A corpo libero – Il corpo come metafora nella storia dell’arte

A corpo libero – Il corpo come metafora nella storia dell’arte

Gli antichi greci non ce l’avevano la facoltà di psicologia. Tutto quello che accadeva all’interno del corpo era un problema, appunto, del corpo, ed il corpo si credeva fosse collegato più all’intero universo esterno che non a quello che oggi conosciamo, indaghiamo e temiamo come il nostro universo interiore, la nostra psiche.

Dunque, nell’antica Grecia, seppure si avesse la sensazione di qualcosa di storto nella testa, si andava dall’astrologo: tutta una catena infinita di correlazioni e rimandi passava tra stelle, pianeti e oscuri orizzonti giù fino agli alberi, alle pietre, alle milze e ai corpi degli uomini, influenzando tutto. Il corpo è sempre stato considerato spazio, tempio di una religione che professiamo tutti dal primo vagito all’ultimo respiro, altare su cui sacrifichiamo e tela su cui, tra l’altro, non smettiamo di dipingere l’intera storia dell’arte.

In questo momento, a Gerusalemme, è in isolamento per l’emergenza coronavirus anche una splendida mostra, curata dalla Dott.ssa Adina Kamien-Kazhdan, dal nome particolarmente evocativo: Bodyscapes. Come sui corpi su cui veglia il personale medico negli ospedali, sulle opere della mostra è calato un velo a prendersi cura della loro fragilità, in attesa di tempi migliori.

Ma la mostra di Kamien-Kazhdan è una delle più interessanti del momento perché mette insieme rappresentazioni del corpo umano provenienti da ogni tempo ed ogni luogo: appassionati di astrologia come me potrebbero trovare molto interessante, per esempio, un calendario germanico del 1788, che utilizza una figura nuda maschile come centro dell’universo: dal suo corpo si allungano linee che lo collegano alle costellazioni, ogni segno zodiacale un abbinamento ed un rimando ad una parte specifica di sé: il collo, per esempio, corrisponde alla costellazione dei Gemelli; la schiena, alla Bilancia; i piedi, ai Pesci.

Anche gli europei della modernità, proprio come i loro antenati greci, credevano che il corpo umano fosse nient’altro (si fa per dire) che una rappresentazione su scala minore del cosmo e di tutti gli eventi naturali che vi occorrono: l’uno il perfetto riflesso dell’altro.

È questa una convinzione che accompagna anche e soprattutto gli artisti, dall’Uomo Vitruviano di Leonardo e fino a Druksland, un’opera del 1975 dell’artista Micheal Druks, che dipinge il proprio volto nell’esatta maniera in cui un cartografo disegnerebbe la mappa di un’isola inabitata.

Michael Druks, Druksland, 1975. © Michael Druks.Courtesy of The Israel Museum, Jerusalem.

Ma perché, nella storia e in particolar modo nella storia dell’arte, l’essere umano ha sempre sentito il bisogno di collegare il proprio spazio più privato allo spazio esterno? È probabilmente il desiderio irrazionale di avvicinare, legare, un mistero grande quanto quello del proprio corpo a qualcosa di razionale, di comprensibile: come la geometria.

L’architetto americano Le Corbusier, d’altronde, immaginò negli anni ’50 un sistema di misura basato sulle proporzioni del corpo umano: il suo libro The Modulor: A Harmonious Measure to the Human Scale, Universally Applicable to Architecture and Mechanics, spiega come.

Basandosi sull’altezza dell’Englishman medio, Le Corbusier derivò una serie di misurazioni che potevano essere utilizzate in architettura e design. Influenzato dal cubismo, “ricercò una forma più pura, precisa e scientifica d’arte, in relazione ai modelli matematici”, scrive di lui l’architetto e storico dell’arte Iddo Ginat. Quello che Le Corbusier cercava di fare era forse rivoltare il rapporto uomo/natura, sviluppando un modo per replicare le forme umane nell’ambiente che si abita.

Un altro modo, dopotutto, di invocare un mondo spiritualmente ordinato: legare il corpo alla razionalità del numero può metterci al riparo dal caso, dall’imprevedibilità che sentiamo incombere sulle nostre esistenze più o meno caotiche.

Al polo opposto, ci sono gli artisti che hanno portato il disordine nell’ordine corporeo: in una serie di “autoritratti”, la scultrice Louise Bourgeois crea forme irriconoscibili, deformate e tuttavia bellissime, che intitola come parti del proprio corpo, come questo Torso del 1963

Louise Bourgeois, Torso, Self Portrait, 1963. © 2019 The Easton Foundation / Licensed by VAGA at Artists Rights Society (ARS), NY. Courtesy of The Berardo Collection Museum, Lisbon.

O ancora, il corpo nell’universo, sì, ma anche l’universo nel corpo: nel XVIII secolo circolano nel mondo dell’arte delle versioni ad inchiostro del Sefirotic Tree, una parte della Kabbalah che illustra dieci attributi della divinità incarnati, o meglio: queste incisioni assegnano dieci corpi a dieci entità incorporee.

Perché, dunque, questa necessità di metafora incessante, perché paragonare il nostro corpo a stelle, mappe, continenti, geometrie? Forse non è nient’altro che la voglia che il nostro corpo in qualche modo ci sopravviva, che sia traslabile in un linguaggio eterno, mutevole ma duraturo. Perché, sì, i corpi all’interno di una mostra come “Bodyscapes” ora potranno anche essere momentaneamente immobili… ma ciò che è sicuro, è che ci sopravviveranno.

Marzia Figliolia

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