La musica fa sempre il proprio dovere: l’ora zero di Ligabue

La musica fa sempre il proprio dovere: l’ora zero di Ligabue

La musica fa sempre, in qualche maniera, il proprio dovere. Ed è un fatto di identità: siamo il risultato delle canzoni che amiamo, di ogni solco riprodotto migliaia di volte dal giradischi ormai giunto allo sfinimento, dei film che ci fanno commuovere, di ogni libro che si tramuta in lezione di vita.

Siamo l’insieme di tutto ciò che va a comporre il nostro ecosistema personale, degli stimoli e degli impulsi che ne dettano il tempo.

In esso, inevitabilmente, ci sono canzoni che sanno chi sei molto meglio di te.

Quelle che ti aiutano a crederci, sempre, oltre tutto: perché la bambolina può diventare barracuda, perché i duri hanno due cuori, e se con quello guasto odiano un po’ di più, è altrettanto vero che con quello buono amano sempre di più.

Credo che la musica faccia mille giri, per poi tornare lì, in quell’America personale che ti sei affittato, in quella che per te sarà sempre casa. Perché Luciano è questo, perché le canzoni di Ligabue sono questo: una tua, personalissima, casa.

Sono le ore in autostrada per inseguire un sogno da realizzare, un obiettivo da raggiungere, con la sua voce a ricordarti che ce la puoi fare.

Sono le note che accompagnano un amore che nasce o una storia che finisce, con la forza di tenere botta nonostante tutto. Sono incastonate in un’amicizia, quella vera, che sarà per sempre legata a una sua canzone, nella voce che ti sussurra “niente paura, si vede la luna perfino da qui” quando qualcosa va storto.

Sono le ore sotto il sole cocente di luglio, o al freddo gelido d’un febbraio nel piazzale esterno di un palasport sperso tra le campagne, per il tuo primo concerto, o per l’ennesima volta in cui s’accende lo spettacolo. Sono le notti fuori a un albergo per provare a stringergli la mano e dirgli una semplice parola: “grazie”.

La musica di Luciano è l’insieme di tutte queste cose. È il sacrosanto diritto di sentirsi leggero ogni qualvolta si ascolti una sua canzone.

È la tua storia che viene raccontata in musica e parole.

Ma cosa c’è stato un attimo prima del big bang scandito dal riff di chitarra di “Balliamo sul mondo”? Noi di MentiSommerse.it abbiamo provato a ricostruire quegli attimi: quelli di un ragazzo che non smette di inseguire i suoi sogni di rock ‘n’ roll, scrive canzoni e, finalmente, decide che quelle canzoni avrebbero dovuto trovare qualcuno che le ascoltasse.

CORREGGIO, LA PICCOLA CITTÀ ETERNA

Il mondo in cui vive Ligabue a cavallo tra la fine degli anni ‘70 è un mondo in cui il rock è parte integrante della vita di gran parte delle persone: alla “Festa dell’unità” di Correggio, infatti, negli anni hanno fatto tappa mostri sacri come Jethro Tull, Patti Smith, Bob Dylan, Chuck Berry, Iggy Pop, solo per citarne alcuni.

Era il periodo delle prime radio libere: quando la legge ancora non consentiva di occupare l’etere con l’utilizzo di onde a modulazione di frequenza, Correggio era uno dei principali punti di nascita di un modo di comunicare innovativo, forse impensabile per quei tempi.

Chi gestiva la programmazione, passava una musica nuova, diversa da quelle a cui gli ascoltatori erano abituati, e si parlava liberamente di diversi argomenti, i quali, il giorno successivo, diventavano il fulcro delle discussioni, soprattutto tra i banchi di scuola. Bastava un’attrezzatura elementare per raggiungere centinaia di persone.

Magari poteva capitare che, un giorno, la polizia postale, che all’epoca si chiamava EscoPost, decidesse di staccare i cavi e chiudere la radio, in maniera anche abbastanza scorbutica, ma dopo alcuni giorni, passata la bufera, tutto riprendeva a funzionare, magari sotto un nuovo nome, magari in un modo migliore rispetto al precedente.

È in questo mondo che Luciano incontra Claudio Maioli, un commesso che capisce la sua esigenza di comunicare e farà di tutto prima per portarlo sul palco e poi, una volta avvenuto il debutto, far sì che i concerti fossero sempre più frequenti; Alberto Imovilli, batterista, e Bruno Pederzoli, chitarrista.

LA SALA PROVE DI LEMIZZONE

“Grazie alla disponibilità di un nostro comune amico avevamo letteralmente “riadattato” una stanza di un fabbricato agricolo in una frazione vicina (Lemizzone) per ricavarne una sala prove”, racconta Paolo Signorelli, chitarrista di Orazero, in un’intervista

“Fu in quel momento che, grazie a comuni conoscenze, entrammo in contatto con un ragazzo di Correggio che stava cercando una band per proporre canzoni “originali” (un’eresia per quel tempo).

Ci trovammo a Lemizzone, noi tre (Paolo Signorelli, Roberto Bartolucci e Alberto Imovilli, ndr) con la nostra formazione “improbabile” (due chitarre ed una batteria) e questo ragazzo di Correggio (Luciano) insieme ad un amico/manager che scoprimmo poi essere Claudio Maioli: ci “annusammo” ben bene, ci scambiammo le rispettive idee ed esperienze e…. il resto è storia.

Si unì a noi anche Bruno Pederzoli come secondo chitarrista, mentre Roberto, opto per dedicarsi al Basso e così nacque la band”.

Il nome? OraZero, tratto da una delle canzoni scritte dal ragazzo di Correggio. Per il quintetto, infatti, era giunta l’ora di far vedere qualcosa.

IL PRIMO CONCERTO DI LIGABUE E ORAZERO

ligabue primo concertoOgni prima volta porta con sé una serie di emozioni che spingono oltre ogni limite razionale. È per questo che, spesso, si hanno ricordi confusi.

Il primo concerto di Ligabue e Orazero si tiene presso il Circolo Culturale Lucio Lombardo Radice di Correggio. Una sorta di matinée, con inizio fissato alle ore 16.

“Ricordo la tensione del momento, ricordo anche il montaggio del mio vecchissimo ampli da basso (un Montarbo cassa+testata che a me sembrava un gioiello ma che oggi sarebbe oggetto di sicura presa per il c…!)”, racconta Roberto Bartolucci.

“Ricordo il palco, una pedana in legno alta sì e no 10 cm che a me sembrava il palco più bello e grande mai immaginato.

Ricordo l’arrivo delle persone che pian piano riempivano quella stanza.

Ricordo l’attacco della prima canzone e poi entrai in trans… solo attimi perché il tutto fluiva come un’onda gigante in cui io mi trovavo immerso.

Sembra davvero strano ripensarlo adesso, ci saranno state 60/70 persone forse, tutti amici che erano sicuramente ben predisposti a noi, ma quelle sensazioni lì furono così forti che mi lasciarono la chiara intenzione che avrei dovuto continuare a salire su un palco, perché era tutto troppo intenso per perderlo per sempre”, prosegue il bassista.

Probabilmente nessuno, quel pomeriggio, avrebbe potuto immaginare che alcune di quelle canzoni, come “Marlon Brando è sempre lui” avrebbero composto la scaletta di un evento tenutosi a pochi chilometri da lì, con un palco ben più grande, entrato nella storia del rock italiano e non solo.

 

DA CAMPAGNOLA IN POI: SU E GIÙ DA UN PALCO

La sensazione, una volta scesi dal palco, è la stessa per tutti: bisogna salirci di nuovo e, possibilmente, al più presto.

Dopo un periodo di pausa, servito anche ad allestire al meglio lo show, arriva il momento del bis, al cinema-teatro della parrocchia di Campagnola.

“Ci prendemmo un po’ di tempo per organizzare lo spettacolo, decidemmo una nuova scaletta e anche l’inserimento di un supporto video”, racconta Bruno Trico Pederzoli, padrone di casa per l’occasione, che prosegue:

Tramite un proiettore di diapositive, volevamo mandare immagini inerenti i brani. Venne fuori la possibilità di suonare nel cinema della parrocchia di Campagnola Emilia, paese dove sono nato e abito. Non ricordo come nacque questa data, io non ero un abituale frequentatore del locale oratorio. Comunque la data era fissata e tutto era pronto.

Si decise per la proiezione della diapositive, durante “Dove fermano i treni” passavano foto che avevamo fatto in stazione a Reggio Emilia con il Binario 3.

Allora suonavamo un brano molto bello, “Oceano“, che Luciano non ha mai registrato, mi ricordo che le foto dell’oceano erano difficili da andare a scattare e di conseguenza avevamo trovato delle diapositive prese da inserti di riviste come “Airone”.

Da quel momento in poi, Ligabue e Orazero inizieranno a girare l’intera regione, tengono concerti e partecipano a varie manifestazioni che concedono alle band emergenti di esibirsi dal vivo e farsi conoscere da un pubblico più vasto. Due di questi sono il Terremoto Rock, al quale arrivano in finale nel 1987 e vincono l’edizione successiva, aggiudicandosi la possibilità di incidere un 45 giri (che conterrà “Bar Mario” e “Anime in plexiglass”), e “Rockottantotto”, dove raggiungono una posizione utile per entrare a far parte della compilation con “El Gringo”.

Riguardo l’esperienza di Terremoto Rock, Roberto Bartolucci racconta:

Vincere la seconda edizione e poter avere la possibilità di registrare in uno studio professionale non era cosa comune a quei tempi, non era così semplice avere registrazioni di qualità del proprio lavoro per cui fu una opportunità veramente unica oltre che interessante.

Non vi nascondo che non fu facile affrontare quei momenti: lo studio di registrazione mise a nudo tutta l’inesperienza che avevamo e arrivare ad un risultato buono per l’incisione del 45 giri non fu facile, ma allo stesso tempo anche una di quelle sfide che non scorderò più.

Con il passare del tempo, però, le esigenze lavorative e di vita cambiano e, nel 1989, proprio a Correggio, si tenne l’ultimo concerto di “Ligabue e Orazero”.

I sogni di rock ‘n’ roll, però, sono appena all’inizio.

Foto di Ray Tarantino

Corrado Parlati

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