: 8 ½

La prova del successo del metodo di Bernhardt arrivò con la produzione del capolavoro 8 ½, da molti ritenuto la più alta espressione del regista, con cui si aggiudicò il terzo premio Oscar nel 1964. Un film dichiaratamente autobiografico, seppur sempre nei limiti della sua immaginazione, per cui la bugia si nasconde sempre dietro l’angolo.

L’alter ego di Fellini, Mastroianni, interpretò il ruolo di Guido, un regista che vive un periodo di crisi esistenziale e creativa: il film inizia proprio in una clinica psichiatrica. Guido è un uomo perso, impigrito stanco di tutto: del lavoro, della moglie, dell’amante degli amici. Si trova tuttavia a girare un film –quasi in una dimensione di meta regia– a cui continua lavorare senza mai trovare una conclusione. Attorno a lui si aggirano tecnici, produttori, aspiranti attrici, la moglie, l’amante e un critico per nulla clemente che è in disaccordo qualunque sua idea. Ecco che Guido si rifugia nel passato e gli episodi reali e quelli della memoria si alternano indistintamente. Infine la rappacificazione con la moglie, con la troupe e gli altri personaggi in una scena memorabile dove tutti si prendono per mano e iniziano ballare in girotondo sulle note di una musica inconfondibile: un inno alla follia della vita e un invito a non prendersi troppo sul serio, perché tutto il mondo è circo.

Per i più attenti il film svela anche alcune delle caratteristiche emblematiche del modus operandi di Fellini. Ad esempio l’estrema difficoltà che aveva nello scegliere le facce dei personaggi dei suoi film, che dovevano essere esattamente corrispondenti ai volti dei suoi sogni. Ai provini non voleva solo attori: si racconta come facesse fare un annuncio a Cinecittà: “Il regista è disposto ad incontrare chiunque volesse conoscerlo”. Ma non non gli interessava se chi si presentava sapesse o meno recitare: “Non importa, basta che dici dei numeri”. Spesso sceglieva anche poveracci pescati dalla strada: l’importante era che i personaggi fossero la rappresentazione esemplare del suo mondo interiore; dopodiché truccatrici e costumisti si occupavano di fare il resto.

Nel documentario Diario segreto di Amarcord, in cui si raccontano i retroscena della produzione dell’omonimo film, vediamo diverse ragazze presentatesi ed essere truccate in ogni modo per assomigliare quanto più alla prostituta Volpina che, come ordinava Federico, doveva essere “un gatto, un animaletto selvatico!”.

Fellini era tanto più rigoroso nel definire i personaggi, che non a caso divennero immortali, quanto meno lo era meno nel definire poi la loro parte: una volta scelti, non c’erano copione sceneggiature predefinite.

Quando gli veniva domandato come nascesse un suo film, rispondeva:

“Firmo un contratto, prendo un anticipo, non voglio restituirlo e così nasce un mio film”.

Proprio così: realizzava i suoi film nel momento in cui li girava, cambiando idea e dando voce al suo estro artistico. Non dava importanza al copione e per questo, come è evidente in 8 ½,  accadeva che attori professionisti rimanessero spaesati, così come i produttori e i giornalisti.

Secondo Fellini il rapporto tra il creatore e la sua creatura era molto intimo, fragile e delicato, tanto che l’opera è continuamente messa in discussione e rinnegata dal suo autore: progressivamente l’idea si opacizza, poi di nuovo si ravviva. Infatti non rivelava mai ai giornalisti prima dei suoi film quello che voleva realizzare, oppure diceva bugie: “Preferisco raccontare un’altra storia ai giornalisti, con l’amarezza di constatare che la storia è più bella di quella che sto facendo”.

Una storia d’amore da Oscar

Dopo 8 ½ realizzò il lungometraggio Giulietta degli spiriti, in cui adottò per la prima volta il colore. La protagonista, interpretata dalla Masina, si rende conto dei tradimenti del coniuge e cerca conforto interrogando gli spiriti: non rinfaccia mai i suoi tradimenti, preferisce lasciarlo andare sperando ancora, nonostante tutto, in un futuro migliore.

Quando il giornalista domandò a Giulietta se fosse è un film dedicato alle donne, lei rispose:

“Io penso che sia un film più dedicato agli uomini, perché forse non sanno quanto dolore, sofferenza e umiliazione può sopportare un cuore femminile. Nel caso di Giulietta degli spiriti a rimetterci sono gli uomini: Giulietta ritrova la sua libertà interiore, la sua ragione di essere e perde completamente la schiavitù della sua condizione borghese e non fa più fare dell’arem di un latin lover.”

Alla luce di queste due ultime produzioni, occorre fare breve excursus sulla storia d’amore tra il regista e la sua straordinaria moglie Giulietta nonché talentuosa attrice: non a caso venia definita il Charlie Chaplin donna. Era sicuramente molto diversa dalle femme fatale o dalle giunoniche donne felliniane: piccola, minuta, di carattere amorevole e devota all’uomo della sua vita e alla sua arte.

Si sa che Federico Fellini era un donnaiolo e non fu un marito fedele: tradì la moglie con diverse donne, in particolare con Sandra Milo, con cui ebbe una relazione della durata di ben 17 anni. Nonostante ciò, loro matrimonio durò ben 50 anni, potremmo dire uno per ogni Oscar di Fellini. Fu una storia, ma si sa anche che fu segnata da un triste lutto: la morte di un bambino, Federichino, a soli pochi giorni dalla nascita. Come ricordava la stessa Masina: “Non aver avuto figli, ci ha fatto diventare figlio e figlia dell’altro, così ha voluto il destino”.

Potremmo dire che negli ultimi due film la vita sregolata del regista si rifletté nei protagonisti maschili, soprattutto in 8 ½, dove la Masina in qualche modo si riconobbe nella moglie gelosa di Guido:

“Siccome mi è piaciuto tanto e penso che a tutte le donne piacerebbe dopo tanti anni di matrimonio avere una dichiarazione d’amore come quella che il protagonista di 8 ½ fa alla sua sposa, allora io non mi sono proprio riconosciuta, ma poi… mi è piaciuto tanto che ho detto… beh in fondo ci sto”.

È vero che Giulietta soffrì molto i tradimenti del marito, anche perché non riusciva a non perdonarlo, ma è altrettanto vero che lei fu l’unica donna che Fellini amò veramente e in modo profondo per tutta l’esistenza, come testimoniano le numerose lettere. Nel suo libro dei sogni la rappresentava sempre come la piccola clown Gelsomina del suo primo capolavoro La strada: aveva di lei un’immagine di assoluta dolcezza.

Altra prova dell’amore che il marito aveva nei confronti della donna della sua vita è un tenero aneddoto: quando Federico doveva chiedere alla moglie di fare un film con lui, le lasciava una lettera sul tavolo di casa, quando tornava riceveva la risposta di Giulietta. Questo per un rispetto, per una discrezione profonda che aveva nei suoi confronti, così Giulietta poteva decidere con calma, senza essere obbligata a rispondere subito.

Roma, Amarcord e le ultime produzioni di Fellini

Nel 1972 realizzò una nuova memorabile pellicola: Roma. Un film ancora una volta autobiografico dove la capitale è raccontata da un giovane provinciale, sulla linea del rapporto di amore-odio che Fellini aveva per Roma, rappresentata passando dai tratti più grotteschi della contemporaneità degli Anni ‘70 al passato fascista degli anni ‘30

Nel 1973 uscì il grande capolavoro Amarcord, di cui abbiamo già parlato nel primo episodio, grazie al quale Fellini ricevette il quarto Oscar della sua carriera. Inserì Rimini in una favola delle quattro stagioni, dando vita a scenari e personaggi che hanno fatto la storia del cinema, il tutto accompagnato dall’indimenticabile colonna sonora del fedele compositore Nino Rota.

“Mi sembra che i personaggi di Amarcord, i personaggi di questo piccolo borgo, proprio perché sono così, limitati a quel borgo, e quel borgo è un borgo che io ho conosciuto molto bene, e quei personaggi, inventati o conosciuti, in ogni caso li ho conosciuti o inventati molto bene, diventano improvvisamente non più tuoi, ma anche degli altri”.

Amarcord pone al centro la dimensione fondamentale della memoria, in un’intervista ricordava come siamo soliti parlare di memoria come un meccanismo capace di registrare esattamente gli avvenimenti, quando in realtà non è così:

“Penso che la vera memoria sia qualcosa che appartiene al ricordo delle cose e in più tutto quello che sei diventato, con i mutamenti, i cambiamenti, i punti di vista rovesciati: il punto più complicato dell’operazione artistica è quello di trovare la distanza con cui le  fantasie vengono materializzate.”

Il Casanova e la paura di invecchiare

Nell’ultimo periodo della sua produzione le scene si fecero sempre più angosciate e pedagogiche.

Quando ricevette la notizia dell’Oscar di Amarcord, si stava già occupando di un nuovo film: Il Casanova di Federico Fellini, uno tra i suoi più riusciti film d’immagine, in cui rappresenta grandiosi scenari onirici.

Una pellicola realizzata sulla scia di un pessimismo crescente legato soprattutto al suo rapporto negativo con la vecchiaia e con il trascorrere del tempo: aveva ormai superato i 60 anni, così anche il Casanova, che invecchia sempre più nel film. L’attore protagonista Donald McNichol Sutherland durante le riprese subì senza esitare il nervosismo e gli scatti d’ira di Fellini, che riversava sul personaggio tutte le sue paure e le ansie represse, come se  fosse il suo reale alter-ego. Alla fine il Maestro, quasi dopo aver espresso attraverso di lui tutto il suo dolore e le sue ansie, si sciolse e abbracciò commosso l’attore.

Le critiche a Fellini

Bisogna sapere che su Fellini si esercitò una certo dissenso, soprattutto da parte della critica italiana. Al contrario la critica straniera celebrò sempre il suo genio: Fellini infatti rese famosa l’italianità all’estero e per questo dovremmo essergli debitori. Ma in passato i suoi film vendettero molto di più fuori dall’Italia, perché nel nostro Paese non erano tanto compresi. Era anzitutto accusato di non essere conforme al neorealismo: questo era vero, perché i film di Fellini non si inquadravano mai in nessuna categoria precisa. Inoltre non era ben visto nemmeno il suo autobiografismo, considerato un mettersi in scena come un uomo di spettacolo. Era poi criticato anche il suo essere apolitico: rileggeva tutto come farsa, anche il difficile periodo del fascismo.

Il suo film più politico fu Prove d’orchestra nel 1979, girato durante gli anni di piombo, in cui intendeva narrare la degenerazione delle rivolte del ’68, sempre all’insegna di un costante pessimismo. Ancora una volta l’ironia rimane sottesa a tutto il film, che è tutto un caos: non una rivolta costruttiva, ma distruttiva, per cui la musica di un’orchestra in ribellione diventa a poco a poco frastuono, rumori assordanti, una vera e propria prova di sopportazione per l’udito.

Sempre attento all’attualità e non rinunciando alla linea politica intrapresa nel film precedente, realizzò poi La città delle donne, in cui trattava di un’altra tematica sentita al tempo, il femminismo, anche se sempre a modo suo.

Troviamo un cinquantenne donnaiolo che abborda in treno una sconosciuta e la segue, capita così a un congresso femminista, in cui compaiono ben 800 donne, belle e meno belle, giovani e meno giovani, impegnate in attività di vario tipo, tutte accumunate dall’espressione di una rivalità nei confronti del sesso maschile. Il protagonista rivive come in un incubo i suoi rapporti con l’altro sesso: dai primi turbamenti dell’infanzia ad un matrimonio ormai alla deriva. L’avventura si fa sempre più allucinante, fino a quando alla fine si sveglia: era un sogno.

Altra accusa da parte della critica italiana era proprio quella di di un certo maschilismo. In realtà Fellini non manifestava altro che una accesa curiosità nei confronti della mentalità e della psicologia femminile:

“Penso che l’uomo abbia una difficoltà nel rappresentare la donna in quanto la donna che, come dice Jung, è situata in quel punto dove comincia la zona oscura, l’ombra dell’uomo.

Ultimi capolavori

Ultime opere del grande genio furono E la nave va, in cui ancora una volta è la musica a fare da protagonista, questa volta lirica.

Seguì Ginger e Fred, con Giulietta Masina e Mastroianni nel ruolo di vecchie glorie che non si riconoscono più nel nuovo modo di fare intrattenimento. Mise in scena una grossa satira della televisione e del varietà in aperta critica nei confronti del consumismo e della pubblicità, esprimendo il suo dissenso nei confronti delle interruzioni pubblicitaria dei film in televisione: lotta che portò avanti fino alla fine della sua vita.

Intervista fu il penultimo film, con cui celebrò se stesso, simulando di concedere un’intervista sui suoi quarant’anni da quando arrivò a Roma da timido provinciale, fino alla rievocazione egli anni gloriosi de La dolce vita, in cui troviamo anche Mastroianni e Anita Ekberg ormai anziani che si rivedono nella Fontana di Trevi. Si tratta di una celebrazione del cinema in quanto tale, che deve continuare a vivere  nonostante i cambiamenti della moda e l’offensiva della tv.

La voce della luna

“Nulla si sa, tutto si immagina”

È la frase profetica contenuta in La voce della luna del 1990, ultima indelebile testimonianza dell’incomparabile genio felliniano. Opera ispirata al Poema dei Lunatici di Ermanno Cavazzoni, con la partecipazione di Roberto Benigni e Paolo Villaggio.

Si tratta di un film di elogio della poesia e satira della volgarità della civiltà odierna in cui Fellini racconta un’Italia deformata, ancora una volta dalla televisione. Il critico cinematografico Fofi lo definì poetico, tragico e feroce.

Il film si conclude con una frase stanca, ma che ancora oggi risuona come una grande verità:

“Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”

I film mai realizzati di Fellini

Oltre ad un primo progetto, Il viaggio di G. Mastorna, che non portò mai a termine e per cui dovette pagare pesanti penali, c’era anche l’ombra di un altro film mai realizzato: Viaggio a Tulum. Quest’ultimo non divenne un film bensì un libro di fumetti a proposito del viaggio in Messico che Federico Fellini aveva compiuto nel 1985 insieme al giovane scrittore Andrea de Carlo, per visitare i luoghi raccontati negli scritti dello scrittore antropologo e sciamano Carlos Castaneda. Entrambi parlarono di un viaggio carico di mistero: presagi e inspiegabili episodi fra il grottesco e il sovrannaturale: motivo per cui lo stesso Fellini rinunciò a non produrre il film. Anche se le vere dinamiche di quest’esperienza rimangono tutt’oggi un mistero.

Possiamo concludere dicendo che Federico Fellini ebbe una carriera straordinaria: realizzò film inquadrati nella dimensione del sogno, del desiderio, della speranza che va progressivamente scemandosi nelle ultime produzioni, dove compare anche la dimensione della parapsicologia e della psicanalisi. Realizzò un cinema potente e leggero allo stesso tempo, con una grande e ininterrotta poesia sulla vita

I suoi film furono resi indimenticabili anche dalle memorabili musiche del compositore Nino Rota, con cui strinse uno straordinario sodalizio artistico (inconfondibile la melodia alla fine di 8 ½, così come tutta la colonna sonora di Amarcord), ma anche dalle interpretazioni di attori talentuosi, primo tra tutti Marcello Mastrioianni, dichiaratamente suo alter ego e grande compagno di vita.

Merito del successo furono anche degni compagni di viaggio, come Paolo Villaggio, Alberto Benigni, Ettore Scola, e il giornalista e scrittore Vincenzo Mollica.

L’ultimo Oscar e la morte

Federico ricevette un ultimo Oscar onorario alla carriera nel 1993, poco prima della morte, consegnato da due simboli del cinema italiano di quegli anni: Sofia Loren e Marcello Mastroianni. Molti ricorderanno che sul palco, in un inglese dalla tenera pronuncia stentata, dichiarò che i ringraziamenti sarebbero stati davvero troppi, perciò si sarebbe limitato a farne solo uno:

“I cannot name everyone, only one name, of an actress, who is also my wife: Thank you dearest Giulietta and, please, stop crying”.

Anche se nel pubblico Giulietta piangeva, e a dirotto.

Federico morì a seguito di un ictus il 31 ottobre del 1993, proprio il giorno dopo il cinquantesimo anniversario di matrimonio con la Masina, che era già malata di tumore e morirà pochi mesi dopo.

Il più grande pinocchio del cinema italiano concludeva così la sua ultima fuga, senza diventare mai, per fortuna, un ragazzino per bene“.

Con queste emblematiche parole si chiude il documentario di Ettore Scola  Che strano chiamarsi Federico, in cui riporta in conclusione la camera ardente presso il teatro 5 di Cinecittà a Roma, con una grande folla accorsa per dare l’ultimo saluto al Maestro.

Il non-finale di Fellini

Lasciatemi fare un’ultima considerazione. Non abbiamo ricordato che Federico Fellini non realizzò quasi mai un finale perché, memore delle delusioni avute da bambino ogni volta che vedeva la parola FINE al cinematografo, sosteneva che creasse un senso di vuoto nello spettatore, interrompendo la felicità e le suggestioni provate nel guardare il film. Il non-finale lasciava invece spazio all’immaginazione e permetteva di continuare le suggestioni. In questo senso i suoi personaggi dovevano essere quanto più realistici: perché non fosse possibile porre violentemente fine alla loro storia, inquadrata in una dimensione “reale”.

“Mi sembra che i personaggi delle varie storie incontrandosi, presentandosi, camminando in un corteo, continuino a vivere il seguito delle loro storie”.

Allo stesso modo non daremo fine a questo nostro viaggio nell’universo felliniano, perché c’è ancora molto da indagare. Se dunque anche voi, come lui, vi sentite un po’ delusi dalla parola FINE, non fermatevi alle mie parole inesperte e continuate a guardare i suoi film, a rispolverare i suoi ideali e a tenere vivo il suo ricordo.

Mi pare quasi di vederlo scomparire all’orizzonte sui passi della sua inconfondibile camminata, dinoccolata e sempre accompagnata da un fluido movimento di braccia, mentre pronuncia, con la sua vocina flautata e il sorriso sornione, le medesime parole recitate nel finale del film Intervista:

“Ecco… il film dovrebbe finire qui, anzi, è finito, ma mi sembra di sentire la voce di un mio antico produttore: –Ma come? Finisce così? Senza un filo di speranza, un raggio di sole? Ma dammi almeno un raggio di sole…– Mi supplicava.

Un raggio di sole? Ma, non so… Proviamo.”

Ginevra Braga

Osservo, leggo, studio, scrivo e mi appassiono per necessità di trovare un senso

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