“Ora zero, ora da eroi”: intervista a Roberto Bartolucci

“Ora zero, ora da eroi”: intervista a Roberto Bartolucci

Dopo la prima puntata dedicata a Paolo Signorelli, continua il nostro viaggio nel mondo degli Ora Zero che, tra le tante cose, è stata la prima band di Luciano Ligabue.

Protagonista della chiacchierata di oggi è Roberto Bartolucci, bassista del gruppo.

Chi è Roberto Bartolucci e come si è avvicinato al mondo della musica?

Iniziamo con la domanda più difficile… Non so chi è Roberto Bartolucci, devo ancora capirlo!

So che mi piace imparare, sempre.

Che mi piace mettermi in discussione, non avere certezze, perché le certezze sono pronte a deluderti e quando ne hai troppe ti senti come in una fortezza inespugnabile, salvo il fatto di accorgersi, prima o poi, di essere invece su una zattera in mare aperto.

Mi piace non dare nulla per scontato.

Mi piace sapere che ognuno è libero di fare ciò che crede sia il meglio, sapendo però che questo è anche la più alta forma di responsabilità sulle cose che si scelgono.

Perché sì, la scelta è l’unica vera libertà che abbiamo e ne abbiamo sempre una.

E per ultimo, ma forse andrebbe detto all’inizio, so che la musica mi ha letteralmente salvato, perché quando intorno hai mille richiami, anche i più seducenti, quella roba lì, fatta di sette note messe in ordine sparso, se la lasci fluire, ti riporta sempre al punto giusto.

“Ora zero, ora da eroi, ora di far vedere qualcosa”. Una canzone dalla tematica estremamente attuale, che ha dato anche il nome alla vostra band. Come nasce questa canzone? Perché avete scelto proprio questa per dare il nome alla vostra band?

Ora Zero è stata scritta da Luciano forse ancora prima che ci conoscessimo e, se devo dire la verità, non so da quale idea sia scaturita ma, quando l’ascoltammo, ci parve subito chiaro che quella frase “Ora di far vedere qualcosa” era lì per noi.

Il racconto (oggi lo chiamerebbero storytelling) che si legge nel testo può essere reale, ma è anche metafora di ciò che accade a ciascuno di noi ogni giorno: essere testimoni di qualcosa che non ci sta bene e non lasciarla passare nonostante la pericolosità e le conseguenze. Può essere una piccola cosa personale come una enorme situazione planetaria, a quel punto nessuna scusa è valida: è ora di far vedere qualcosa.

Ecco perché diventò il nostro nome, ci sentivamo chiamati uno per uno, a far vedere che qualcosa potevamo fare e dire…

Più volte hai definito quelli al fianco di Ligabue “tre anni che non si possono dimenticare”. Ricordi il tuo primo incontro con Luciano? Cosa ti colpì particolarmente di lui?

Il primo incontro non lo posso certo scordare! Io, Imo (batteria) e Sisi (chitarra) suonavamo già insieme, senza sapere bene cosa fare e che direzione prendere. Cercavamo qualcuno che magari scrivesse canzoni o che avesse le idee più chiare di noi sul futuro.

Tramite amicizie in comune ci siamo incontrati una sera nella nostra sala prove. Anche Luciano, come noi, era uno sconosciuto totale e quindi era esattamente come noi. Lui ci fece ascoltare qualcosa di quello che aveva scritto e noi qualcosa di quello che suonavamo.

Ovviamente ci siamo piaciuti, ma la cosa che posso dire con assoluta certezza è che, nonostante adesso sembri una cosa banale e facile da dirsi, fin da subito e non so perché, ebbi la chiara intuizione che quel ragazzo lì aveva seriamente delle cose importanti da dire e da fare.

8 febbraio 1987: presso la sala Lucio Lombardo Radice avete tenuto il vostro primo concerto insieme a Ligabue. C’è un aneddoto in particolare di quella serata che vuoi raccontare ai nostri lettori?

A dire il vero, aneddoti particolari non ne ho, piuttosto riaffiorano dei flash, dei momenti che non credo scorderò mai.
Era il primo vero concerto che facevo, con tanto di locandina, annunci in radio, davanti ad un pubblico che, nonostante fosse composto per la maggior parte da amici e parenti, non ci aveva mai sentito suonare in quella formazione e non aveva mai sentito quei pezzi “originali” in versione rock.

Per cui ricordo la tensione del momento, ricordo anche il montaggio del mio vecchissimo ampli da basso (un Montarbo cassa+testata che a me sembrava un gioiello ma che oggi sarebbe oggetto di sicura presa per il c…!)

Ricordo il palco, una pedana in legno alta sì e no 10 cm che a me sembrava il palco più bello e grande mai immaginato.

Ricordo l’arrivo delle persone che pian piano riempivano quella stanza.

Ricordo l’attacco della prima canzone e poi entrai in trans… solo attimi perché il tutto fluiva come un’onda gigante in cui io mi trovavo immerso.

Sembra davvero strano ripensarlo adesso, ci saranno state 60/70 persone forse, tutti amici che erano sicuramente ben predisposti a noi, ma quelle sensazioni lì furono così forti che mi lasciarono la chiara intenzione che avrei dovuto continuare a salire su un palco, perché era tutto troppo intenso per perderlo per sempre.

Nel 1987 arrivate in finale al Terremoto Rock, concorso che avete vinto l’anno successivo, ricevendo come premio la possibilità di incidere un 45 giri, per il quale avete scelto “Anime in plexiglass” e Bar Mario”. Che ricordi hai di quei momenti? Come andò la prima esperienza in sala da registrazione?

Terremoto Rock fu una di quelle iniziative che andrebbero fatte e rifatte sempre. Non era un talent come siamo abituati oggi a vedere, ma una delle poche possibilità per chi faceva musica a quei tempi, di suonare dal vivo e di mettersi a confronto con altri. Non tanto per la “gara” in sé, ma invece per il confronto artistico-musicale che si sviluppava nelle varie serate.

Vincere la seconda edizione e poter avere la possibilità di registrare in uno studio professionale non era cosa comune a quei tempi, non era così semplice avere registrazioni di qualità del proprio lavoro per cui fu una opportunità veramente unica oltre che interessante.

Non vi nascondo che non fu facile affrontare quei momenti: lo studio di registrazione mise a nudo tutta l’inesperienza che avevamo e arrivare ad un risultato buono per l’incisione del 45 giri non fu facile, ma allo stesso tempo anche una di quelle sfide che non scorderò più.

Quali sono i cinque album che hanno maggiormente influenzato Roberto Bartolucci dal punto di vista personale e professionale?

Questa è veramente una domanda difficile, meglio ancora, complicata.

Ho attinto personalmente a tanti generi, ma se proprio devo estrarre i miei 5 album più significativi proverei a mettere questi:

  • Burattino senza fili (E. Bennato) il primo album comprato a 13 anni, una rivelazione
  • Led Zeppelin IV (Led Zeppelin) solo perché è il primo che ho conosciuto ma metterei qui tutti i loro dischi!
  • The Wall (Pink Floyd) me lo portò mia sorella da Londra (credo) e consumai il vinile a forza di ascoltarlo
  • Moving Pictures (Rush) una scoperta che mi rese un uomo migliore!
  • Messa di Requiem in Re minore (Mozart) mi rimase impresso il primo ascolto per la potenza e forza che c’erano in quelle note: grandioso!

Ovviamente tanti altri album avrei voluto mettere in questa lista, perché la musica non ha limiti e confini; in fondo la Musica è la metafora della vita: piena, diversa e contaminata.

Corrado Parlati

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