“Uno scrittore in mezzo alla vita”: Luis Sepúlveda nelle parole della sua traduttrice Ilide Carmignani

“Uno scrittore in mezzo alla vita”: Luis Sepúlveda nelle parole della sua traduttrice Ilide Carmignani

«Ci ho fatto l’abitudine. La vera saggezza è sapere quando le cose finiscono», disse una volta Luis Sepúlveda parlando della paura della morte. Non sappiamo se adesso le generazioni cresciute tra le pagine dei suoi libri più belli, come “Storia di un vecchio che leggeva romanzi d’amore”, “Diario di un killer sentimentale” o “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, si abitueranno a non vederlo più in occasione di eventi o incontri pubblici. Resterà però il ricordo, che nemmeno il coronavirus potrà scalfire. Una delle testimoni più fedeli è certamente Ilide Carmignani, sua traduttrice ufficiale da 28 anni, che ha avuto modo di conoscere tanto lo scrittore Sepúlveda quanto l’uomo.

Quando ha incontrato per la prima volta Sepúlveda?

Ilide Carmignani: Mi convocò a Milano nel 1994, dopo l’uscita della traduzione in italiano del suo secondo romanzo “Il mondo alla fine del mondo”. Ricordo che ero estremamente tesa; pensavo che fosse una sorta di esame visto che nessuno scrittore convoca mai il suo traduttore. E invece mi aveva chiamato solo per ringraziarmi. Era una persona diversa dalle altre: in tutti questi anni è sempre stato presente per qualunque informazione o richiesta di chiarimento sulla traduzione dei suoi romanzi. Avevamo un rapporto talmente speciale che spesso i suoi libri uscivano prima in italiano e poi in lingua originale.

Lei ha tradotto molti autori latinoamericani, da Bolaño e Cortazar a Marquez e Borges. In cosa era diverso Sepúlveda?

La voce di Sepúlveda era nuova, raccontava l’America Latina in modo diverso da Gabriel Garcia Marquez o Isabel Allende. Nei suoi libri, infatti, mancava la commistione tra magia e realtà propria di altri autori del suo tempo. Trattava temi moderni con un piglio quasi giornalistico, come nella descrizione della pesca delle baleniere giapponesi nelle acque del Sudamerica nel romanzo “Il mondo alla fine del mondo”. In questo, come in tutte le sue opere, emergeva quel suo stile di scrittura sempre un po’ impegnato (anche se a lui non piaceva questa definizione) che era parte del suo modo di narrare. Ha sperimentato tutti i generi: ha scritto gialli e noir, per raccontare il marcio della società, e anche libri per ragazzi, rivolti a lettori “dagli 8 agli 88 anni” come amava ricordare. In questi ultimi c’erano sempre temi per far riflettere anche gli adulti, come l’ecologia, l’accettazione del diverso, il coraggio e la libertà. Si vedeva che era uno scrittore che non si poneva al di sopra degli altri ma in mezzo alla vita, cercando di raccontarla a tutti.

Com’era l’uomo dietro lo scrittore?

Erano uguali. Infatti, se la sua poetica cercava di dare una voce a chi non l’aveva, l’uomo cercava di dare sempre attenzione a chi lo circondava, compresi i suoi lettori. Con loro aveva un rapporto quasi viscerale: gli ho spesso visto firmare anche 500 copie in una sola sera tanto che una volta, a Pordenone, si sentì male a causa del freddo preso durante un firmacopie in un parcheggio. Nonostante avesse avuto una vita difficile, segnata dalla lunga militanza politica in Cile a favore del presidente Allende e dal successivo esilio dopo il golpe militare di Pinochet, aveva un approccio estremamente semplice alla vita. Ci siamo frequentati spesso in questi 26 anni: molte volte lui e sua moglie Carmen sono venuti da me a Lucca e molte volte sono andata io in Spagna da loro, a Gijon. Erano speciali.

Qual è il ricordo più bello che ha di lui?

Le serate passate con “Lucho” e Carmen resteranno per sempre nel mio cuore. Non dimenticherò mai le sue lunghe riflessioni sui temi che gli stavano più a cuore. Quando parlava intratteneva per ore: sembrava che avesse scritto già dieci libri sull’argomento e invece non era così. Credeva davvero nei sogni e nella capacità di difenderli anche quando sembrano impossibili: solo così per lui si poteva davvero aspirare a un mondo migliore, in cui tutti avessero il giusto spazio. In quest’idea si rivedeva la sua mentalità mapuche, diversa dal modo di sentire il mondo e la natura di noi occidentali.

Qual è stata l’ultima volta che vi siete visti?

A Milano, a ottobre scorso, in occasione della festa organizzata dall’editore Guanda per i suoi 70 anni. Poi ci siamo sentiti a Natale e ci saremmo dovuti rivedere in questo periodo a Roma, in occasione di “Libri Come”. Stavamo già organizzando una sua trasferta qui a Lucca. Sono certa che mancherà tantissimo ai suoi lettori: la gente aveva compreso che era un grande pezzo di storia del Novecento. Sarebbe stato un grande vecchio che avrebbe potuto aiutare tutti a capire dove andare.

intervista a cura di Lucio Palmisano

 

Su Menti Sommerse abbiamo già avuto modo di dire addio a questo scrittore, con le parole colme di tenerezza di Marzia Figliola, trovate l’articolo cliccando qui. Questa preziosa intervista a Ilide Carmignani invece è stata realizzata da Lucio Palmisano, e generosamente donata a Menti Sommerse, perchè tutti possano godere del prezioso ricordo che queste parole ci lasciano. Il nostro grazie va a Lucio Palmisano, per la disponibilità e il lavoro dietro all’intervista, a Ilide Carmignani per il ricordo e la passione e a lui, “lo scrittore in mezzo alla vita”, per le storie e i sogni.

 

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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