Aria al profumo di Marrakech

Aria al profumo di Marrakech

Seduta sul divano, sorseggio tè alla menta e penso. Penso a cosa io possa scrivere questo mese così particolare per confortare un poco chi decida di svagarsi qui su Menti Sommerse. Certo, nei giorni passati in molti hanno esortato gli italiani a rimanere uniti e a tener duro. Per quanto mi riguarda, però, vorrei seguire una via leggermente diversa. Mi piacerebbe che, anche solo per il tempo di un articolo, noi tutti potessimo dimenticare. Vorrei provare a dare un po’ di pace al nostro animo e alla nostra mente. A volte, in fondo, fa bene anche prendersi un istante di pausa.

Il profumo della bevanda che sorseggio mi sale alle narici e le riempie. Chiudendo gli occhi, mi sembra di essere ancora lì, in Marocco, la meta del mio ultimo viaggio, il luogo a cui quell’odore intenso appartiene. Allora è deciso: è proprio qui che vorrei portarvi e lo farò, come piace a noi di Menti Sommerse, attraverso un libro. Si tratta de Le voci di Marrakech, un diario di viaggio di Elias Canetti. Il suo soggiorno nella terra nordafricana avvenne nel 1954, dopo che per molto tempo si era dedicato alla stesura del grande lavoro Massa e potere. Anche il nostro autore, proprio come noi, sentiva all’epoca la necessità di prendersi un po’ di tempo per sé e di fuggire lontano a conoscere voci estranee alla propria quotidianità, le voci incomprensibili di Marrakech.

Che c’è nella lingua? Che cosa nasconde? Che cosa ci sottrae? Durante le settimane che ho trascorso in Marocco, non ho tentato di imparare né l’arabo né alcuna delle lingue berbere. Non volevo perdere nulla della forza di quelle strane grida.

Foto di Penelope Volpi: la città imperialeLa città imperiale è tuttora un luogo seducente e magico, ma in parte ha perso quel suo esoterico mistero a favore di un turismo onnipresente e divoratore. Nel 1954 invece, quando Canetti la vide e la descrisse, ogni angolo, via e piazza per i visitatori era ancora un posto nuovo.
L’autore partorisce un resoconto poetico ed elegante delle rivelazioni che egli ottiene riguardo a se stesso dialogando o semplicemente osservando le persone del posto o ancora vagando per luoghi a lui sconosciuti.

 

INCONTRI E VISIONI A MARRAKECH

Una mattina, passeggiando per le vie di Marrakech egli sente risuonare un lieve canto in una lingua antica. Per scoprire la sua provenienza, solleva lo sguardo verso il cielo. Dietro a una finestra sbarrata da una pesante grata si trova una donna, senza velo. È lei a intonare la sommessa cantilena. Tra l’uomo in mezzo alla strada e la giovane lassù, prigioniera, comincia un intenso dialogo di sguardi. Tutto ciò sotto gli occhi stupiti dei passanti. Solo quando un’anziana signora con un bimbo gli rivolge un’occhiata di disapprovazione, egli si decide ad allontanarsi, seppure a malincuore.

Ma all’interno di quelle mura anche i luoghi sanno parlare. Così quando Canetti, come un sonnambulo, gira a tentoni per i vicoli della Mellah, il famoso quartiere ebraico, senza volerlo si trova in una piazza. Una piazza che lo richiama a sé come un magnete, tanto che ogni volta che egli si allontana per visitare un nuovo posto, inevitabilmente, passo dopo passo, finisce per ritornare lì. Egli così si ferma a osservarla e sente di appartenere a quel microcosmo. Anche se i suoi piedi non hanno mai calcato quel terreno dissestato, la sua anima ha un ricordo remoto di quei volti, di quelle case, di quella vita allegra. La visita nella Mellah non a caso occupa i due capitoli centrali del libro. Si tratta del fulcro del soggiorno a Marrakech dell’autore. È un luogo che gli procura disagio e imbarazzo, ma anche quello che egli sente come più vicino al proprio io, forse proprio a causa dell’origine ebraica che egli può vantare.

Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza.

Foto di Penelope Volpi: i cammelli di MarrakechPagina dopo pagina, Canetti trascina i suoi lettori in un vortice di odori dolci e acri, colori sgargianti e meravigliosi, incontri insoliti e sorprendenti. Anche gli animali che conosce nel suo viaggio hanno la propria storia da raccontare. Quella dei cammelli è per lo più una storia triste. La narrano loro stessi con le loro lacrime e le loro grida. Si tratta di una poesia amara che si stende su un cielo rosso di tramonto chiazzato da macchie nere, le loro gobbe ricurve.

Li osservammo attentamente ed ecco: tutti i cammelli avevano un volto. Erano simili tra loro eppure diversissimi. Ricordavano quelle vecchie signore inglesi che prendono il tè insieme con aria dignitosa e apparentemente annoiata, e tuttavia non riescono a nascondere del tutto la malvagità con cui osservano ogni cosa che le circonda. “Questo è mia zia di sicuro” disse il mio amico inglese…

Ma la caratteristica tuttora più tipica di Marrakech sono i variopinti suk. Canetti descrive fedelmente l’appassionato duello che avviene tra mercante e compratore per la contrattazione del prezzo. Tra i due si instaura una battaglia ardua, fatta di parole e gesti, sempre diversi e personalissimi. Ha la meglio chi dimostra di avere più resistenza e chi è capace di destare sorpresa, quando d’improvviso, decide di cedere.

Foto di Penlope Volpi: un mendicante a Marrakech

Un altro aspetto decisamente affascinante è poi la presenza cospicua di mendicanti, giovani e anziani, che si affollano insistentemente intorno ai visitatori. Ciò che più meraviglia, e alle volte infastidisce, è la loro perseveranza ostinata. Vecchi ciechi e bambini scalzi attendono per ore appostati fuori da una porta o seduti in mezzo a una strada nella speranza che qualcuno dia loro anche solo qualche spicciolo. E nel caso non lo ottengano non si accontentano di un secco no. Al proposito, la figura più interessante dipinta da Canetti è quella del marabutto. Quando l’autore vede questo anziano canuto rimane totalmente ammirato. Lo guarda con affetto perché nota che, anche se è offuscato nella vista, è capace di assaporare il mondo tramite il gusto. Egli sta infatti masticando qualcosa, con un piacere che gli illumina il volto. Ma senza nessun preavviso il vecchio sputa il frutto del suo godimento: una moneta, che egli ha appena finito di degustare come sua dolce vittoria. La sua saliva ha purificato il misero, ma prezioso bottino. Adesso ricomincia la litania prima lasciata a metà.

La gentilezza e il calore da cui mi sentii pervaso mentre lui parlava non li ho mai ricevuti da nessun altro essere umano.

Forse è proprio il marabutto colui che meglio di tutti i personaggi coglie in profondità il segreto antico del coro delle voci di Marrakech. Le sue parole rifluiscono come note musicali. La tenue melodia che vibra sulle sue labbra colpisce dritto al cuore chi si ferma ad ascoltarlo. Quella musica arriva a tutti senza alcun bisogno di traduzione.

Se volete sapere qualcosa di più riguardo a Le voci di Marrakech, leggete qui.

Per intraprendere con noi altri viaggi letterari in questi tempi un po’ difficili, seguiteci su Atlantide, secondo le indicazioni che trovate in Un tempo nuovo di Rachele Oggionni e sulle nostre pagine di Facebook e Instagram.

Penelope Volpi

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