Perché la chiamavano Big Mama? Chiedere a Elvis, o a Janis…

Perché la chiamavano Big Mama? Chiedere a Elvis, o a Janis…

Il 26 settembre 1937, sulla Route 61, tra Memphis e Clarkdale, Bessie Smith rimase vittima di un incidente stradale mortale. L’Imperatrice del Blues ebbe molte degne eredi, come Billie Holiday, Ella Fitzgerald o Mahalia Jackson. Eppure, in quel maledetto settembre del ’37, c’era una ragazzina di Montgomery, in Alabama, che aveva circa 11 anni. Suo padre, Thomas H. Thornton, era un predicatore, sua madre Edna M. Richardson cantava in chiesa. Ma Edna l’avrebbe fatto ancora per poco, perché tre anni dopo sarebbe morta lasciando la giovanissima Willie Mae Thornton a guadagnarsi da vivere lavando a terra nei locali della città e cantando nelle chiese nel fine settimana. Dove imparò i rudimenti dello spettacolo, a cantare ed a suonare armonica e batteria.

Tra storia e leggenda

La storia poi si mischia alla leggenda, perché un produttore dell’Atlanta Music, Sammy Green, notò il suo possente timbro vocale: forse in un concorso amatoriale del posto, forse ascoltandola canticchiare durante le pulizie. Fatto sta che Willie Mae nel 1941 su unì allo show itinerante The Hot Harlem Revue, con il quale rimase sette anni. In giro per le città del sud est degli Stati Uniti, imparò i trucchi del mestiere e migliorò la propria tecnica vocale. Ed inevitabilmente, provò a trarre ispirazione proprio dalle donne del blues che l’avevano preceduta: Bessie l’imperatrice, Ma Rainey, Junior Parker e Memphis Minnie.

Il diavolo del blues

Nel ’48 si stabili a Houston e firmò un contratto di cinque anni con la Peacock Records Label. Ma il diavolo che regola le vite di chi ha vissuto cantando il blues, tanto per cambiare, reclamò il conto. Willie Mae, la ragazzina sfrontata di Montgomery, ormai non esisteva più. Era cresciuta, era imponente: vestiva come un uomo, amava come un uomo, beveva come (e più) di un uomo. E questo le avrebbe causato non pochi problemi in un mondo bianco, maschilista e razzista. E forse per tutti questi motivi la sua non era una voce, era un ruggito.

Nel 1952 incontrò due giovani autori, Jerry Lieber e Mike Stoller: loro le proposero di cantare una canzone che avevano scritto, Hound Dog (ascolta qui la versione di Big Mama). In sala di registrazione, provarono a darle dei consigli su come interpretare il pezzo. “Ragazzini bianchi, volete forse insegnarmi come si canta il blues?”. Fu la riposta di Big Mama: eppure quei due avevano ragione.“Big Mama era una meravigliosa cantante blues – avrebbe poi raccontato Stoller – furono il suo stile blues e la sua grande presenza fisica (pesava quasi 160 chili) ad influenzare la composizione di ‘Hound dog’. Ci venne l’idea che la dovesse interpretare ringhiando…“. Eppure, nonostante sette settimane in vetta alla classifica Billboard R&B, Big Mama avrebbe ricevuto soltanto un assegno di 500 dollari come compenso. Molto meno di quanto avrebbe ricevuto nel 1956 un certo Elvis, che l’avrebbe poi re-incisa vendendo oltre due milioni di copie.

Quando la nave (l’Andrea Doria…) fu speronata – racconta sempre Stoller – io e mia moglie ci salvammo salendo su una scialuppa di salvataggio. Al porto di New York ci aspettava Jerry e pensavo che fosse lì per verificare se fossimo sopravvissuti. Invece la prima cosa che mi disse fu che ‘Hound dog’ era in testa alla classifica. Gli chiesi se fosse il disco di ‘Big Mama’ e lui mi rispose che si trattava invece di un ragazzo bianco che si chiamava Elvis Presley. Quando la ascoltai per la prima volta rimasi di sasso; pensai che fosse troppo nervosa, troppo veloce, troppo ‘bianca’. Inoltre avevano cambiato alcune parole perché, ovviamente, il testo originale era cantato da una donna. Ma, indubbiamente, quella canzone ha cambiato ancora di più la nostra vita“.

Declino, alcol e revival

Non soltanto Hound Dog: anche Ball and Chain, classico del repertorio di Big Mama (ascolta qui), conobbe la gloria soltanto quando fu incisa da Janis Joplin. Eppure Big Mama non inseguì mai il successo, sebbene il revival blues di metà anni ’60 la aiutò, consentendole di esibirsi con molti grandi maestri del blues, come Muddy Waters, James Cotton, Otis Spann e B.B. King. Eppure, non provò mai a modificare il suo carattere, il suo orgoglio. Negli ultimi anni di vita si accontentava di suonare nei locali della West Coast, con la forza e la dignità che l’avevano sempre contraddistinta. Senza rimpiangere la carriera che avrebbe potuto avere e che non ebbe, senza mai nascondere i suoi orientamenti sessuali o provare attenuare la morsa che l’avrebbe uccisa. Quella del maledetto alcol, che se la sarebbe portata via nel 1984 (ufficialmente per infarto), a soli 57 anni.

Il 14 aprile del 1984 fece la sua ultima apparizione in pubblico, a Los Angeles (guardala qui). Volto scarno, pelle consunta. Indossava una giacca larga, con enormi spalline che provavano vanamente a mascherare la magrezza. Cappello da cowboy, armonica in tasca, e la voce di chi aveva già vissuto molte vite senza alcun rimpianto. Perché Big Mama Thornton non era esattamente quel tipo di donna.

 

Gennaro Acunzo

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