1984, Breathed: L’estate che sciolse ogni cosa

1984, Breathed: L’estate che sciolse ogni cosa

Comunque voi vi immaginiate il diavolo, non credo che nella vostra mente assomigli ad un ragazzino di tredici anni, dalla pelle scura e gli occhi di un verde brillante. Eppure se aveste il piacere (o la sventura) di incontrare i cittadini di Breathed che trascorsero in quel paesino dell’Ohio l’estate del 1984, probabilmente vi direbbero che l’angelo caduto ha esattamente queste caratteristiche.

Per conoscerli però dovrete prima aprire la vostra copia di L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, pubblicato dalla casa editrice Atlantide.

Tutto ha inizio nel 1984. Un anno da notizie di prima pagina, come scrive l’autrice. L’anno in cui la Apple lanciò il Macintosh, fu isolato il retrovirus dell’HIV e Michael Jackson si ustionò durante una pubblicità per la Pepsi. L’anno in cui Orwell ambientò il romanzo distopico che fu il suo capolavoro. L’anno in cui il giudice di Breathed, Autopsy Bliss, sfidò la sorte e chiese al diavolo di far visita al suo paesino. E infine l’anno in cui Sal non tardò a presentarsi, forse pensando che fosse scortese rifiutare un pomposo invito sul quotidiano cittadino.

PREGIUDIZI A BREATHED

Dal momento in cui il piccolo Sal (il cui nome nasce dalle iniziali di Satana e Lucifero) appare a Breathed, tutto cambia. È il figlio di Autospy, Fielding Bliss, il primo ad incontrare il suo coetaneo e a percepire il caldo torrido che caratterizzerà l’intera stagione. Un caldo che trasformerà irrimediabilmente le persone, o meglio che farà venire a galla il peggio di loro.

La mamma aveva ragione. Quel caldo stava tirando fuori il peggio della gente. Spingeva ad agire in maniera inconsulta, precipitosa, sconsiderata. Le mani fremevano per trasformarsi in pugni chiusi, unici fiori di quella stagione impazzita.

Il ragazzino viene subito accolto dalla famiglia Bliss che stenta a credere che nel tredicenne dalla salopette sporca e troppo grande per lui possa racchiudersi il male del mondo. Eppure tutte le altre persone non sono così restie a pensarlo. E non appena una disgrazia accade, Sal che si presenta come Satana, diventa il capro espiatorio. Il colore della sua pelle certamente non gioca a suo favore nel profondo Ohio dove il razzismo è dilagante. Facilmente si punta il dito contro qualcuno di estraneo, che viene da lontano e che è percepito come diverso. E così nel giro di pochi giorni ogni cosa che va storta viene attribuita all’intervento di Lucifero in persona, nonché alla famiglia Bliss che lo protegge e lo difende.

In realtà sono i cittadini di Breathed ad essere causa dei propri mali e delle proprie tragedie. Sono loro che imperterriti compiono atti delittuosi. Ma la loro cecità davanti all’evidenza è estremamente straziante.

Il tremendo destino di Dresden, una ragazzina con una gamba artificiale, infatti non è imputabile a Sal che si trova con lei quando il peggio accade. È la mamma della ragazzina ad essere la vera carnefice. Tanto perfetta esteticamente quanto fredda spiritualmente, molto spesso arriva a casa ubriaca e picchia sua figlia. E quest’ultima non può fare a meno che sentirsi sbagliata tanto da tenere celati i suoi lividi e le sue cicatrici per non dare il dispiacere a sua madre, tornata sobria, di sapere che è stata lei a procurarle quelle ferite del corpo e dell’anima.

«Posso far diventare i tuoi lividi delle rose, se vuoi». […] E lui [Sal] cominciò. Una a una, posò le rose sulla pelle di lei e le incollò per lo stelo con il nastro adesivo. Una su ogni livido e con la cura e l’attenzione che solo chi conosceva intimamente il carattere di quelle contusioni poteva usare.

Sono sempre i suoi compaesani a portare Grand, il fratello di Fielding, allo sfinimento. Grand è lo stereotipo del ragazzo americano: intelligente e sagace, amato dalle donne e talentuoso giocatore di baseball. Ma per lui dover essere sempre all’altezza delle aspettative della sua famiglia e dei suoi amici è una vera e propria tortura. Egli non ha mai la possibilità di essere se stesso. In particolare, non si sente di confidare a nessuno quello che è il suo segreto più recondito, il fatto di essere omosessuale. E tanto meno è capace di sopportare da solo la notizia che un giovane giornalista con il quale ha avuto un fugace rapporto sessuale è risultato sieropositivo. Proprio l’ignoranza del paese è la sua rovina.

«E c’è questa nuova malattia in giro. Mi dispiace per loro, davvero», disse la mamma affettuosamente. «Ma c’è chi dice che è la punizione di Dio per il modo in cui si comportano. Forse è così, cioè, è vero che si tratta di una punizione. Si ammalano se stanno insieme. Forse significa che Dio gli sta dicendo di non stare insieme».

Lo stesso Sal non è solo vittima della crudeltà dei cittadini di Breathed, ma anche dei suoi genitori. Essi lo maltrattano al punto da fargli credere di essere il diavolo e da indurlo a scappare, come si evince da un racconto che lui fa di sé in seconda persona.

Dice che non avrai mai la scintilla divina di tuo padre. “Diavolo” grida. Così la guardi un’ultima volta e fuggi perché là potrai soltanto portare le corna, mentre altrove potresti riuscire ad avere un’aureola. Però, continui a udire quell’ultima parola sulle sue labbra mentre cammini lungo i binari. Diavolo. Pensi che forse lo sei davvero, forse lo sarai per sempre.

E credo non sia un caso che Sal dica che l’unico colore che non c’è all’Inferno è il giallo. Il giallo infatti è il colore del ricordo più bello con sua madre e suo padre.

«Quando ricomparve, aveva qualcosa tra le braccia. Foglie secche che rovesciò in macchina. Sui sedili, a terra, sul cruscotto, in grembo alla donna, a me. Poi prese la torcia e illuminò una foglia.
“Non è troppo buio, ora, vero? La vedi la foglia, Ma?”, domandò. “Vedi com’è gialla?”. E lei rispose: “Sì, Pa, la vedo. Adesso la vedo”. […] Fu bello. Tutte quelle foglie. Tutta quella luce. Il sorriso sul viso di lei. Il sollievo di lui di essere ancora amato. Di non averle ancora strappato l’amore a pugni. Continuò a illuminare le foglie e lei mi disse di passare davanti e di sedermi sulle sue gambe.»

 

IN NOMINE OMEN

Tutti i personaggi de L’estate che sciolse ogni cosa hanno un nome che li caratterizza, accuratamente scelto dalla McDaniel. A partire dal paesino chiamato Breathed, in inglese participio passato del verbo respirare (fatta eccezione per la pronuncia che come sottolinea Fielding è assolutamente diversa), che per una sorta di legge del contrappasso è il luogo di un caldo che appunto toglie il fiato. Autopsy poi vuole vedere con i propri occhi (autopsia significa questo in greco antico) il diavolo per essere certo di compiere nel modo migliore il lavoro di giudice, quello di essere un setaccio che separa il bene dal male. O ancora Grand che appunto teme di deludere le grandi speranze legate al suo nome.

Ma forse il personaggio più enigmatico ed interessante è Elohim, il vecchio nano che più di tutti si accanisce contro l’innocente Sal. Lo odia tanto ferocemente perché anche l’amante della donna della sua vita, deceduta durante un viaggio in mare, era di colore. E questo gli basta per iniziare a perseguitare il ragazzino in modo tanto patologico da creare intorno a sé una setta di concittadini il cui unico scopo è “sconfiggere Lucifero”. Tutto ciò incarna perfettamente la follia di certe comunità americane, come emerge anche da Questa è l’America di Francesco Costa. I seguaci di Elohim si riuniscono nel bosco, si esercitano nei modi più astrusi e giungono ad uccidere il cagnolino dei Bliss, Granny (nonnetta), e non solo. Ancora una volta colpisce come un uomo che porta uno dei nomi biblici di Dio possa essere il più crudele e spietato dei cittadini di Breathed.
Fielding ad un certo punto si trova costretto a sparare a quest’uomo che in passato era stato per lui un esempio e che l’aveva trattato come un figlio, ma che adesso non riconosce più.

Avevo sparato a tutto il male che c’era in lui ma, dannazione, anche a tutto il bene.

È un Fielding Bliss burbero e ottantenne a raccontare la storia dell’estate che sciolse ogni cosa con continui flashback. Alla fine della sua vita egli è un uomo distrutto. Non ha mai superato le contraddizioni che ha visto con i propri occhi e che ha vissuto nel proprio animo in quel fatale 1984. Lui stesso in fondo si sente profondamente responsabile per ciò che accadde in quella stagione nella quale scoprì quanto sia labile la linea che separa vittime e carnefici, bene e male, giustizia e delitto.

Se vuoi saperne di più su L’estate che sciolse ogni cosa, clicca qui.

Penelope Volpi

Penelope Volpi

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