A ciascuno La (propria) strada, secondo McCarthy

A ciascuno La (propria) strada, secondo McCarthy

Stop. Fermatevi. Non muovetevi. Questa magnifica sfera sulla quale abitiamo ha esaurito la sua perfezione, basta illusioni. Basta aerei, treni, scuole, centri commerciali, incontri. È stato interrotto il frenetico vortice di obblighi e costrizioni che impedivano di alzare gli occhi al cielo, guardare le stelle, ascoltare il mare, respirare l’aria di montagna, cogliere un fiore, ascoltare il silenzio. A un tratto, improvvisamente, il silenzio si rompe e sia per le strade deserte sia in ogni singolo essere risuona una frase: non stiamo bene, nessuno di noi sta bene, tutti stiamo soffrendo. È difficile ascoltare l’impercettibile degradarsi di un pianeta, è difficile sentirlo urlare dall’alto delle nostre impalcature ideologiche ma le fondamenta stanno cedendo.

Pare un quadro familiare purtroppo ma è anche la desolazione che si trovano a vivere un padre e un figlio in La strada di Cormac McCarthy. I due personaggi si muovono in uno scenario post-apocalittico, in un groviglio di strade senza origine tra le membra di un mondo asciutto, svuotato e paurosamente riconoscibile.

“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto”.

Una desolazione familiare

The road - Film

Così si apre La strada, opera narrativa di Cormac McCarthy che lo portò alla conquista del Premio Pulitzer nel 2007. McCarthy occupa un posto d’onore tra i più apprezzati scrittori americani grazie alla sua potenza narrativa e alla sua originalità. Il peculiare timbro stilistico ha permesso a molte sue opere, circa la metà, di essere adattate per il grande schermo. Proprio dal romanzo in questione è stato tratto il film The Road diretto da John Hillcoat, con Viggo Mortensen e Charlize Theron. Il tema è indubitabilmente apocalittico: a causa di una tremenda catastrofe ogni cosa è stata distrutta e il mondo appare deserto e desolato. Le strade non sono un posto sicuro per muoversi, attraversate da bande di cannibali pronte a tutto pur di sfamarsi. In questo scenario per lo più composto da alberi morti, rovine e ruscelli infecondi un padre e un figlio si muovono cercando di sopravvivere.

Identità disattese

L’uomo e il bambino non hanno un’identità precisa. Ad ogni parola o riga in più che si legge ci si aspetta di veder emergere un nome, qualche considerazione che compaia come un pozzo in mezzo a questo deserto e permetta di inquadrare i due protagonisti. Nulla di tutto ciò, mai. Personalmente, in qualità di lettrice mi sono sentita persa, non ho trovato supporto né nella scrittura esageratamente asciutta e scarna né nei personaggi del libro chiaramente troppo attenti a sopravvivere per parlare del proprio futuro o per ricordare un passato troppo doloroso nella sua diversità dal presente.

Ad un certo punto della lettura de La strada ho smesso di porre domande allo scrittore e di disturbare i due vagabondi e ho cercato di rispondere autonomamente alle tante, troppe domande che insorgevano instancabilmente. Come possono esistere padre e figlio senza un passato né un futuro? In questa terribile situazione, quando i ricordi possono essere un sollievo e quando un dolore? Cosa gli permette di proseguire in una tale desolazione?

Un nome una condanna

Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio. I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.”

Sono sicura che quasi a tutti sia pervenuta, almeno una volta nella vita, quella voglia di acquistare una piantina e di prendersene cura. Sarò in grado di accudirla? Le avrò dato abbastanza acqua? Starà assorbendo sufficiente luce? Sono domande spontanee, banali nella loro semplicità. Chiaramente tutti, almeno una volta, avremo messo in conto di sbagliare, di compiere quell’errore irrimediabile che avrebbe fatto inevitabilmente morire la nostra malcapitata piantina. Beh, ecco, pazienza è solo una pianta. Ma se invece noi le avessimo dato un nome? Se le avessimo permesso di avere un’identità anche solo per pochi giorni o settimane? Se le avessimo concesso di farsi spazio nella mostra memoria? Tutto sarebbe diverso.

Dare un nome alle cose significa farle esistere, implica inscriverle irrimediabilmente nella nostra memoria. La memoria infatti non è uno strumento strettamente legato al passato ma è soprattutto strumento di creazione del futuro, è un attivatore emozionale in grado di generare bellezza. Rappresentare il modo con cui il passato si offre al futuro, lasciar trapelare il meglio di sé e metterlo in guardia dagli orrori che potremmo ancora commettere. Che Cormac McCarthy in La strada non si sentisse in grado di dare un nome ai due protagonisti potrebbe derivare dal fatto che egli non avesse la voglia o il coraggio di soffrire eccessivamente nel lasciarli andare. È difficile dar la vita a qualcuno per poi lasciarlo camminare per la propria strada, ma non nominarlo può far apparire tutto meno doloroso.

Il ruolo del ricordo

Specialmente nella prima parte del romanzo Cormac McCarthy inserisce all’interno dei sogni del padre momenti di svago e libertà che gli ricordassero la propria vita passata: una vita felice, appunto. Non sono sicura che questo sia un vero regalo. Infatti, l’aspetto gaio e spensierato è strettamente racchiuso all’interno del momento onirico, nemmeno quando il bambino chiede al padre di raccontargli il proprio sogno questo si traduce in parole. Dar vita al sogno, far riaffiorare all’esistenza presente un passato ormai irrecuperabile sarebbe infatti troppo doloroso, meglio chiuderlo in uno scrigno di ricordi da rievocare il meno possibile.

“Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso. Capisci? E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò”.

Che ruolo ha il ricordo in questo 2020? Qualcosa di simile a quanto appena detto, temo. Una foto sul telefono, un biglietto lasciato da un amico, una bella giornata vissuta attraverso una finestra: sentiamo la mancanza della nostra libertà. La vera libertà consiste nel sapersi dominare in tutte le cose scrisse Montagne, filosofo francese del ‘500. A quanti di voi è capitato di sentirsi schiavi del progresso, in uno stato cronico di ansia e fatica? Ma questa la chiamavamo libertà. Ora abbiamo il potere di dare al nostro tempo e alle nostre giornate un ritmo nuovo, che sia un modo di abitare il tempo che ci permetta di percepire il senso di quello che accade sotto i nostri occhi.

Un motore immobile

DesolazioneConfesso senza troppi fronzoli la mia incapacità di proseguire in modo lineare nella lettura de La strada. Innanzitutto, ho trovato il ritmo della storia estremamente lento, troppo e non particolarmente incalzante. Se cercate un romanzo che vi trascini e travolga le vostre giornate state guardando nel posto sbagliato. La trama è inesistente. Ho trovato il romanzo in questione estremamente ripetitivo, non accadeva nulla, le giornate erano uguali, non tirava un filo di vento. Non mi sento di demolire totalmente la lettura perché tocca corde e tematiche estremamente calde e delicate ma personalmente non mi ha rubato il cuore. Più volte, durante la lettura de La strada mi sono chiesta come i protagonisti potessero arrancare senza demordere in una tale desolazione. Se il padre tesse la stanca tela della propria vita per amore del figlio cosa ha permesso al figlio di muovere anche un solo nuovo passo con accanto un padre malato e morente?

McCharthy non regala ai due nessuna speranza, preferisce allungare la mano e portarne una in ciascuna casa di noi lettori: anche nell’apocalisse si può rimanere umani per quanto sia difficile. Il male deve esistere per necessità ma altrettanto indispensabile è la ricerca sfrenata di piccoli oggetti utili, del cibo in scatola, delle coperte, di un carrello ammaccato che permetta di trasportare pesi più a lungo senza dolore. Eraclito ci ricorda che sarebbe bello eliminare le tenebre ma se queste non esistessero non sussisterebbe più nemmeno il giorno che nasce e si sviluppa in sostegno al suo opposto.

In ogni situazione è più importante conservare dentro di sé un residuo di senso morale senza il quale verrebbe meno lo stesso desiderio di stare al mondo. La pìetas del bambino la troviamo nell’incontro con l’uomo bruciato dal fulmine, con il bambino intravisto nella città deserta e nell’incontro con l’anziano. Ho avuto come la sensazione che ci fosse un terzo protagonista, un Dio tentatore che mettesse alla prova l’anima dell’uomo continuamente. Il bambino però è luce, speranza, profeta, è amore. Sembra che tutto ciò che sia stato sottratto all’umanità, non solo in termini materiali, sia poi restituito nei gesti e nelle parole del bambino.

Il mondo descritto da McCharty, purtroppo, non è così lontano. Egoismo, solitudine e mancanza di speranza da sempre possono rendere la vita un inferno in cui solo l’amore può dare la forza di alzarci e la determinazione per proseguire la nostra strada.

Paradossi di solitudine

FuocoChe cosa mi ha lasciato La strada? Caldo, sudore, fatica ma anche una nuova direzione, un nuovo modo di guardare al presente. Questo nel quale ci troviamo è un momento nuovo che nessuno avrebbe scelto di vivere ma che c’è e va affrontato in modo consapevole. Il virus è un’epidemia dei nostri tempi. Forse più di ogni altra malattia che l’uomo rammenti, è in sintonia con le paure della nostra società: prima tra tutte quella di rimanere soli, isolati e successivamente, non per ordine di importanza, la paura di non poter controllare tutto. Sconvolgendo le nostre vite e provocando dolorose tragedie, il virus potrebbe cominciare a farci accettare l’imprevedibilità. Credo sia giunto il momento di capire quanto coraggio abita in ognuno di noi. Il coraggio nasce dalla consapevolezza della propria vulnerabilità, dall’accorgersi di essere fragili sia individualmente sia in gruppo. Usiamo la consapevolezza per riempire di senso la nostra vulnerabilità. Riscopriamo la misura, riscopriamo la felicità intesa come capacità di poter bastare a se stessi, riscopriamo la vicinanza. Chiaro, paiono tutti paradossi ma riscopriamo la bellezza di cambiare punto di vista perché ogni piccola cosa che facciamo in questo momento non riguarda solo noi ma anche gli altri e viceversa.

“Ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo.

E non succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Sì. Perché noi portiamo il fuoco.”

Qui su Mentisommerse abbiamo già avuto occasione di trattare la tematica del ricordo con un articolo di Martina Toppi Asimmetria e altri disordini: si può ordinare la vita? e abbiamo anche analizzato la situazione corrente a partire da un punto di vista molto delicato e particolare, quello di Rachele Oggionni in Un tempo nuovo.

Valentina Sprega

Valentina Sprega

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