C’era una volta Odisseo: Odyssey di Bob Wilson

C’era una volta Odisseo: Odyssey di Bob Wilson

L’Odissea è il viaggio dei viaggi. Un’avventura antica, di quelle che credi di conoscere e invece trova ancora il modo di sorprenderti. Sarà la reclusione da quarantena che mi spinge a desiderare qualsiasi partenza, sarà il fascino incondizionato da sempre provato verso Omero, sarà la disperazione di questi giorni tutti uguali per cui cerco nuovi modi per passare il tempo, o ancora la crisi d’astinenza da serate a teatro, ma quando ho visto che su Raiplay era stata caricata la registrazione (in tre parti) di Odyssey, regia di Bob Wilson, sapevo come avrei occupato tre ore della mia giornata.

Tre ore piene, tutte recitate in neogreco (ad eccezione dei piccoli ruoli di Omero e Tiresia) con sottotitoli in italiano: con queste premesse è facile lasciarsi spaventare. Eppure, vale la pena correre il rischio e abbandonarsi a questo lungo viaggio.

Odyssey dal palco allo streaming

Il debutto di Odyssey avviene nell’autunno 2012 al Teatro Nazionale d’Atene, con la coproduzione del Piccolo Teatro di Milano: e lì, più precisamente al Teatro Strehler, lo spettacolo approda nella primavera del 2013 e poi di nuovo a ottobre 2015. Quando l’ho visto la prima volta è stato proprio in quell’occasione. Ed è stato un sogno che prendeva forma sul palco. A quasi cinque anni di distanza, quel sogno si è ri-materializzato davanti a me, con l’unica differenza della mediazione di uno schermo.

Un racconto di racconti

“Narrami o musa” sono le prime parole che si sentono e tra le pochissime in italiano di tutto lo spettacolo: è il proemio, l’atto d’apertura del poema e dello spettacolo.

La musa racconta a Omero la storia di Odisseo e delle mille peripezie che da Troia lo portarono indietro a Itaca; Omero la racconta ai lettori, anzi agli spettatori; nel frattempo Odisseo stesso, nella sua penultima tappa presso la corte dei Feaci, racconta tutto ai sovrani Alcinoo e Arete. E poi Arete racconta le storie dell’eroe alla figlia Nausicaa, a letto davanti al palco, prima di andare a dormire. C’era una volta Odisseo – potrebbe quasi dire la regina – che con il suo equipaggio si salvò dal ciclope Polifemo e dalle insidie delle Sirene e dalla potente maga Circe che trasforma gli uomini in maiali. Proprio come in una fiaba, di quelle ambientate in luoghi lontani, con personaggi spaventosi e luoghi esotici. E come una fiaba appare anche questa Odissea.

Suono e luce

Ma per quanto il tema della narrazione si ripeta così insistentemente, la parola non è l’elemento dominante di questo spettacolo. Non serve neanche concentrarsi eccessivamente sui sottotitoli con la paura di non capire qualcosa: ci sono la musica e le luci a parlare per i personaggi.

Il pianoforte, suonato dal vivo da Thodoris Economou, è accompagnamento costante di ogni scena, in perfetta sintonia con quello che lo spettatore osserva. Ogni nota si sposa con il tono e con il sentimento dei personaggi e i loro movimenti, lenti e innaturali, trovano nelle note la massima esaltazione. Gli attori si tramutano nelle figurine di un grande carillon immerso nella luce. Luce azzurra principalmente, ma non mancano gli affondi in altri colori, come il rosso delle frecce scoccate da Odisseo contro i Proci che infestano la sua reggia a Itaca.

Bob Wilson, che cura personalmente anche l’allestimento luminoso dello spettacolo, direziona ogni faro con attenzione millimetrica come se i fasci di luce fossero le pennellate precise di un grande dipinto fatto di corpi, colori netti e soltanto pochi oggetti simbolici per definire il luogo dell’azione: tutta l’isola di Ogigia, dove dimora Calipso, è racchiusa in uno scoglio e l’intera nave di Odisseo è rappresentata da una semplice balaustra; non serve altro, solo il desiderio dello spettatore di credere a ciò che osserva e a ciò che ascolta.

Il quadro in movimento si scompone e ricrea di volta in volta, dal concilio degli dei in apertura al lieto fine di Penelope e Odisseo di nuovo insieme dopo tanto tempo, per tornare da ultimo uguale a se stesso e chiudersi, come aveva cominciato, tra gli dei dai volti coperti con maschere di animali che ballano insieme ai due coniugi.

Sogni d’oro

E questo è tutto: si sente in chiusura. La fiaba è finita, tutto è stato raccontato. Non corrisponde alla totalità dell’Odissea ma non importa neanche, perché Odyssey non è un’operazione filologica che mira alla rappresentazione della pura lettera omerica e la traduzione inglese del titolo del testo, conservata per gli allestimenti di Atene e di Milano, lo mette subito in chiaro. Si entra in un mondo diverso estraneo alla realtà, alla storia e alla letteratura stessa. Si entra in un sogno dal vivo. E se anche vi dovesse capitare di chiudere gli occhi e addormentarvi per qualche minuto durante il corso dello spettacolo, va bene lo stesso: il sogno sarà ancora più credibile.

Per altri consigli per spettacoli teatrali a distanza, non perdetevi la nostra recensione degli Innamorati di Carlo Goldoni

ODYSSEY

progetto, regia, scene e luci Robert Wilson

musiche Thodoris Economou

testo Simon Armitage, da Omero

drammaturgia Wolfgang Wiens

co-regista Tilman Hecker

costumi Yashi

collaboratrice alla scenografia Stephanie Engeln

collaboratore alle luci Scott Bolman

suono Studio 19 – Kostas Bokos, Vassilis Kountouris

supervisione musicale Hal Willner

traduzione greca – collaboratore alla drammaturgia Yorgos Depastas

scenografie, oggetti di scena e costumi realizzati dai Laboratori del Piccolo Teatro

coproduzione internazionale Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, National Theatre of Greece, Athens

Cecilia Burattin

Cecilia Burattin

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