Luis Sepulveda: la tenerezza di un addio

Luis Sepulveda: la tenerezza di un addio

Luis Sepulveda è morto. Me l’ha detto un amico stamattina, sottovoce, prima che potessi leggerlo tra le urla dei titoloni dei giornali, perché in questo periodo va così: le brutte notizie necessitano di una dose extra di tenerezza.

Luis Sepulveda è morto, e non ci sarà più una voce come la sua. C’è qualcosa di molto particolare che accomuna tutti gli scrittori sudamericani, qualcosa tra le maglie della loro tristezza, un modo di vivere da esuli felici, stranieri ovunque, eppure ognuno di loro è un mondo a parte, lo senti quando li leggi da come ti parlano, dalle parole che si scelgono – s’impara presto a riconoscere Bolaño da un corsivo e a non confondere le virgole di Cortàzar con quelle di nessun altro.

Così, Luis Sepulveda è morto, ma in quel coro di voci malinconiche che sono gli scrittori sudamericani la sua voce si sentirà sempre chiara, distinguibile. È dolce, di una dolcezza stanca, spesso disarmante sì, ma sempre, soprattutto, disarmata: ho sempre pensato, leggendo Sepulveda, che fosse la voce di uno che ha pattuito con sé stesso di non far soffrire nessuno, mai.

Se sulla sua scrittura pesa, e tanto, la sua esperienza cilena – la prigione, la tortura, l’esilio – Sepulveda ne fa dono al lettore come di una cosa lieve, come di una cosa ripulita, tanto che i suoi lettori possono e devono essere bambini, dagli 8 agli 88 anni, come scherza nella prefazione di quel gioiellino di fiaba che è La Gabbianella ed il Gatto che le insegnò a volare.

L’ultimo libro che mi è capitato di leggere, di Sepulveda, è anche quello a cui mi sono trovata a voler bene di più, ed è Patagonia Express, un libro che contiene in poche pagine tutti quegli ingredienti che hanno fatto di Sepulveda il genio discreto della letteratura sudamericana, la voce alta e cristallina nel coro degli autori del sud del mondo.

Patagonia Express è la cronaca di un viaggio. Di quale viaggio? Il viaggio di tutta una vita. Attraverso una serie di piccole storie, come sul retro di tante cartoline, Sepulveda mi ha immersa sotto la superficie dei luoghi più desolati dell’America Latina, giù giù nella terra fino ad arrivare all’animo umano. Qui, Sepulveda racconta gli echi degli orrori peggiori con una punta di scanzonato umorismo, con l’ironia che salva, con la penna che sceglie di andare, sempre, verso la parola più bella.

Mi ha portata attraverso gli anni del carcere, in Cile, come si fa con un’amica una passeggiata sulla spiaggia. E non perché con la sua scrittura minimizzasse o nascondesse, ma perché sempre gli è riuscito di andare a scovare, con chissà quale sofferenza, la maniera più amabile di raccontare il dolore, di parlare di cose difficili, spaventose, tristi, senza la necessità di affondare la penna nelle paure degli altri, nel dolore degli altri, nella tristezza degli altri. Un’empatia senza tormento – una cosa difficilissima, niente meno che un gesto d’amore.

Tanti autori sudamericani, e Sepulveda in particolare, mi hanno insegnato che è facile scrivere di morte, o della paura di morire, solo quando non se n’è fatta la conoscenza ravvicinata; mi hanno insegnato che è facile incantare il lettore raccontandogli quanto può essere meschino e triste l’essere umano, raccontandogli di cosa è capace quando dà il peggio di sé, e che certe volte è necessario farlo; ma mi hanno insegnato, anche – Sepulveda mi ha insegnato – che è più difficile, ma sempre possibile, raccontare quest’orrore con delicatezza. Che, sempre, è possibile piantare una parola bella in mezzo alla desolazione. Che i viaggi, come quello di Patagonia Express, non sono alla ricerca di posti, ma alla ricorsa di desideri.

Che, alla fine, non solo la gabbianella, ma anche il gatto può imparare a volare.

Marzia Figliolia

Marzia Figliolia

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