‘La tua forma passò di qui’: memoria e morte in Eugenio Montale

‘La tua forma passò di qui’: memoria e morte in Eugenio Montale

Nel novembre del 1942 il critico e filologo Gianfranco Contini scrive una lettera a Eugenio Montale, dopo aver appreso della morte di sua madre. A proposito del lutto dice «Immagino che esso ti renda sempre meno “reale” il mondo in cui ci muoviamo».
Una frase non casuale conoscendo già una parte consistente della scrittura e della psicologia montaliana, che spesso si troverà a fare i conti con il rapporto tra la realtà presunta e quella celata: molti ricorderanno uno dei più celebri Ossi di Seppia che dice ‘Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto | alberi, case, colli per l’inganno consueto’ in merito al dualismo tra illusione e fatto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

C’è qualcosa di più nella ‘realtà’ di cui parla Contini, qualcosa che non è l’esterno o il mondo in sé ma siamo piuttosto noi e il modo in cui lo percepiamo.
La morte, ‘questa morte che ci accompagna | dal mattino alla sera, insonne’ come insisteva Pavese, più di ogni altra cosa si ritrae alla possibilità di essere compresa col pensiero, di essere compresa prima che si mostri. La morte è sempre un’altra cosa, è sempre del tutto diversa da come la immaginavamo, o meglio, da come provavamo ad ordinarla, a trovarle un senso innocuo nella struttura della nostra realtà oggi.

Qualche volta la morte trova spazio come mito di un passato che non può riguardarci, così lontano che sembra non aver riguardato mai nessuno davvero; qualche volta invece come profezia di un futuro così lontano da essere immaginario e anch’esso estraneo alla storia di tutti.
Nel mezzo scorre la vita, la vita ordinata e cioè un flusso posticcio, provvisorio, aleatorio: e nonostante questo la chiamiamo realtà.

È qui che un giorno appare la morte a rendere la costruzione dei nostri giorni completa, l’affresco intatto: la morte, che è sempre solo morte degli altri. Ed è qui che la realtà che credevamo di possedere va in frantumi, si perde. E qualcuno con essa.
Oggi, attraverso due poesie di Montale, proveremo a percorrere la strada che dalle altezze cosmiche riporta alla sterilità della terra per dimensionare la parola ‘morte’ e accettarne, nel dubbio, la presenza.

PERSONAE SEPARATAE, O DELL’ALTEZZA

[…] ciò che manca,
e che ci torce il cuore e qui m’attarda
tra gli alberi, ad attenderti, è un perduto
senso, o il fuoco, se vuoi […]

morteEntrambi i testi appartengono alla terza grande raccolta di Montale “La Bufera e altro”, uscita nel 1956 (è oggi disponibile la splendida edizione commentata pubblicata da Mondadori). Per la precisione le nostre due poesie già si leggevano nel nucleo primordiale del libro, “Finisterre”, uscito come plaquette autonoma nel 1943. Il titolo ha il suo referente oggettivo nell’omonima località spagnola, considerata nella cultura come il punto più occidentale d’Europa, l’ultimo lembo di terra di fronte alla totalità dell’oceano e dunque, per astrazione, il Limite (il testo integrale si legge qui).

La lettera di Contini di cui si parlava prima proseguiva ricordando alcuni morti della Seconda Guerra Mondiale e si concludeva con un dilemma teologico (è sempre divertente leggere le lettere dei filologi) molto antico: se si potesse cioè, in un ipotetico aldilà conciliare l’unità degli spiriti in Dio (che già Dante ci raccontava) e il principium individuationis, per cui una cosa è individuale, è sé stessa e non un’altra. 
Si chiedeva cioè Contini se potessero esserci «anime come formae separatae», se anche lì si sarebbe potuto conservare qualcosa del modo in cui intendiamo il nostro vivere nel tempo.

Questo deve essere stato sufficiente a Montale per trovare l’avvio tematico di questa poesia e per correlarla, anche se in un gioco di sottotesti e intertesti, alla morte della madre Giuseppina.
In persone separate il principium viene portato dalla speculazione fino a terra, perché solo i vivi, coloro che restano a terra, sono per necessità individui (e anche qui un eco da Esterina negli Ossi quando si dice ‘ti guardiamo  noi, della razza | di chi rimane a terra’).

L’attacco è prezioso e suggerisce uno svilimento progressivo della ‘scaglia d’oro che si spicca | dal fondo oscuro e liquefatta cola | nel corridoio dei carrubi ormai | ischeletriti […]’: la scaglia cioè la stella cadente, uno dei labentia signa, i segni scivolanti che gli antichi osservavano rigare il cielo. Noi, gli individui, pensiamo di essere quelle stelle impresse per contrasto nel cielo ma il nostro destino – o il nostro meccanismo – è nella caduta e nella caducità.
Dal cielo alla terra, quindi, in un paesaggio ingrigito che respira a malapena: dopo i carrubi saranno i ‘noviluni annebbiati’, le ‘nasse atterrate’, ‘lo squarcio che si sbiocca sui nevati | gioghi di Lunigiana’ a fare da teatro al ‘troppo straziato […] bosco umano’ che resiste. La similitudine con le stelle cadenti si completa subito dopo quando si dice ‘così pure noi | persone separate per lo sguardo | d’un altro’.

È tutto condensato qui il nucleo di questo componimento: non più forme, come suggeriva Contini, ma già persone, proprio come la dramatis persona (del poeta Browning o del monologo di V per Vendetta), il personaggio e dunque la maschera.
Nel giro di due versi Montale affida l’altezza, reale e metaforica, del suo componimento ad un essere altro, superiore e all’imponderabilità della sua visione telescopica: dalla sua distanza anche noi piccoli individui cosa siamo se non quelle stelle? cosa siamo se non una diminuzione continua dello spessore, delle dimensioni? siamo maschere perché abbiamo perso il valore del dettaglio, siamo cose piccole guardate da troppo lontano, gocce nel ‘fondo oscuro’.

L’intero testo è indubbiamente pensato sulla filigrana di Clizia, la donna cantata come quasi esclusivo protagonista della raccolta precedente ‘Le occasioni’: in questo senso l’enorme sproporzione tra noi e ciò che è superiore trova in lei il mediatore: Clizia è infatti un nuovo tentativo di incarnazione di uno spirito in un corpo.
Clizia è per Montale un messia profano e dunque anch’essa porta la salvezza: salvare gli uomini nel contatto privilegiato con l’io lirico per poi ritirarsi. Clizia ‘cristofora’ (come già era stata chiamata) condivide tuttavia il destino degli uomini e subisce con loro la stessa separazione, che noi proviamo a leggere in due modi.

Per primo, la separazione tra gli individui che sono essi e non altri, che sono ‘figure parallele, ombre concordi’ e dunque possono toccarsi ed esistere a vicenda solo limitatamente; per secondo, la separazione totale, irreversibile che distingue, ancora una volta, i vivi dai morti, quelli che restano da chi va.
L’unica comunanza: aver fatto parte dello stesso cosmo, dello stesso ‘bosco umano’, straziato dalla sua stessa natura e dalla guerra da cui la madre del poeta fuggiva cercando rifugio nel paese natale. Questa guerra che per ammissione dello stesso Montale non deve intendersi per necessità come la vera guerra mondiale ma come «stato quasi permanente delle forze oscure che congiurano contro di noi», come si legge in una sua lettera.

Se questa è la visuale sul mondo non stupisce il suo anelito perenne verso Clizia, verso una salvezza che trascende l’operato degli uomini, sacra e al contempo laica, destinata al fallimento e creduta realizzata solo nel ricordo: c’è qui un male superiore a tutto, un male che è la morte e il suo potere, ineluttabile.
Per questo così nel finale:

[…] La tua forma
passò di qui […]
[…] e ivi non era
orror che fiotta, in te la luce ancora
trovava luce, oggi non più che al giorno
primo già annotta.

in questa chiusa straordinaria in cui viene evocato l’antico potere di Clizia e sul quale noi sovrapponiamo la scomparsa della madre, abbassando il tono, estraendo i riferimenti teologici, ma forse penetrando in un sottotesto psicologico e dunque più fondamentale.

Se a questo e a ogni giorno ‘già annotta’ sarà la morte della madre a suggerire con forza perentoria dell’ineluttabilità del male: Personae Separatae sarà allora ‘solo’ l’anticipazione generale della morte. All’astrazione e all’anonimato dei personaggi (che per esistere devono essere guardati, come già Sartre suggeriva in L’essere e il Nulla) corrisponde nel testo di poco successivo l’individuazione di fatto, la nominazione in forma di spoglia.

A MIA MADRE, O DEL CONFINE

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco […]

Le coturnici, nella schiera degli uccelli montaliani (qualcuno ricorda la ‘Voce giunta con le folaghe’ ?), sono animali autunnali, stagione in cui muore Giuseppina Ricci, in cui si vendemmia presso Punta  del Mesco, promontorio costiero che chiude le cinque terre, come questo testo chiude la sezione Finisterre (il testo integrale si può leggere qui).
Tutto conduce all’estremo, al confine, al punto in cui due mondi si uniscono e si osservano l’un l’altro: forse qui, dalle parti di Monterosso, prima ancora della Spagna, chi vuole può disciogliersi e confondersi con un altro regno, perdere il sé e diventare uno.

Ma aprendo gli occhi siamo solo dentro il silenzio di un cimitero. La morte si è manifestata come oggetto e l’io lirico deve fronteggiarla mentre ‘la lotta | dei viventi più infuria’ e i pensieri si concentrano intorno a un’idea sola: ‘se tu cedi | come un’ombra la spoglia | […] chi ti proteggerà?’.
Lo scontro qui più forte è tra due contrapposte ideologie: quella della madre per cui il corpo è un’ombra, zavorra di un peso mortale di cui ci si libera nella speranza di un paradiso ulteriore; quella dell’io, di un materialismo onesto e immediato che per le cose si augura una serena annichilazione.
Eppure il corpo, anzi la specificazione di quel corpo materno, ovvero ‘quelle mani, quel volto’ che non si possono ignorare, né dimenticare perché sono ‘il gesto d’una | vita che non è un’altra ma se stessa’: dunque ancora individuazione, ancora forme separate.

Pur nella morte che ha fatto del corpo un relitto qualsiasi l’io conserva la certezza che è proprio il corpo a permettere l’esistenza dell’individuo come fenomeno, è il corpo che permette le relazioni che fanno di noi ciò che siamo nel corso della vita.
Rinunciarvi, cancellare l’impronta dei suoi gesti, significa pensare che la sua conservazione avvenga in un altrove, togliendo a chi resta il potere di proteggere: la morte forse è ovvia solo per chi muore ma per chi rimane a terra se è ‘strada sgombra’, se è un passo compiuto senza difficoltà o dubbio, allora ‘non è una via’.

Quando arriva la morte  impone il difendere e il difendersi: se essa è il consuntivo di una male superiore (o almeno di tutto ciò che è totalmente altro dall’uomo) ci si difende da essa con la protezione della memoria, col ritenere chi non ha più voce, col trattenerlo in noi fuori di sé.

La madre dell’io non poteva vedere questo dalla sua prospettiva, pensava a una permanenza totale in senso cristiano, mentre al poeta resta una ‘permanenza temporanea’ sulla propaggine del ricordo, anch’esso fugace, anch’esso delebile.
E la domanda, la domanda straziante ‘chi ti proteggerà?’ sembra chiedere ‘chi ti proteggerà se te ne vai, oggi, da me?’, ribaltando il rapporto tra genitori e figli ma riaffermando la cura di una madre che tende le mani al figlio e lo protegge da mali che non può capire, che gli stringe il viso al petto e lì lo tiene finché il tempo naturale lo permette.

Ma la memoria, la memoria e i versi sfuggono, si distorcono nel procedere degli anni: si rivelano mezzi umani che vacillano dinanzi al grande male. Di fronte a questo dubbio totale sulla propria capacità di difendere, tutto perde consistenza, si sfarina e allora anche l’ipotesi di un aldilà che la madre abbracciava come liberazione e vittoria diventa una cosa, una realtà tangibile, la speranza che si vorrebbe avere.

Destino, impotenza e dubbio: è questo a noi la morte. E se a sconfiggerla è qualcosa è ‘un gesto tuo, all’ombra delle croci’.

Sul potere protettivo dei versi ci siamo spinti tra i componimenti di Erba e Sereni, mentre nella raccolta di Mario De Santis, abbiamo parlato della paura di essere individui!

 

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

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