INTERVISTA – Massimiliano Virgilio: una storia di creature

INTERVISTA – Massimiliano Virgilio: una storia di creature
Massimiliano Virgilio

Massimiliano Virgilio è un giovane giornalista, autore e scrittore di Napoli, dove ha conseguito una laurea in Scienze dell’Educazione e nella quale città ha anche lavorato come operatore sociale per quindici anni. Napoli è la città in cui è ambientato il suo ultimo romanzo: Le Creature. La sua curiosità, la sua irrefrenabile volontà di ascoltare le storie altrui e di dargli una voce lo hanno spinto a ricercare dietro ogni angolo vite da raccontare.

Dal 2011 Massimiliano Virgilio è tra gli organizzatori del festival letterario Un’Altra Galassia. È redattore della trasmissione radiofonica Zazà su Rai Radio3, giornalista de il Corriere del Mezzogiorno ed è inoltre responsabile dell’area culturale di Fanpage.it.

 

Nel 2008 Massimiliano Virgilio esordisce con il romanzo Più male che altro pubblicato da Rizzoli (finalista al Premio Zocca e al Libro Fahrenheit dell’anno). Nel 2009 ha pubblicato per Laterza, Porno ogni giorno. Viaggio nei corpi di Napoli. Nel 2013 ha curato per Elliot l’antologia di racconti Scrittori Fantasma. Con Rizzoli pubblicò anche nel 2014 il romanzo Arredo casa e poi m’impicco, ottenendo il premio Arena e nel 2017 il romanzo L’americano, che diventerà una serie televisiva prodotta da Leone Film Group. A pochi giorni dall’uscita per Rizzoli del suo ultimo libro, Le creature (28 gennaio 2020) lo abbiamo intervistato per parlare con lui di una realtà per lo più sconosciuta oggigiorno, ovvero quella delle case famiglia illegali ( o “informali” come preferisce chiamarle l’autore) nella periferia di Napoli, dove vivono i figli dei clandestini (le creature) che possono permetterselo. Han è un ragazzo cinese di quattordici anni, vive in Italia ma senza alcun documento. La madre si ritrova costretta a lasciarlo alle “cure” di una Leonessa a pagamento, per poter andare a lavorare sempre clandestinamente. Han non esiste per nessuno, è un fantasma e in una dimensione impregnata di violenza ha a che fare tutti i giorni con la dura legge nel più forte alla quale, in qualche modo, dovrà sottostare nonostante si discosti profondamente dalla sua natura.

“Parto spesso da storie che mi capita di incontrare: amo far entrare la realtà nei miei romanzi, credo che un’opera letteraria abbia anche il dovere di riuscire a superare l’ordine della cronaca”.

Innanzitutto, vorrei chiederti come è nata l’ispirazione per Le creature e se, in qualche modo, c’entra anche il tuo passato lavoro di operatore sociale?

Si certo, c’entra eccome: ho incontrato questa storia appena dopo aver perso il mio lavoro di operatore sociale e ho deciso di raccontarla, ovviamente romanzandola e portandola dentro il terreno della fiction.

Perché dai a questi ragazzi il nome di “creature”? “Creature” è forse un termine per avvicinare il mondo dell’uomo a quello più bestiale della violenza?

Sì e no. L’idea del creaturale, di utilizzare il termine “creature”, si poggia sul suo significato che in italiano indica innanzitutto ogni forma vivente e nella sua seconda accezione il fanciullo in tenera età, che è poi l’accezione napoletana. Mi piaceva che la mia lingua, il napoletano appunto, avesse scelto tra tutte le forme viventi il bambino indipendentemente dal sesso, dalla religione e dalla sua nazionalità. Il collegamento tra umani e bestie ci ricorda come ad essere bestiali siano più le creature uomini che le creature animali.

le creature

Nel tuo romanzo Le creature trapela la paura dei ragazzi di affidarsi ai servizi sociali, come mai?

I tagli continui alle politiche sociali e soprattutto alla presa in carico di minori e di migranti ha posto sicuramente un problema serio di accoglienza da parte dei centri che prima potevano occuparsene. C’è quindi spesso un’indisponibilità da parte dei servizi sociali alla presa in cura e ovviamente, quando i servizi sociali non sono in grado diventano anche meno efficienti da questo punto di vista e quindi possono essere visti anche in maniera non positiva da parte di chi dovrebbe usufruirne. In questo senso mi riferisco alla dimensione reale mentre invece la trasposizione romanzesca mi ha offerto la possibilità di creare un mondo alternativo, completamente oscuro nelle nostre città dove si aggirano questi invisibili, i “fantasmini”. Quando ho incontrato questa storia pensavo fosse unica ma quando mi rivolsi a un assistente sociale per la scrittura della storia questi mi disse: “una donna napoletana mi ha portato una ragazzina cinese. Sua madre l’ha lasciata tre mesi fa, non si è più presentata e ora io non posso più occuparmene e mi ritrovo costretto a consegnarla ai servizi sociali”. Ovviamente il caso esemplare del quale parlo nel romanzo non esaurisce tutta la casistica possibile di questo tipo di situazioni perché si tratta di un fenomeno davvero enorme.

A questo proposito: pensi che le proposte del nostro Paese al giorno d’oggi siano adeguate a fronteggiare la problematica dell’immigrazione? E per quanto riguarda la tutela dei minori?

Ritengo che sia stato fatto molto poco per fronteggiare la questione dell’immigrazione nel nostro Paese poiché la realtà supera di gran lunga la retorica. Esiste una grandissima quantità di casi di cui occuparsi sul nostro territorio che non vengono fronteggiati dal punto di vista tecnico. In particolare, rispetto ai minori è praticamente impossibile riuscire a contenerli tutti in un unico provvedimento legislativo. Recentemente ho conosciuto un ragazzino che viveva in Italia da molto tempo e nessuna scuola lo prendeva perché non aveva una condizione documentale idonea e nell’attesa che si risolvesse questo problema è cresciuto, ora ha venti anni e nessuno a scuola lo vuole perché è troppo grande per entrare in una prima liceo. Sia la nostra giurisdizione sia i servizi che offriamo all’integrazione sono manchevoli da questo punto di vista.

Entriamo ora nel merito del tuo ultimo romanzo. Han è l’occasione per conoscere e denunciare, in qualche modo, un fenomeno sociale che non è molto conosciuto: nel romanzo si parla di alloggi in cui i figli dei migranti vengono “parcheggiati” a pagamento. Che ruolo gioca la questione dell’attesa per questi ragazzi?

L’attesa è una condizione che nella nostra società appartiene a due categorie di persone: i ragazzi e i migranti. Per i ragazzi sempre meno perché mi riferisco a quella condizione di noia e di vuoto che viene sempre più colmata mentre prima era parte costituente di ciascuno di noi da ragazzi. È rimasta però ben ancorata alla condizione del migrante che è sempre in attesa di una carta, di un documento, di un impiegato, di un passaggio burocratico, di un poliziotto, di un giudice, di un pasto e quindi in un certo senso gioca un ruolo importantissimo nella storia perché è sull’attesa che si basano le speranze. Persino la speranza di Han nel rincontrare sua madre passa tramite questa sorta di purgatorio. La speranza passa attraverso l’attesa, è un’idea quasi cristiana di un’altra vita che sta al di là del dolore della condizione materiale.

Ad un certo punto Nina, l’unica ragazzina con la quale Han riesce ad intraprendere un rapporto umano in un contesto che non lo è per nulla, chiama Han “pezzotto” o “apparecchiato alla meglio”, imperfetto. È forse proprio l’imperfezione ciò che accomuna in realtà tutti i personaggi del libro, dai più ai meno violenti, fino a raggiungere noi lettori e tutti gli esseri umani?

Sì, assolutamente. Il senso della storia è proprio questo, uno dei messaggi fondamentali che vorrei che passasse dalla lettura del romanzo.

L’ identità di Han è certamente molto particolare: è cinese solo per quanto riguarda il suo passaporto, il suo aspetto fisico, per il resto parla un italiano perfetto e anzi rifugge con tutte le sue forze il dialetto napoletano, perché?

Perché la lingua italiana è considerata la lingua dell’imbroglio ma il dialetto napoletano la lingua della violenza e in qualche modo dunque egli la rifugge. Come capitava agli emigranti napoletani degli anni cinquanta, sessanta, settanta che lasciavano la propria città e si allontanavano anche dal dialetto perché quel dialetto gli ricordava la fame, la povertà, la miseria e la violenza della quale era imbevuta la loro vita prima di andarsene. Dunque, Han in un certo senso sa che quel dialetto rispecchia la lingua della violenza, della sua condizione di invisibile e che appartiene un po’ a tutti i migranti. Infatti, anche gli altri ragazzini useranno il dialetto in qualche modo per rendersi simpatici, per dare vita a quel fenomeno di dissimulazione attraverso il quale entrano in contatto magari con i ceti popolari con cui è più facile approcciarsi nella loro posizione. Han tutto questo lo rifiuta poiché non ama farsi voler bene, non ama imbrogliare o accorciare la strada, ma è uno che va sempre per la sua strada la quale risulta sempre un po’ più lunga e tortuosa di quella intrapresa dagli altri ed è per questo che gli voglio bene, per questo riesce ad incontrare Nina. Egli rifugge la violenza ma come ogni personaggio di melodramma finisce esattamente lì dove non vuole cadere.

Come può aiutare la scrittura ad uscire dalla dicotomia migrante cattivo – migrante buono, come può uno scrittore come te contribuire a ridurre se non annullare i pregiudizi?

scrittura

È un terreno molto complicato: da un lato non so quanto uno scrittore possa realmente farlo perché scegliersi una storia è comunque un atto volontario che presuppone una sensibilità già di partenza e quindi è probabile che, se qualcuno dovesse scegliere questa storia da leggere egli abbia già un atteggiamento diverso da parte di questi due poli e quindi già sfugge a questo pericolo. Il che non significa che le parole non possano avere un forte impatto su un altro tipo di lettore, ovvero su un lettore apparentemente più distratto e in questo può avere un ruolo la scrittura perché passa sempre attraverso il racconto delle storie. Io faccio sempre questo esempio: quando due mesi fa tutti abbiamo parlato di quel ragazzino che si è imbarcato su un aereo da qualche paese africano ed è arrivato morto congelato a Parigi, fino a che lo chiamavamo clandestino era un conto, ma poi abbiamo iniziato a chiamarlo ragazzo e questa storia ha assunto un altro valore. Ecco le parole come sono importanti. Se noi raccontiamo la storia che c’è dietro ad ognuno il grado di commozione di tale storia nei nostri confronti è ancora maggiore. Soltanto raccontando la vita di ciascuno di noi e di ciascuno di loro possiamo sfuggire alla retorica da un lato del migrante buono e dall’altro del migrante cattivo. Ognuno di noi ha una storia da raccontare e nel momento in cui viene raccontata diventa una storia che umanizza tutti.

Oltre a Le creature, sapresti consigliare a noi appassionati lettori qualche romanzo, magari un tuo “libro del cuore”?

Non ho un libro del cuore eterno nel senso che sono molto mutevole, sono un lettore classico che passa da un innamoramento all’altro. Tuttavia, è molto vicino a me in questo caso La Strada di Cormac McCharty. E’ sia vicino al libro di cui abbiamo parlato sia vicino al mio percorso di educatore e di vita.

Di immigrazione qui su MentiSommerse avevamo già avuto modo di parlare con Martina Toppi in una sua intervista dedicata al libro Non lasciamoli soli di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, non perdetevelo.

Valentina Sprega

Valentina Sprega

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