Gli Innamorati di Goldoni: per un teatro a prova di salotto

Gli Innamorati di Goldoni: per un teatro a prova di salotto

 

Fermi, costretti a reinventarci e intrattenerci, a destreggiarci tra noia e doveri, ci troviamo ad affrontare quello che in molti hanno definito un tempo nuovo. E per poterlo occupare e sfruttare, una buona possibilità è conoscere quello che la rete, nostra alleata fondamentale di questi giorni, ci offre.

Ecco allora un consiglio per riempire un paio di ore di questa quarantena: spegnete le luci, mettetevi comodi, immaginate per un attimo di essere a teatro. Le chiacchiere nel foyer, le maschere pronte a indicarvi il vostro posto in sala, la campanella che grida l’inizio imminente. Non ci potrà essere niente di tutto questo, ma c’è la cosa più importante, lo spettacolo: Gli innamorati di Carlo Goldoni, per la regia di Andrée Ruth Shammah, andato in scena per la prima volta nel 2014 al Teatro Franco Parenti, del quale la regista è anche direttrice artistica, le cui riprese firmate Rai 5 sono state caricate appositamente su Youtube per portare il teatro nelle case degli italiani, proprio mentre tutti i teatri devono rimanere necessariamente chiusi.

PER PARTIRE

Dal buio, le prime luci: si accendono le candele sul palco a segnare la scena; viene steso il tappeto entro il quale si muovono i personaggi. Fuori la sedia del capocomico, in stile hollywoodiano con il nome Goldoni stampato sul retro, le grucce con i costumi, tutti color panna, e gli attori che assistono alla messa in scena aspettando di interpretare il loro ruolo. Dietro il fondale: le pareti di una casa settecentesca, con gli stucchi rossi ormai scrostati. E la commedia prende vita.

CATTURATI DALL’AMORE

All’amore bisogna abbandonarsi, ma è più facile a dirsi che a farsi

È la storia di Fulgenzio ed Eugenia, gli innamorati del titolo, così tanto innamorati che durante tutto lo spettacolo riescono a essere d’accordo senza litigare per non più di due minuti di seguito. Tutto ruota intorno al loro sentimento che non conosce ragioni né razionalità. Tutti devono avere a che fare con il vortice delle loro emozioni. E alla fine nessuno ne può più.

Non appena i due sembrano riappacificarsi, la gelosia di lei e l’avventatezza di lui tornano alla carica: Eugenia vorrebbe che Fulgenzio non accompagnasse a passeggio la cognata Clorinda, rimasta a casa sua mentre il fratello si trova fuori Milano. Fulgenzio teme che l’arrivo del Conte D’Otricoli a casa di Fabrizio, lo zio-tutore dell’amata, costituisca la fine della loro felicità insieme e minaccia di non farsi più rivedere. Lo zio-tutore pensa solo a ingraziarsi, con generosi complimenti e una cena da lui stesso preparata, chi di volta in volta gli sembri più ricco e meglio disposto a sposare le sue nipoti senza richiedere dote, dal momento che lui l’ha totalmente dilapidata per acquistare quadri falsi a caro prezzo.

E poi ci sono ancora la sorella di Eugenia, Flamminia, la servetta Lisetta, il servo di Fulgenzio, Tognino, l’avvocato Ridolfo, amico di Fulgenzio e Fabrizio, e il povero Succianespole, il servo delle cucine di Fabrizio che dice soltanto ‘gnor sì, ‘gnor no. Ognuno di questi personaggi si trova invischiato nei rivolgimenti degli innamorati, cercando come può di far realizzare il tanto agognato matrimonio. Che si farà, dopotutto è una commedia. E anche senza dote, per la gioia di Fabrizio.

UN SENTIMENTO TUTTO UMANO

Nel gioco dei due protagonisti entra anche il pubblico, preso nella rete dei loro tira e molla. Assiste a ogni nuovo pianto e a ogni bacio riparatore, ma soprattutto partecipa della stanchezza e dell’estenuazione degli altri personaggi, complice anche la recitazione di Marina Rocco, un’Eugenia a ogni scena sempre più disperata e melodrammatica. L’intesa tra pubblico e personaggi minori, ormai tutti esauriti dai continui cambi di cuore dei protagonisti, costituisce la vera forza dello spettacolo e tiene incollati al palcoscenico gli occhi degli spettatori. Ma questi non pensino di essere superiori a Eugenia e Fulgenzio: ridete di loro ma non fate che si abbia a ridere di voi, ammonisce presto il pubblico Goldoni/Ridolfo.

Ed è vero, si ride. Ma è un riso che riporta sempre alla realtà, agli amori tormentati, alle coppie tormentanti che ciascuno ha conosciuto. Perché per quanto ci troviamo ad assistere alla rappresentazione di un testo scritto nel 1759 che rispetta perfettamente le dinamiche sociali dell’epoca, la vicenda ruota intorno a un sentimento tutto umano, che in quanto tale naviga di secolo in secolo e non conosce limiti di tempo.

E per questo si ride ancora di più, facendosi trasportare con le battute degli attori dal XVIII secolo al XXI, senza soluzione di continuità, fino all’ultima scena, quando ormai ogni cosa si sistema. I sentimenti si distendono e i protagonisti, lasciando da parte dissimulazioni e istinti, lacrime e scontri, possono finalmente celebrare le nozze. Che è certamente la soluzione migliore per tutti, perché non c’è niente come il matrimonio per spegnere la passione. E nessuno dovrà più avere a che fare con i litigi passionali di Eugenia e Fulgenzio. Saranno tutti felici e contenti.

E se vi piacciono le commedie frizzanti con matrimoni felici non perdetevi la nostra recensione dell’Importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde

GLI INNAMORATI

di Carlo Goldoni

drammaturgia Vitaliano Trevisan

con Marina Rocco

e con Matteo De Blasio, Marco Balbi, Roberto Laureri, Elena Lietti, Alberto Mancioppi, Silvia Giulia Mendola, Andrea Soffiantini

regia Andrée Ruth Shammah

regista assistente Fabio Cherstich – assistente allo spettacolo Diletta Ferruzzi

scene e costumi Gian Maurizio Fercioni

scene realizzate dal Laboratorio F.M. Scenografie

collaborazione a scene e costumi Angela Alfano

luci Gigi Saccomandi

musiche Michele Tadini

Cecilia Burattin

Cecilia Burattin

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