Perché anche noi giovani dovremmo conoscere Federico Fellini? -Episodio 1

Perché anche noi giovani dovremmo conoscere Federico Fellini? -Episodio 1

 L’unico vero realista è il visionario. (Federico Fellini)

Nel 2020 ricorre un centenario importante: quello della nascita di Federico Fellini, o meglio del Maestro perché, come disse una volta Martin Scorsese, “non basta chiamarlo regista, Fellini era un maestro”. Con ben 5 premi Oscar all’attivo, Federico Fellini è considerato uno dei più grandi registi e forse il più grande visionario di tutti i tempi. D’altronde lo disse proprio lui: “L’unico vero realista è il visionario”. Comprendere il significato di quest’affermazione significa avere tra le mani il codice interpretativo del suo mondo.

Federico Fellini è tra i registi più studiati: centinaia di studiosi hanno cercato di afferrare la sua opera nei minimi particolari. Potremmo dire che su di lui si conosce tutto, o forse niente perché molti aspetti della sua complessa personalità rimangono ancora oggi oscuri.

Personalmente conoscevo poco di Fellini, avevo visto i suoi film più celebri, senza mai pormi il problema di studiare il personaggio; fino a quando nel 2020 si sono moltiplicate le iniziative in occasione del suo centesimo compleanno, così ho iniziato ad immergermi sempre più a fondo nell’oceano felliniano ed è iniziato un viaggio che non sembra avere mai fine e continua a rivelare diversi orizzonti.

Linee guida per conoscere il Maestro

È difficilissimo fare una ricostruzione non banale e non parziale del caso Fellini: perciò, nei limiti della mia incompetenza, l’obiettivo primario di questi due articoli sarà quello di fornire una linea guida essenziale per invogliare i più a recuperare i suoi film e i suoi ideali. In particolare il mio intento è quello di condividere quel poco che ho appreso con coloro che, come nel mio caso, sono giovani o poco esperti di cinema, per intraprendere questo viaggio insieme all’insegna della mera curiosità.

Penso infatti che sia soprattutto compito di noi giovani, protagonisti della società del domani, conservare la memoria e il valore dei grandi del passato. Tanto più che questa malaugurata quarantena causa Covid-19 continuerà ancora per un tempo indefinibile: infatti… quale periodo migliore di questo per dedicarsi alla scoperta di un uomo che ha segnato la storia del cinema?

So che molti riterranno “noiosi” i film prodotti qualche decennio fa, perché inevitabilmente non hanno la risoluzione di quelli attuali: alcuni sono in bianco e nero, contengono effetti speciali rudimentali,… In parte avete certamente ragione, anche se forse dovremmo chiederci se questa opinione sia fondata  o meno. Ovvero: abbiamo mai provato a guardare un grande classico del cinema, anche se di un’epoca passata? Abbiamo mai provato ad apprezzarlo veramente?

Al giorno d’oggi le offerte sono numerosissime, talvolta troppe: film di ogni genere e categoria, serie tv ecc. proposti non più solo in televisione o al cinema, ma anche, e soprattutto, dalle società operanti nella distribuzione via internet di film (chi non conosce Netflix?).

Ecco, io credo –lungi da me erronee generalizzazioni–, che troppo spesso il contenuto dei film più recenti miri a svagare piuttosto che a innestare ragionamenti: in questo modo, nella maggior parte dei casi (certo non in tutti), si tende a privilegiare la qualità visiva e gli elementi di intrattenimento, piuttosto che il significato. Siamo per così dire “viziati” dal film contemporaneo, dalla qualità delle sue immagini, e assai raramente ci sforziamo di guardarci alle spalle, perdendo moltissimo.

Credo  infatti che sia importante recuperare i grandi classici del passato tanto in ambito letterario, quanto nel mondo nel cinema. Inutile dire poi che Fellini sia un punto di partenza imprescindibile per chi sogna di lavorare nel cinema, tanto che fu maestro di innumerevoli importanti registi, da Martin Scorsese a Woody Allen, ma fare la sua conoscenza è ugualmente indispensabile anche per chi, come me, non è affatto un cinefilo.

Dunque… Perché tutti coloro che non ne sanno nulla, in particolare noi giovani, dovremmo conoscere Federico Fellini? 

Federico Fellini e il film di immagine

Occorre anticipare che, come ricordava Fellini stesso, i suoi erano film di immagine piuttosto che di parole. Pertanto non si tratta solo di assistere, bensì di leggere con partecipazione, lasciandosi traportare dalle celebri scene. L’approccio che si dovrebbe tenere, così lontano dall’uso attuale, è forse più simile a quello che si ha di fronte ad uno spettacolo teatrale.

Tutti pronti? Che abbia inizio la magia!

Ecco che ci troviamo di fronte ad un tripudio di immagini grandiose , tutte con una propria carica di lettura, che di volta in volta producono una diffrazione di significati differenti: è riduttivo definire tutto ciò un “capolavoro”, perché si tratta di un universo immaginario destinato a diventare proverbiale e inconfondibile.

Ossessioni autobiografiche e attenzione ai cambiamenti della società

Parlo di me anche quando descrivo una sogliola.

Punto di partenza imprescindibile per dare un senso alla lettura della produzione felliniana è considerare che nella maggior parte dei film si trova un po’ della sua vita e una voluta attenzione ai cambiamenti della società italiana del suo tempo.

Per quanto riguarda l’aspetto autobiografico, Fellini in gran parte delle sue produzioni rilesse il suo passato nella chiave onirica e malinconica del ricordo. La memoria è una dimensione che talvolta sfuma e inevitabilmente modifica la realtà delle cose: non dobbiamo dunque aspettarci che siano riportati fedelmente i fatti, tantomeno da un regista come Fellini che, non a caso, è stato accusato da molti di essere un gran bugiardo.

Bisogna aggiungere poi che con tutta probabilità i film di Fellini diventeranno in futuro rappresentazione visiva della società italiana di quel periodo storico, perché mostrano molto efficacemente i mutamenti dell’Italia della seconda metà del Novecento. Non si tratta solo di riferimenti espliciti agli avvenimenti di cronaca di quegli anni, ma anche di piccoli particolari riservati all’osservatore più attento: emblematico il caso del passaggio del transatlantico Rex in Amarcord. Il tutto è riletto con una sottile satira ed ironia, per non prendere mai troppo sul serio la realtà dei fatti.

Nella mostra interattiva “Fellini 100, Genio Immortale”, allestita presso il Castel Sismondo di Rimini (città di origine del regista) in occasione del centesimo compleanno del maestro, si trova uno spazio riservato alla proiezione di alcune scene opportunamente accostate ai reali filmati dell’Istituto Luce, che mostrano come certi fatti di cronaca, anche i più piccoli, venissero inseriti e stravolti all’insegna del ricordo del Maestro.

Federico Fellini: una vita da sognatore o da bugiardo?

Per comprendere la dimensione autobiografica dei suoi film, dobbiamo conoscere a grandi linee le tappe fondamentali della vita del regista.

Federico Fellini nacque il 20 gennaio 1920 a Rimini. Gli piaceva ricordare di essere stato un bambino vivace e pestifero, ma le testimonianze lo smentiscono: era un bambino pacato, contrariamente al fratello Riccardo (di un anno più piccolo), tanto pestifero da spingere i genitori a mandarlo in collegio. Eppure di questo stesso collegio di Fano parla nel film autobiografico “8½”: luogo di disciplina che, come disse in alcune interviste successive, contribuì a formare le strutture del suo temperamento e di qui la sua ribellione al sistema (ma era il fratello Riccardo ad essere stato in collegio). Si tratta di una delle sue tante bugie, che diceva con naturalezza per poi dare la colpa i capricci del ricordo.

Federico era effettivamente un po’ bugiardo, ma non lo era per cattiveria: vedeva semplicemente la bugia non in senso negativo, ma come una dimensione migliore della verità, così come vedremo che l’onirico era in qualche modo realtà nel suo immaginario. Le sue menzogne erano anche dovute ad una timidezza e ad un’insicurezza di carattere: la moglie lo ricordava come Il dubbio in persona.

Testimone indelebile della sua infanzia riminese è il film “Amarcord” (in dialetto romagnolo “mi ricordo”), in cui racconta la storia di una famiglia: non la sua (ancora una volta all’insegna del suo animo menzognero), ma quella del migliore amico Ferruccio. In questo capolavoro troviamo alcuni particolari autobiografici fondamentali. Ad esempio la spiaggia, ricordo a cui associava numerose immagini nei suoi film, ma dove Federico non era solito andare con gli amici a fare il bagno perché non aveva mai imparato a nuotare, inoltre si vergognava del suo fisico eccessivamente gracile (gli amici lo soprannominavano Il Gandhi). Troviamo in Amarcord anche il celebre cinema Fulgor, dove il giovane Fellini si avvicinò per la prima volta al mondo del cinema: qui vide il suo primo film, “Maciste all’Inferno”, si innamorò del cinema americano e soprattutto dei film di Charlie Chaplin; di questi in particolare conserva un tenero ricordo legato alla sua infanzia, perché venivano trasmessi d’inverno durante le vacanze di Natale:

I suoi film e la sua immagine si rivestivano dell’atmosfera di un dono, di un regalo: si confondeva nell’atmosfera festosa; in un’epoca militaresca fascista tutti avremmo voluto essere come lui, con la sua libertà.

L’Italia di Fellini e la sua Rimini

Quando Fellini era un ragazzo infatti, l’Italia viveva il periodo della dittatura fascista, che nei suoi film non risparmia di leggere in chiave parodica. Proprio in “Amarcord” sono riportati gli esercizi fascisti a cui lo stesso Fellini era obbligato, ma che non svolgeva: già ribelle al sistema, fu più volte bocciato in disciplina militare perché, come ricorda l’amico Ferruccio in un’intervista, non aveva alcun rispetto per un ordine superiore, dissacrava qualunque cosa.

Durante gli anni di frequentazione del liceo classico, sviluppò particolare interesse per il disegno e il fumetto (a cui si era avvicinato leggendo il “Corriere dei Piccoli”): attività che ben si conciliavano con il suo carattere di osservatore acuto e curioso. Disegnava caricature dei compagni e dei professori. D’estate invece, per guadagnarsi qualche soldo, lavorava in una bottega e faceva caricature per i turisti.

La Rimini degli anni Trenta e della sua adolescenza è ricordata nel film “I Vitelloni”, affresco generazionale più riuscito dell’epoca, con un giovanissimo Alberto Sordi, uno dei più grandi amici di Fellini, e con il fratello Riccardo. È la storia di cinque giovani che vivono nell’inerzia e nella sonnolente vita di provincia, in cui nessuno si dà da fare, né è spinto a farlo, a parte uno, Moraldo, che ad un certo punto decide di partire con un treno per Roma senza dire nulla a nessuno. Moraldo era la controfigura dello stesso Fellini che, come lui, presto abbandonerà Rimini: ritroveremo Moraldo ne “La Dolce Vita” interpretato da Mastroianni, dove avrà fatto carriera come paparazzo.

Fellini in questi due film ricorda una Rimini mai esistita se non nella sua fantasia: sono visioni sempre rilette in chiave onirica che non rappresentano mai la realtà della città. Per questo molti riminesi lo incriminano di dire menzogne, forse anche per la rappresentazione grottesca che fece di certi personaggi.

Una gita a Rimini è indispensabile per coloro che volessero seguire le tracce dei luoghi dell’immaginario felliniano, perché Fellini, per quanto ne dicano i riminesi, è legato a Rimini da un legame profondo che lo ha accompagnato per tutta la vita. Oltre all’inaugurazione del museo internazionale Fellini nel dicembre 2020 (di cui la mostra Fellini 100 era uno dei progetti inaugurali), in ogni angolo della città traspare la memoria del regista: il celebre Grand Hotel di Amarcord, i bar, le “pensioncine”, i ristoranti, che portano i nomi dei personaggi indimenticabili dei suoi film, oppure in qualche modo ne conservano tracce.

In viaggio verso la capitale

Il talento di Fellini era naturale, ma aveva poche possibilità di esprimersi in provincia, anche se in futuro saranno proprio le sue origini provinciali a portarlo al successo. Terminate le scuole superiori, a 19 anni si trasferì a Roma con la madre per iscriversi alla facoltà di giurisprudenza, ma gli studi non furono altro che un pretesto per allontanarsi da Rimini. Il suo sogno era quello di lavorare nel mondo del giornalismo: in meno di due mesi riuscì ad entrare come vignettista e autore di testi nella redazione del Marc’Aurelio, la rivista di satira più importante dell’epoca. Qui propose lo stile del non sense, diverso da quello consueto della rivista, ed ebbe un discreto successo. Gli amici di Rimini, che soffrirono molto la sua partenza inaspettata, si ritrovano descritti sulle vignette che seguivano i suoi ricordi.

Fu a Roma che Federico conobbe l’amico di una vita, Alberto Sordi, anch’egli giovane squattrinato, camminavano insieme ore e ore di notte per le strade deserte di Roma, Federico sognava di diventare regista, “Albertino” (come lo chiamava Fellini) di diventare attore. Erano anni difficili, e Sordi in un’intervista ricorda così l’amico:

“Eravamo due poveracci, senza una lira, […] aveva fame, gli era rimasta solo una tesa così, piena di capelli su un corpo che ormai non si sosteneva più perché era debole e deperiva di giorno in giorno. Io non potevo fare niente per lui, potevo divertirlo, ridere, scherzare insieme, ma non potevo sfamarlo perché anche io ero un poveraccio non ch’avevo una lira”.

Finalmente sceneggiatore

Dalla scrittura sui giornali passò alla radio, fino ai primi lavori da sceneggiatore. Ma in che modo?

Inizialmente fu mandato da un giornale ad intervistare personaggi del Varietà, tra cui Aldo Fabrizi, con cui entrò in confidenza a tal punto da iniziare a scrivere sceneggiature per lui. Qui scoprì il mondo di Cinecittà e sperimentò che con il cinema si guadagnava molto di più, inoltre era più divertente della vita nella redazione di un giornale.

Nell’estate del 1943 la situazione cambiò: Roma subì alcuni bombardamenti da parte degli americani e a ottobre venne occupata dai tedeschi. La guerra, che fino ad allora i romani avevano visto solo al cinema, ora era alle porte: come ricorderà nel film Roma, i cittadini pensavano che la capitale non sarebbe mai stata bombardata perché c’era il papa. La città si bloccò e così anche la carriera di Federico.

Durante quei mesi di forzata inattività, Fellini si sposò con Giulietta Masina, giovane attrice conosciuta lavorando alla Radio, per la quale aveva scritto una rubrica. Lei era piccola e magrolina, contrariamente a quelle che saranno le giunoniche donne felliniane, ma sarà la donna della sua vita, oltre che protagonista in alcuni dei suoi film più celebri.

Sordi nella stessa intervista sopracitata ricordava così il loro incontro:

“Poi conobbe una ragazzina che faceva la radio, si chiamava Giulietta, lui scrisse per lei una rubrichetta alla radio, e si fidanzarono. Lei da buona emiliana cominciò a cucinare agnolotti, lasagne, tortellini e così incominciò ad ingrassare Federico, che cominciò a camminare da solo, a scrivere e a lavorare”.

Nel dopoguerra, insieme ad amici e sceneggiatori conosciuti al Marc’Aurelio, si mise a disegnare per pochi dollari caricature ai soldati americani: un’attività molto simile a quella che faceva a Rimini d’estate.

Nel frattempo Rossellini lo aveva chiamato a collaborare a parti di alcuni suoi capolavori e iniziarono a comparire nei suoi film scene tipicamente felliniane. In particolare collaborarono alla produzione di Roma Città Aperta, capolavoro che aprì la stagione del cinema neorealista e segnò la rinascita del cinema italiano, di cui Federico diverrà protagonista assoluto. Recitò anche in L’Amore di Rossellini, in particolare nell’episodio Il Miracolo dove interpretò un pastore che incontra e seduce una pastorella, che era Anna Magnani. Con Rossellini aveva un rapporto filiale, ma anche di rivalità, tanto che poi si distaccò dal maestro, superandolo.

Nel 1946 conobbe Tullio Pinelli, torinese, scrittore drammaturgo e sceneggiatore. In breve tempo nascerà un sodalizio professionale: Fellini elaborava le idee, Pinelli le disponeva testualmente. Scrisse con Fellini Luci del Varietà, 8 e mezzo, I Vitelloni, La Strada, La Dolce Vita.

 

 

Federico Fellini: l’inizio della carriera come regista

Ma fu durante la collaborazione con Lattuada, in particolare per la sua prima produzione, Luci del Varietà –una riproduzione del mondo decadente dell’avanspettacolo– che si accorse di voler intraprendere la carriera regista.  Federico inizialmente era esitante, non si sentiva adatto poiché un regista doveva saper prendere decisioni e lui non riusciva mai a scegliere: per questo praticò il mestiere a suo modo, rivoluzionando del tutto le consuete regole della regia. Il film fu un insuccesso e questo decretò la fine del sodalizio tra i due cineasti.

Federico Fellini sta per intraprendere una carriera che lo porterà lontano, anche se non perse mai il suo senso di appartenenza alla provincia, possiamo dire che era un poeta di provincia e, in quanto tale, affrontava la vita in città. Per questo nei suoi capolavori ebbero un’importanza imprescindibile le tradizioni e le cadenze dialettali.

La nostra immersione non è certo terminata, ma per il momento si ferma qui. Vi dò appuntamento all’uscita della seconda parte di questo articolo. Nel frattempo spero che possiate godervi qualche capolavoro felliniano, magari alternandolo alle numerose proposte che si trovano online in occasione del centenario. Riporto qui alcune iniziative interessanti:

  • Su YouTube si trovano i documentari Felliniana (Rai Sat Cinema); Viaggio nell’Italia che cambia-Federico Fellini, oltre che qualcuno dei suoi film più famosi.
  • RaiPlay propone cinque film per rivivere le storie, le immagini e i personaggi attraverso lo sguardo del Maestro e cinque documentari che testimoniano la sua carriera. Inoltre, in occasione del centenario di nascita anche di Alberto Sordi, la produzione Rai Fiction ha realizzato il film biografico Permettete?, in cui compare anche un giovane Fellini e viene rappresentato, anche se in modo un po’ romanzato, il rapporto di intima fiducia che lo legava ad Alberto.

Ginevra Braga

Ginevra Braga

Osservo, leggo, studio, scrivo e mi appassiono per necessità di trovare un senso

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