Dopo Tgr Leonardo e la Browne c’è Niccolò Ammaniti con la sua Anna

Dopo Tgr Leonardo e la Browne c’è Niccolò Ammaniti con la sua Anna

2020, Sicilia: un virus che causa tosse, fatica nel respirare, dolore muscolare e croste ha sterminato tutti gli adulti. Restano i bambini e i cani. Sia gli uni che gli altri si sono inselvatichiti ora che i Grandi non ci sono più. Niente più punizioni, niente più catene. Ma la distinzione tra bene e male rimane, sebbene sia ora incerta e zigzagante come una riga di pennarello disegnata da un bambino.

Ammaniti pubblica questo romanzo nel 2015. Con una mira tanto incredibile quanto inquietante centra l’anno e il dramma: 2020 – epidemia.

Anna. Anna ha tredici anni e corre sulle corsie di un’autostrada deserta stringendo tra le mani le bretelle del suo zaino riempito con qualcosa da mangiare trovata qua e là. Supermarket e appartamenti sono stati saccheggiati già all’inizio dell’epidemia, quattro anni prima. Senza i Grandi il mondo si era trasformato in una giungla in cui vige la legge del più forte. E Anna doveva essere più forte degli altri: più veloce dei branchi di cani affamati, più furba delle bande di bambini. Homo homini lupus, o in questo caso, puer puero lupus.

Anna mi è stato regalato anni fa da mia madre. Ne ho sempre rimandato la lettura: storie di bambini, mi dicevo, e a me i bambini non vanno a genio. Dopo averlo abbandonato per anni su una mensola ho ripreso in mano questo libro e ho scoperto che quelli dentro queste pagine sono tutto, fuorché bambini.

Dare un senso a un mondo devastato

In un’articolo di Mauro Missiroli sul Corriere della Sera si legge che “questa storia nasce da un pensiero puramente biologico-comportamentale: cosa farebbero dei bambini abbandonati a loro stessi? […]”. La risposta che lo scrittore si dà traspare da un mondo dominato da lotte, paure, speranze: lotta per sopravvivere, paura di soccombere, speranza di poter trovare un modo per guarire da quel virus che, dopo la pubertà, non risparmia nessuno.

Non ci sono più i Grandi a dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, non ci sono più i Grandi a spiegare il perché delle cose. Ora i “perché” bisogna trovarseli da soli, o inventarli. Ci ritroviamo in un mondo il cui senso segue una logica infantile, articolata attorno alla necessità di interpretare la realtà attraverso una nuova narrative capace di tener conto e di spiegare l’isolamento, il silenzio, la morte – il corpo della mamma che ora è solo una carcassa. E il pensiero narrativo di un bambino non può avere che la forma della favola, che è l’unico tipo di narrazione che conosce. Il risultato è così un mondo dove cani – ora troppo aggressivi per essere considerati ancora “cani”- diventano mostri di fumo, un mondo in cui si può magicamente guarire dal virus indossando un paio di Adidas Hamburg o baciando la leggendaria Picciridduna, che si dice sia l’unica dei Grandi ad essere sopravvissuta.

Anna dovette spiegare al fratello cosa era la morte. Erano circondati da cadaveri, eppure non sapeva come fare. Così catturava topi e lucertole e glieli ammazzava davanti.

Attraverso Anna assistiamo alla creazione di un sistema simbolico nuovo, cucito su misura per il fratellino Astor ma che ricalca quello delle prime comunità ancestrali. Gli ingredienti sono semplici: un Dio cattivo, un Dentro sicuro e un Fuori pericoloso in cui è meglio non avventurarsi. Così Anna sperava di troncare la curiosità del fratello, sempre più desideroso di scoprire cosa ci fosse al di là di quel bosco “magico” che circonda la loro casa. Astor incarna infatti l’esigenza di senso e ordine che da sempre gli uomini hanno avuto nei confronti del mondo.

Numerose sono le simbologie di stampo mitologico: abbiamo ad esempio un culto delle ossa molto simile a quello atzeco, dove gli scheletri vengono decorati così che possano paradossalmente parlare ancora della vita; e per citare solo un altro esempio abbiamo l’analogia tra il “cane con tre nomi” e le tre teste del Cerbero, dove ogni nome – al pari di ogni testa – significa un tratto caratteriale distintivo dell’animale.

La realtà viene percepita con gli occhi della favola, con gli occhi di chi si muove nei mondi di fantasia con più sicurezza che nella vita vera.

In Anna di Ammaniti nessuno viene lasciato solo

Credo di non aver mai letto un libro di Ammaniti in cui un qualcuno venga lasciato completamente solo. In un modo o nell’altro i suoi personaggi si legano sempre in vincoli di solidarietà, amicizia e lealtà. Lo stesso avviene in Anna. La ragazzina è infatti accompagnata nella sua odissea da un maremmano aggressivo e puzzolente che ha deciso testardamente di diventarle amico, dal suo stralunato fratellino Astor e da un ragazzo eccentrico che ho subito immaginato come lo Stan della serie Netflix “I’m not okay with this”. Un quartetto ben assortito nella sua assurdità: quasi mai si va d’accordo, ma si fa sempre la pace. Tra bambini è così, ci si lascia con il nervosismo di quando si ha paura o di quando ci si accorge di avere torto; ma poi ci si insegue e ci si ritrova. E fare pace è un’abitudine che l’orgoglio dell’età adulta tende a far dimenticare.

Lo vedi che anche tu credi in qualcosa?

Bisogna pur credere in qualcosa, nonostante tutto. Tanti raccontavano che i Grandi da qualche parte erano sopravvissuti, altri si abbandonavano alla fantasia di poter essere guariti dalla magica Picciridduna. Anna ne aveva sentite tante e a quelle storie diceva di non crederci più, o quasi.

Tu non credi che c’è un modo per salvarsi? Siamo proprio destinati a morire così?

Io non credo a niente. Io devo trovare mio fratello, ho promesso a mia madre che non l’avrei abbandonato.

E dopo? Che cambia? Tra un po’ tu muori e lui resta solo.

Ma prima lo porto nel continente.

In Calabria?

Magari lì dei Grandi si sono salvati e hanno il vaccino.

Lo vedi che anche tu credi in qualcosa?

Anna chiuse gli occhi.

Sarà anche scontato ma è così: quando si ha paura anche nei più disillusi si riaccende la fiamma della speranza. Ma Anna è una ragazzina sveglia e più volte nel libro troviamo delle riflessioni sul ruolo della speranza. In cosa ha senso sperare? Ci sono speranze più fondate di altre? Forse la speranza, che la grammatica ci dice essere sempre speranza in/di qualcosa, è solo un modo per dare una direzione e un punto d’arrivo a quell’energia che non possiamo controllare e che ci spinge, senza una ragione precisa, a vivere.

Il cuore del romanzo è esattamente questo: la vita non ci appartiene, ci attraversa. Vivere, questo è il nostro compito. E la vita è più forte di tutto.

La sua vita era la medesima che spinge uno scarafaggio a zoppicare su due zampe quando è stato calpestato, la stessa che fa fuggire una serpe sotto i colpi della zappa tirandosi dietro le budella.

Anna ha intuito che superando le difficoltà di petto, accettando il bello e il brutto che il mondo ha da dare, si va avanti. Si deve andare avanti: la resa non è nel nostro DNA.

Piangersi addosso e arrendersi è un lusso. Ce ne siamo tutti dimenticati.

Anna: un romanzo di formazione, un romanzo di attese

La vita è un gioco di attese: la tensione che vibra nei momenti di silenzio; le fibre che fremono i secondi prima dello scatto; il batticuore di chi aspetta a orecchio teso di essere raggiunto. Ma anche l’attesa che la morte sopraggiunga dopo le prime mestruazioni, dopo essere diventata una dei Grandi su cui il virus può far presa.

Nell’universo di Anna la vita ha una durata diversa: quanto quella di un cane, quattordici anni circa. In Anna nessuno ha molta voglia di diventare grande. Eppure in questo libro infanzia ed età adulta spesso si confondono. La linea è sfocata; non si vede distintamente, ma c’è. Anna ha perso la spensieratezza, Anna ha lottato, sofferto, cresciuto il fratello come una madre; lei è matura e con le responsabilità di una donna, ma resta pur sempre una bambina. E a ricordarci della sua tenera età è la facilità fanciullesca con cui Anna passa dalla disillusione a una nuova speranza. Forse il vero morbo è proprio il diventare grandi, che uccide il tenace ottimismo dell’infanzia.

Credo che Ammaniti voglia dirci proprio questo: per essere forti ed affrontare la vita con coraggio non bisogna perdere quella indistruttibile fiducia dei bambini in un lieto fine.

Bisogna solo aspettare perché, con o senza pazienza, le attese hanno tutte una fine.

Da questo romanzo è stata tratta anche una serie tv le cui riprese sono state -ironicamente – interrotte a causa dell’epidemia di Coronavirus. Per saperne di più cliccate qui.

Non è la prima volta che vi proponiamo un romanzo per approfondire questo tempo strano e inquietante che stiamo vivendo: se vi siete persi l’articolo della nostra Valentina Sprega su “La strada” di Cormac McCarthy, correte a cliccare qui.

Sara Squillaci

Sara Squillaci

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