Meet me in the middle – Perché oggi abbiamo perso più di Ulay

Meet me in the middle – Perché oggi abbiamo perso più di Ulay

“Ogni grande relazione è una secessione. A volte, persino una rivoluzione” – C.S. Lewis

Uwe Laysiepen, in arte Ulay, è stato un artista totale, tanto da aver trascinato nel mondo dell’arte – dominio della verità e, solo di conseguenza, della bellezza – pure la malattia che l’ha afflitto in questi ultimi anni, e perciò è così difficile pensare ad una divisione tra l’uomo e l’artista, tra la vita e la performance. Forse l’approccio migliore sarebbe dargli ragione e constatare semplicemente che tutta la vita è una lunga performance, non solo la sua, ma certamente la sua è stata di quelle più interessanti da guardare.

Anche e soprattutto perché osservando la vita/performance di Ulay abbiamo la sensazione di essere autorizzati a guardare qualcosa di molto simile alla nascita di un fatto profondamente, intimamente collettivo, come riuscire a cogliere il momento esatto in cui esplode una stella e si fa un nuovo universo, come esser capaci di capire lo sguardo che cambierà il corso del proprio cuore. E, come ogni nuova vita comanda, non si può mai esser da soli a far cominciare qualcosa di veramente rivoluzionario.

Quella di Ulay e Marina Abramovic è stata la rivoluzione dell’incontro, o meglio: del venirsi incontro. Si conobbero in un caffè di Amsterdam, nel 1975, dove lui viveva e lei si trovava per caso, lontana dalla sua Belgrado. S’innamorarono, questa donna feroce e bruna dallo sguardo profondo come un pozzo e quest’uomo dall’aria tranquilla con due occhi trasparenti, e la soluzione che trovarono fu così pragmatica e, allo stesso tempo, così colma di una dolcezza riverente da rimanere poi la cifra di tutto il loro amarsi: meet me in the middle – incontriamoci al centro.

Presero casa a Praga, alla stessa distanza da Amsterdam e da Belgrado, perché quando tra due cose è difficile scegliere la mente creativa ne fa nascere una terza. Ed è proprio così anche per loro: Ulay e Marina Abramovic sono stati più di Ulay e più di Marina Abramovic, e dire che oggi muore molto più che il solo Ulay è capire e davvero rendere omaggio ad una vita terza, nata da entrambi ma che non appartiene a nessuno dei due esclusivamente. Come un figlio – a spiegarci forse che non è sempre necessario mettere al mondo un altro essere umano, per lasciare una vita in eredità.

Ulay e Marina non reggono che pochissimo ad una vita tranquilla e regolare: prendono “la decisione radicale”, come la chiameranno poi, di comprare un piccolo van e dormire su un materasso in bilico sul retro, spostandosi liberamente all’inseguimento della cosa più importante per un artista, subito dopo la libertà: l’ispirazione. La trovano ovunque perché la trovano in loro stessi, e per dodici prodigiosi anni si dedicano ad un lavoro che resterà inarrivabile per qualunque performance artist.

Ulay tiene in mano un arco, la cui freccia punta dritta al cuore di Marina. Stanno così, fermi a guardarsi con una fiducia che è un po’ più difficile dell’amore, perché quello è cieco e la fiducia invece ti guarda negli occhi, ti pesa e ti salva. Ulay e Marina che in AAAA-AAAA si urlano in faccia, sempre più forte e sempre più vicini, Ulay e Marina che con i loro corpi sono tutto, anche porte: in “Imponderabilia”, nel 1977, i due stanno fermi, rivolti uno verso l’altro, nudi, all’ingresso del MoMA di New York. Entrare nel museo significava passare attraverso di loro, mettendosi di traverso e scegliendo chi dei due affrontare.

E a chi chiedeva loro: sì, ma di chi è stata l’idea? Loro rispondevano spiegando che negli anni che portarono alla nascita del cubismo, Picasso e Braque usavano apporre entrambe le loro firme sui lavori dell’uno e dell’altro, di modo che solo loro due sapessero chi aveva fatto cosa: “tutto è interdipendente e tutto è interconnesso”, spiegò uno dei due.

Ulay e Marina hanno cominciato dal centro, e al centro hanno deciso di finire: dopo un’ordalia durata otto anni, nel 1989 il governo cinese dà loro l’ok per un progetto grandioso, che in origine doveva concludersi con un matrimonio, il loro. I due avrebbero percorso l’intera lunghezza della grande muraglia cinese e, incontratisi al centro, si sarebbero sposati. Ma mentre aspettavano le autorizzazioni, quella loro storia così impossibile e così totale gli era implosa addosso, lasciandoli soli ma con quell’eredità artistica che per loro è sempre stata il bene più prezioso. In nome dell’arte, dunque, la performance si fa lo stesso e diventa, se possibile, ancor più simbolica: Marina e Ulay partono dalle estremità opposte della muraglia e, dopo tre mesi, s’incontrano al centro – e si dicono addio.

Marina Abramović,

E io ora non so, mi sento disorientata in un mondo che mi sembra abbia perso un po’ quel nord magnetico dell’arte e dell’amore (quella creazione artistica suprema) che son stati capaci di essere quei due, nonostante tutto. E mi riguardo quel video così pieno di tenerezza che è il loro incontro, di nuovo, in the middle del MoMA, in the middle della performance della Abramovic The artist is present, lei che apre gli occhi e all’improvviso c’è lui davanti.

Mi immagino Ulay, ora, seduto da qualche parte e con gli occhi chiusi, che aspetta. Se c’è qualche giustizia a questo mondo, e un po’ di arte nel prossimo, quando li riaprirà avrà lei davanti.

Meet me in the middle.

Marzia Figliolia

Marzia Figliolia

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