CIME TEMPESTOSE: NON È AMORE MA TERRORE

CIME TEMPESTOSE: NON È AMORE MA TERRORE

Ritorno adesso da una visita al mio padrone di casa: l’unico vicino con il quale avrò a che fare. Magnifico paese, questo. Credo che in tutta l’Inghilterra non avrei potuto trovare un luogo così discosto da ogni rumore mondano. Un vero paradiso del perfetto misantropo.

Cime tempestose di Emily Brontë è stato pubblicato per la prima volta nel 1847.

L’autrice, insieme alla sua unica opera, è da sempre accostata a Jane Austen, come lei inglese e donna. 

Non trovo altri collegamenti tra le due, se non che Cime tempestose è ambientato in aperta campagna inglese. 

Pur piacendomi l’autrice di Orgoglio e pregiudizio, ho trovato la scrittura della Brontë più complessa, emotivamente disturbante (nota positiva) e profonda. Manca la spiccata ironia della Austen, ma Cime tempestose non ne ha bisogno. 

Fin dalla sua comparsa ha ricevuto critiche discordanti. Chi ritiene la lettura dell’opera impossibile da abbandonare, chi lo stronca senza tatto: è difficile arrivare alla fine senza pensare di continuo al suicidio.  

Charlotte la difende sempre, arriva persino a negare il talento della sorella per tutelarla, dichiarando che ella si trovasse, mentre scriveva, preda di spiriti soprannaturali. 

La penna seguiva cause esterne e non la sua naturale e vivace creatività.

Le tre sorelle hanno usato tutte, durante le loro pubblicazioni, pseudonimi, questo a riprova di una società ottusa e maschilista. Emily si firmava Ellis Bell. 

Con le sorelle Brontë siamo in età vittoriana e tale atteggiamento, mai deve essere giustificato, è figlio di quel tempo. 

Le donne erano solo all’inizio del loro cammino verso l’emancipazione. 

Ma è pauroso che oggi, nel XXI secolo, le scrittrici (talvolta) abbiano bisogno di uno pseudonimo o di camuffarsi.

Nell’immaginario collettivo la donna che scrive, scrive d’amore, un amore mai profondo, ma rosa e da confetto. 

J.K Rowling, su suggerimento dell’editore, ha sempre puntato l’iniziale del suo nome, così da non rivelare nell’immediato l’identità. E ciò è avvenuto per ragioni di mercato.

Cime tempestose è erroneamente creduto un romanzo d’amore. I due protagonisti – Heathcliff e Catherine – più che amarsi sono ossessionati l’uno dall’altro. L’amore è rincorso e fa da sfondo a personaggi orribili che compiono gesti atroci e senza umana logica.  

Tutti i caratteri sono isolati dalla realtà, non solo per l’ambientazione rurale e incontaminata, vivono senza interazioni, sono degli innaturali misantropi. Il tempo e lo spazio sono sospesi. 

La trama e lo stile narrativo creano nel lettore un senso di soffocamento, estraniamento. È un difficile labirinto da attraversare, i piani temporali lontani e intrecciati costruiscono storie dentro storie. Vien la nausea così come lo stupore.

Non c’è personaggio narrato che non sia interconnesso con gli altri, anche nei nomi: ripetuti e somiglianti; irrispettosi dei sentimenti, rabbiosi e rancorosi gli uni con gli altri. Non c’è amore, ma terrore. Non c’è tenerezza, ma bambini che volano dalle scale. 

Solo a metà opera ho dato ordine alla confusione generata dalla lettura, e quando ogni tassello è stato messo a posto la bellezza che ti invade è non solo appagante, ma meravigliosa. 

Cime tempestose è un classico e non solo della letteratura inglese, soprattutto del mio cuore.

Francesca Sala

Quasi laureata in lettere. Lettrice per tutti, scrittrice per gli amici. Teatrante e musicista dilettante.

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