Sono andato a fare la spesa al tempo del Coronavirus

Sono andato a fare la spesa al tempo del Coronavirus

Storia di una azione normale in un momento di palese anormalità

Dopo l’annuncio di Conte sull’Italia che diventava una immensa pangea di zona arancione, mi sono chiesto quando fosse stato il momento più giusto per fare la spesa. Subito non poteva essere possibile, mi sarei trovato in mezzo al branco di idioti impauriti che deve comprare 10 kg di farina e 50 di pasta, penne lisce a parte. Ho fatto un ragionamento lucido e semplice: se i supermercati vengono riforniti come sempre, ma i cerebrolesi li appestano nei primi giorni, dovrò aspettare qualche giorno. Le persone si accalcheranno all’inizio, ma poi dovranno diradarsi per forza. Non è che ogni giorno una persona debba andare a comprare qualcosa, no?

Il primo problema che mi sono posto è quello dell’autocertificazione. Guardando in giro su internet sembrava tutto il contrario di tutto. Non avendo una stampante non potevo stamparne una, e a norma di cose, se le copisterie sono chiuse non sapevo dove andare a farle. La mia paura era di prendere una multa se fossi stato fermato senza modulo. Per scrupolo ho chiamato i carabinieri e mi hanno confermato quello che un po’ già sapevo, ma di cui volevo esser certo: se vengo fermato da una pattuglia il modulo me lo danno loro. Fantastico, posso girare a piede libero.

Non esco da giorni, e abito da solo. Ho proprio voglia di vedere persone in carne ed ossa e non in pixel dentro uno schermo. Mi metto una felpa fighissima di Donkey Kong che ho comprato prima che questa nuova era prendesse inizio, due borse della spesa ed entro in macchina. Attraverso Santena (TO), famosa per gli asparagi e per essere il paese natìo di Cavour, e la trovo con tutte le serrande abbassate. Le uniche persone che trovo nei paraggi sono degli anziani seduti su una panchina. Noto con più attenzione i camion e i furgoni rispetto alle altre auto, come se ce ne fossero più del solito. Se le strade santenesi sembrano più vuote del solito, la provinciale che collega Torino ad Asti non sembra tanto diversa del solito. Passo la rotonda ed arrivo al supermercato che frequento di solito: è da qui che inizia la cronaca di una realtà diversa dal solito.

Alcune persone stanno in fila davanti all’entrata, tutte distanziate di qualche passo. Ci sono pochissimi carrelli disponibili fuori, ma non ci sono tante macchine nel parcheggio. Poco male, non avevo monete (accidenti!), dovrò trascinarmi la spesa. Mi metto in fila come tutti e attendo il mio turno, ogni tanto do un’occhiata nella vetrina per capire se gli scaffali sono vuoti o pieni. All’entrata c’è un uomo della security che fa entrare tre persone alla volta; mi vengono in mente i tempi in cui andavo nei locali con ingresso gratuito fino a mezzanotte e mezzo, e quindi dovevi cercare di arrivare lì come minimo un’ora prima per sperare di ricevere la grazia del buttafuori.
Nel parcheggio c’è un bambino che gira in tondo in bicicletta, mi chiedo se faccia male o bene, ancora non l’ho capito. Devo entrare.

La prima cosa che noto è l’odore di disinfettante, dà un’aria simil ospedale al luogo, asettica. Prendo i mandarini e sento che sono freddi: mi ero mai chiesto se la frutta era fredda quando la prendevo? Penso che probabilmente era lì da poco tempo, e questo mi fa capire che il trasporto della merce non è bloccato come i più impauriti credono. Trovo tutto quello di cui avevo bisogno e vedo che anche i beni di prima necessità resistono ancora. Ci sono dei buchi in qua e là, ma c’è tutto ciò che serve per tirare avanti. Ci sono dei buchetti anche nella zona libri, però gli unici libri che ho guardato con attenzione avevano in copertina Totti, Elena Santarelli e la scritta Berlusconi. Ergo: forse rimarranno lì ancora per un po’. Il vuoto più sostanzioso che ho trovato era nella carta igienica, rappresentazione di un popolo che, evidentemente, in molti hanno mandato a …

Difficile tenere il metro di distanza tra i corridoi. Le persone prendono la merce e la buttano nel carrello come fanno sempre, e se hanno bisogno di qualcosa non hanno l’automatismo di guardarsi intorno per vedere se rispettano quel metro. L’unico momento in cui viene rispettato è alla cassa, dove dei nastri rossi in terra segnalano dove ci si deve posizionare mentre si sta in attesa. Lentamente, ma senza furia, le persone passano sul nastro i loro acquisti e le cassiere, con mascherine e guanti, fanno il loro mestiere. In tanti chiedono loro “come va?”, una cosa che in un momento normale non capita così spesso. “Avere la mascherina tutto il giorno dà fastidio, per respirare… poi fa caldo… ma che ci possiamo fare? Dobbiamo lavorare così, per il bene di tutti”. Nessuno va via con un piccolo sacchetto, ma neanche con un tir. Tutti hanno comprato poco più di ciò che comprano normalmente.

Torno in macchina e finalmente posso appoggiare le borse a terra. Ci sono altre persone in attesa, che come me guardavano dentro per capire se avrebbero trovato ciò che stavano cercando. Accendo l’auto e torno nella spettrale Santena, dove neanche un bambino sta giocando. Gli unici a dominare la strada sono quei vecchietti nella panchina, adesso più numerosi. Mi chiedo dove sarebbero se non fossero lì. Parcheggio la macchina e sento che questa è stata un’esperienza unica nella sua quotidianità.

Sono tornato nel mio monolocale, e dovrò starci ancora per chissà quanto tempo, solo, lontano da chiunque. Se non avessi internet esploderei probabilmente. Penso alla mia famiglia, alla mia ragazza, agli amici che vorrei vedere quando torno in Toscana, ma finché siamo in questa situazione non posso fare altro che aspettare. E sperare che tutti rispettino le regole, anche quei vecchi nelle panchine. Carta igienica?

Dario Lombardi

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