Leggere l’Attraversaspecchi in un giorno e una notte – Episodio 2: Gli scomparsi di Chiardiluna

Leggere l’Attraversaspecchi in un giorno e una notte – Episodio 2: Gli scomparsi di Chiardiluna

Poco meno di un mese dopo eccoci qui, pronti a buttarci a capofitto nel secondo volume della saga di Christelle Dabos: “Gli scomparsi di Chiardiluna”. Spero abbiate fatto i compiti a casa e vi siate letti tutto d’un fiato “Fidanzati dell’inverno”, se però non l’avete fatto, prima di proseguire vi invito a leggere il primo episodio di questa serie di articoli completamente dedicati all’Attraversaspecchi.

Per voi altri coraggiosi lettori invece è giunto il momento di discutere alcuni degli innumerevoli temi e scenari che questo libro ci sta offrendo, quindi, senza ulteriori esitazioni buttiamoci nella mischia.

GLI SCOMPARSI DI CHIARDILUNA: ALLA RICERCA DEL RICORDO PERDUTO

Ve l’avevo già anticipato parlandovi di “Fidanzati dell’inverno”, ma qui è proprio il caso di ripeterlo: la trama è il punto forte di questa serie. Se il primo volume assumeva con pazienza un ritmo sempre più incalzante, per questo secondo libro non dovete temere perchè fin da subito vi troverete proiettati a capofitto in una serie di colpi di scena del tutto inaspettati e improbabili. Trovo molto difficile scovare un fantasy YA che sia in grado di superare i clichés del genere e lasciare a ogni pagina a bocca aperta, ma l’Attraversaspecchi ci riesce senza fatica. Qualsiasi cosa vi aspettiate, qualsiasi paletto fisso riuscirete a puntare nel corso della lettura verrà irrevocabilmente divelso e scagliato nel vuoto. L’unica opzione è lasciarsi trascinare alla cieca in un’esaltante avventura mozzafiato. E proprio come ho scritto nel titolo di questo secondo episodio, “Gli scomparsi di Chiardiluna” non può che essere letto nel corso di un giorno e di una notte.

Al principio eravamo uno. Ma Dio non era soddisfatto di quella forma, così ha cominciato a dividerci. Dio si divertiva molto con noi, poi si stufava e ci dimenticava. Nella sua indifferenza era capace di una crudeltà che mi faceva paura. Sapeva anche mostrarsi dolce, e l’ho amato come non ho mai amato nessuno.

L’elemento che maggiormente genera questa dipendenza da lettura è la costante ricerca nella quale ciascuno dei personaggi è immerso. Il libro stesso si presenta fin dall’inizio come il tentativo di chiarire a livello narrativo una misteriosa serie di sparizioni e da un punto di vista metanarrativo i brevi e confusissimi intermezzi che si alternano con i capitoli principali. A una prima lettura questi passaggi sembrano assolutamente scollegati dal resto della narrazione. Chi è che sta narrando? A quando risalgono questi spezzoni narrativi? Cosa c’entra Dio? E cosa vuol dire la misteriosa frase “acciuga le tue primule”? Di pagina in pagina, ci accorgiamo che questi intermezzi altro non sono che ricordi. La verità che stiamo cercando è intrappolata in un passato lontanissimo e custodita da uno dei meccanismi, nella mia – come direbbe Albus Silente – “non troppo umile” opinione, più potenti dell’essere umano: la memoria.

SIAMO (ANCHE) CIO’ CHE SIAMO STATI

Cosa resta di un uomo una volta che gli sia tolta la sua memoria? Siamo creature passeggere come un soffio di vento e tutto ciò che ci accade è frutto di un attimo subito mangiato dal secondo successivo: il tempo è un mostro sempre affamato. L’unico luogo in cui ciò che siamo stati può conservarsi è quindi il ricordo. E proprio il ricordo è un elemento chiave in questo fantasy sfrenato, dove ogni azione è velocissima e sconvolgente, perchè al ricordo moltissimi dei personaggi principali sono legati.

Siamo ciò che siamo stati, nel bene e nel male: questo non vuol dire che non possiamo cambiare in alcun modo, ma anzi, il passato è il trampolino di lancio da cui saltare verso un futuro in cui essere nuovi e diversi. E’ una lezione terribile da imparare per alcuni dei nostri personaggi, ma soprattutto è una lezione dura per noi lettori, ragazzi o adulti che siamo, e la Dabos non esita a impartircela con delicata maestria, ma anche con polso fermo. Il passato rimane il terreno da cui partire per ricomprendere ciò che siamo oggi: si tratta di un concetto ben espresso da un punto di vista teorico da parte di Gadamer, all’interno della sua opera filosofica “Verità e metodo”, e lì chiamato circolo ermeneutico.

Dimenticare il passato, fare della propria esistenza una tabula rasa, significa non avere più nulla su cui porsi domande, nulla da comprendere, nulla da interpretare in maniera nuova e diversa (e forse migliore). Il tempo può diventare il nostro alleato migliore se facciamo dei pregiudizi di cui ci ha riempito la bocca un’arma positiva, se intendiamo cioè il pregiudizio come un giudizo precedente alla comprensione e su cui tornare per giungere a una comprensione più alta, di noi stessi così come di un libro.

Il tempo non è più anzitutto un abisso che deve essere scavalcato perchè separa e allontana, ma è invece, in verità, il fondamento portante dell’accadere, nel quale il presente ha le sue radici. – Hans-Georg Gadamer

CE LA FACCIO DA SOLA, E VA BENE COSI’

Vogliamo parlare di crescita ed evoluzione a partire dai pregiudizi del passato? E allora dobbiamo per forza di cose cercare le nostre risposte in Ofelia.

Ofelia è un’eroina che fin dall’inizio non mi ha convinta molto. In un romanzo capace di superare molti clichés del genere, lei cadeva a gambe all’aria in tutti i topos letterari della letteratura fantastica per ragazzi. Tra i suoi inseparabili occhiali tondi che facevano l’occhiolino ad Harry Potter e il suo fare maldestro e goffo, accompagnato da un’ingenuità estenuante, era riuscita a diventarmi insopportabile in pochissime pagine. Un po’ perchè sembrava troppo reale e troppo poco eroica, un po’ perchè si mostrava esattamente come molti lettori si sentono: non speciale in un mondo dove tutti lo sono. Era giusto odiarla per questo? Assolutamente no, ma tant’è.

Ofelia strappò la pagina. Il disgusto le aveva fatto dimenticare la paura. Decadenti, bastardi, stranieri, nocivi, degenerati: con quale diritto il direttore del giornale trattava altri esseri umani con un tale disprezzo? […] Quando Ofelia avanzò sulle tavole del palcoscenico la paura era scomparsa. In realtà aveva la strana impressione di non sentire più niente, come se si fosse scordata le emozioni tra le quinte.

Ne “Gli scomparsi di Chiardiluna” però anche Ofelia è riuscita a lasciarmi a bocca aperta, dimostrandosi un personaggio capace di redimersi nella maniera più umana possibile: crescendo. In lei infatti scopriamo una ragazza che poco alla volta comprende di non aver bisogno degli altri per scrivere il proprio destino. Affrancatasi dal controllo ossessivo che altri personaggi le imponevano e alle prese con un mistero da risolvere con le proprie forze, Ofelia si scopre diversa. Migliore.

Coraggiosa, capace di indignarsi, testarda, emotivamente forte, intraprendente, ma soprattutto indipendente. Questo secondo volume della saga è senza dubbio un’attenta osservazione della sua ricerca di un’autodeterminazione personale che la porta sempre più a somigliare a un personaggio modello, pur senza abbandonare i propri difetti. Abbracciando la propria fragilità, facendo della propria goffaggine un elemento distintivo e trasformando la propria ingenuità in una buona capacità di introspezione che resta, a mio parere, il suo punto di forza, Ofelia diventa lo specchio di una grande verità, valida per tutti noi: se siamo in grado di rimanere noi stessi anche nelle avversità, possiamo scoprirci migliori.

Non possiamo dimenticare infatti che Ofelia è un’Attraversaspecchi e che per poter viaggiare da una superficie riflettente all’altra è indispensabile che continui a essere se stessa, impresa quanto mai difficile dal momento che si ritrova scagliata senza troppi indugi all’interno della Corte di Polo, dove nulla è quello che sembra.

La prima volta che vi ho vista mi sono fatto una ben misera opinione di voi. Vi credevo priva di buonsenso e di carattere, incapace di reggere fino al matrimonio. Rimarrà per sempre il più grosso errore della mia vita.

BACK TO ALICE: LE MOSSE DEL DESTINO

Nell’articolo precedente vi avevo parlato dei grandi modelli che hanno ispirato Christelle Dabos nella stesura di quest’opera, ma vorrei soffermarmi su uno di questi in particolare. Ne “Gli scomparsi di Chiardiluna” c’è così tanto di Lewis Carroll che qualsiasi fan dell’autore ha il permesso di saltare di gioia (me compresa). Nello specifico, ne “Gli scomparsi di Chiardiluna” emergono molto più chiaramente quegli elementi comuni che ci permettono di affiancare Ofelia ad Alice.

No, non si tratta solo della capacità di attraversare gli specchi e nemmeno del fatto di trovarsi ad avere a che fare con un mondo capovolto rispetto al proprio, dove nulla è quello che sembra. Già questi due fattori, emersi durante la lettura di “Fidanzati dell’inverno”, mi erano sembrati un efficace e ben riuscito richiamo al genio letterario britannico, ma è in questo secondo volume che Christelle Dabos supera sé stessa nel porgergli un degno tributo.

Se avete letto “Alice attraverso lo specchio”, sapete quanto sia importante la tematica del destino in questo romanzo così abilmente costruito (se invece non l’avete letto saltate il paragrafo, non mi sognerei mai di rovinarvi una lettura così straordinaria). Nel romanzo Alice infatti scopera mano a mano che le sue azioni non sono frutto della sua volontà, ma sembrano guidate da una forza superiore e cogente che la spinge avanti, di casella in casella. La trama e i personaggi sono stati pensati da Carroll come se fossero inseriti all’interno di una grandiosa partita a scacchi, una partita dentro alla quale la povera Alice svolge il ruolo di un pedone. All’inizio, perlomeno, la bambina non ha una chiara visione di quello che le sta capitando intorno e può muoversi solo di un passetto alla volta, proprio come un pedone. Solo alla fine del romanzo, e dunque della partita, raggiunto il bordo avversario della scacchiera, si potrà trasformare in regina, avendo così un controllo e una visione completi della storia (o forse, per meglio dire, del gioco).

Anche Ofelia si trova a vivere una situazione simile nel momento in cui il suo spazio d’azione e di comprensione degli eventi sembra veramente scarso. Ma insieme alla crescita del suo personaggio, possiamo vedere anche la sua consapevolezza farsi più salda e le sue azioni più mirate a conquistare un ruolo da protagonista all’interno della propria storia.

GLI SCOMPARSI DI CHIARDILUNA E LA CORTE DEI BISBIGLI

“Gli scomparsi di Chiardiluna” è un libro che amerete per la sua capacità di trascinarvi in una storia mozzafiato, capace di tenervi incollati fino all’ultima pagina. Se l’avete già letto, sapete cosa intendo. Se invece state per avventurarvi in questa storia, vi sfido a indovinare la causa delle sparizioni dei cortigiani di Chiardiluna prima di Ofelia: fatemi sapere se ci siete riusciti o se anche voi siete rimasti distratti dal continuo bisbigliare della corte.

Prima di lasciarvi infatti vi propongo un parallelo forse un po’ ardito, ma a mio parere interessantissimo e utile ad arricchire le atmosfere che Christelle Dabos ci regala di pagina in pagina.

A Roma intanto si precipitavano in gesti servili consoli, senatori, cavalieri. Quanto più elevati di rango, tanto più ipocriti e pronti a correre; e col volto divenuto una maschera, per non sembrare lieti della morte di un principe né tristi ai primi passi di un altro, mescolavano lacrime e gioia, lamenti e adulazione. – Tacito, Annali

Anche ne “Gli scomparsi di Chiardiluna” ci troviamo di fronte a una situazione simile, proprio lì dove ciascuno cerca di fare il proprio meglio per ingraziarsi il favore del Sire, a suon di menzogne, illusioni e maschere d’ipocrisia. In un mondo dove chi comanda è comandato dai propri adulatori, chi regge le fila dei burattini?

Ciò che vide nella penombra le dette da pensare. Nessun nobile stava guardando la pantomima. Gli spettatori delle file posteriori applaudivano, esclamavano e ridevano solo se gli spettatori delle file davanti applaudivano, esclamavano e ridevano. Sembravano onde prodotte da un sasso gettato nell’acqua, e l’epicentro di quel curioso sisma era evidentemente Faruk, seduto in prima fila. Era esattamente la stessa situazione dell’opera di primavera: sbadigliavano se Faruk sbadigliava, apprezzavano se Faruk apprezzava.

Eccoci giunti alla fine del nostro viaggio tra le pagine di questo libro, come sempre ci lasciamo con una domanda, che credo sia il modo migliore per concludere una lettura, convinta come sono che i libri siano il nostro mezzo migliore per interrogarci, non solo per darci delle risposte.

Prima di salutarci, vi lascio qui il link alla pagina ufficiale di Edizioni E/O, dove potete trovare notizie interessanti per quanto riguarda l’uscita dell’ultimo volume di questa saga, prevista per giugno: anticipazioni, live e discussioni sono inoltre disponibili sulla loro pagina Instagram! Ma prima non scordatevi di tornare a trovarci qui su Menti Sommerse per la terza puntata dedicata all’Attraversaspecchi e in particolare al suo terzo volume: “La memoria di Babel”.

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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