The Dictionary of Obscure Sorrows – Lo sento, ma non sapevo dirlo… fin’ora!

The Dictionary of Obscure Sorrows – Lo sento, ma non sapevo dirlo… fin’ora!

Nel suo “MDLSX”, l’attrice Silvia Calderoni affidava al suo protagonista un desiderio bizzarro, che mi colpì molto: “vorrei… vorrei una parola per dire la felicità del disastro… oppure quella stranezza improvvisa che ti fa guardarti allo specchio dopo i trent’anni…”. In altre parole: vorrei poter esprimere qualcosa che sento, ma che non so dire.

Parole come “petaloso” o “webete” o ancora “influencer”, oltre a farci scorrere un brividino lungo la schiena, hanno anche la più meravigliosa funzione, al di là del loro significato, d’informarci che la lingua e le parole non sono cose morte, pietre infilate in un sacco da portarci appresso col peso degli anni, come se non potessimo mai sentire più o altro da ciò che è già stato detto: le parole sono invece strumenti, picconi e scalpelli con cui scavare nei significati e scolpire la pietra finché finalmente, ah, somiglia proprio a quello che mi sentivo dentro – parafrasando Michelangelo, ogni sentimento ha una parola inscritta dentro di sé, ed è nostro dovere farla venir fuori.

Qualche volta il risultato è “petaloso”, d’accordo, ma altre volte quello che può venir fuori è il riconoscimento di qualcosa di universale, un vissuto che stava sulla punta della lingua a tutti, ma a cui nessuno riusciva a dare un nome – e non avere un nome può essere un’esperienza spaventosa e, soprattutto, solitaria: come ti spiego come mi sento, se non ho gli strumenti per farlo? Forse son solo io a sentirmi così…?

Scommettiamo di no. Scommettiamo che se andiamo abbastanza a fondo nella tana del Bianconiglio, troveremo un mondo intero di persone che attraversano lo stesso paesaggio interiore, pieno delle stesse emozioni, delle stesse gioie e degli stessi dolori. The Dictionary of Obscure Sorrows è esattamente l’ingresso nella tana del Bianconiglio: un non-luogo all’interno del web in cui vengono raccolti neologismi coniati dagli utenti per descrivere sensazioni precise, ma fino ad ora impronunciabili.

Come Sonder: l’improvvisa scoperta che ognuna delle persone che ci attraversano la strada ha una storia. Il dizionario la definisce così: n. la realizzazione che ogni sconosciuto con cui veniamo a contatto ha una vita ricca e complessa come la nostra – popolata da sogni, ambizioni, amici, quotidianità e la sua dose di follia – una storia epica che si distende davanti a te e continua per chilometri sotto la superficie di quello che vedi, intrecciata ad altre centinaia di storie di cui non sospetti nemmeno l’esistenza, e nelle quali tu non sei altro che una comparsa che sorseggia caffè in un angolo, sfumata come le luci del traffico all’imbrunire.

Oppure, Socha: n. la segreta vulnerabilità altrui – c’è un’illusione ottica dell’anima, in cui è facile cadere: più ci allontaniamo da un altro essere umano, più questo ci appare invulnerabile. Vediamo noi stessi così come siamo, pieni di difetti e imperfezioni, ma vediamo gli altri solo come loro vogliono mostrarsi: e, a prima vista, sembra che tutti abbiamo le idee molto più chiare di noi. Ma è solo un’illusione: tutto ciò che non vediamo è quella vulnerabilità che ci appare così familiare in noi, e tuttavia così sorprendente quando la riconosciamo in qualcun altro.

John Koening, che ha iniziato il progetto, ha fatto l’enorme regalo di nuove parole ad un mondo in disperata ricerca di un nuovo vocabolario emotivo. Per qualcuno scosso da un maremoto sentimentale, o per chi è sempre in cerca del modo giusto di dire proprio quella cosa là, il suo dizionario è come un libro di ricette di cui ti sono familiari tutti gli ingredienti, è solo che non avevi mai pensato di poterli combinare insieme così.

The Dictionary of Obscure Sorrows è  un piccolo faro nella notte dell’incomunicabilità che sempre incombe sulle anime sensibili, quelle che il primo campo di battaglia e il primo altare non è il letto ma il linguaggio. Partecipare alla creazione di questi nuovi luoghi di incontro dell’anima è un po’ come immagino debbano essere stati i primi anni di festival creativi come il Burning Man, prima dei VIP Pass e di Kanye West: il tentativo creativo e felicemente disperato di alzare costruzioni grandiose nel bel mezzo del nulla, in nome della condivisione e dell’espressione.

Marzia Figliolia

Marzia Figliolia

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