Iran tra politica e letteratura

Iran tra politica e letteratura

Oggi venerdì 21 febbraio si vota in Iran per rinnovare il parlamento. Davanti all’esclusione quasi totale della fazione dei candidati riformisti e al considerevole rafforzarsi della parte conservatrice bisogna riflettere. E ancora una volta qui su Menti Sommerse parleremo di ciò che accade intorno a noi servendoci di un romanzo che è ormai diventato un classico, Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi.

PANORAMICA POLITICA DELL’IRAN

L’opera in questione è ambientata nel periodo della Rivoluzione di Khomeini iniziata nel febbraio del 1979, quando il religioso sciita Khomeini, arrivato all’aeroporto di Teheran, capitale dell’Iran, fu accolto e acclamato da migliaia di persone che nelle settimane precedenti avevano partecipato alla rivoluzione da lui promossa in absentia contro lo scià Pahlavi. Nei due decenni successivi la Repubblica Islamica fondata da Khomeini divenne però un vero e proprio totalitarismo, di cui rimangono tracce evidenti ancora oggi. Proprio per questo risulta estremante attuale Leggere Lolita a Teheran. L’autrice, originaria dell’Iran, è una donna e una letterata perciò rappresenta emblematicamente l’incarnazione di quanto più è temuto dal regime, ovvero la femminilità e la letteratura. Il quadro dipinto dalla sua penna infatti risulta efficace e veritiero proprio perché ella fa riferimento a ciò che vive sulla propria pelle.

Azar Nafisi, professoressa di Letteratura inglese dell’Università di Teheran, narra della sua esperienza in prima persona, inserendo all’interno di racconti reali alcune informazioni fittizie e romanzate volte per lo più a mantenere celata l’identità di alcune figure principali.

In un primo periodo, nonostante la difficile situazione politica e sociale, l’insegnante porta avanti dignitosamente la propria missione in Università. Sferzata da sguardi sprezzanti di alcuni suoi colleghi nonché dai discorsi ottusi di alcuni suoi stessi studenti, la Nafisi non si lascia abbattere e tramanda con passione le proprie conoscenze e le proprie idee finché le è concesso.

Incapaci di decifrare o di capire tutto ciò che fosse complicato o fuori dagli schemi, infuriati con quelli che consideravano serpi in seno, gli integralisti furono costretti a imporre le loro formule rudimentali anche alla narrativa. E così come perseguitarono i colori della realtà, cercando di adattarla al loro mondo in bianco e nero, si accanirono – al pari dei loro antagonisti ideologici – contro qualsiasi forma di interiorità in narrativa, finendo per perseguitare proprio i romanzi privi di contenuti politici. Come quelli della pericolosissima Jane Austen, ad esempio.

BOOK CLUB CLANDESTINO

In seguito alle sempre più severe e ingiuste leggi della dittatura, che si scagliano contro la libertà di pensiero e in particolare contro la diffusione della letteratura occidentale, l’insegnante vede negato il proprio diritto di esercitare la professione. Eppure ancora non si arrende. Anzi, armandosi di coraggio e fantasia, decide di fondare una sorta di book club clandestino di frequentazione rigorosamente femminile. La presenza degli uomini sarebbe risultata evidentemente circospetta e pericolosa in un periodo in cui i due sessi non potevano comunicare normalmente davanti agli occhi di tutti, ma dovevano piuttosto dimostrare una certa distanza l’uno dall’altro (anche negli edifici scolastici, ragazze e ragazzi erano obbligatoriamente separati). Le sue studentesse più interessate vengono così invitate a riunirsi ogni giovedì mattina nel suo salotto.

La vera democrazia non può esistere senza la libertà di immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti. Altrimenti, come facciamo a sapere che siamo esistiti?

Così il giorno della prima riunione, una dopo l’altra, tacitamente, entrano nella stanza. Quasi ritualmente, da quel dì in avanti, le giovani, varcato l’uscio, si spogliano di tutto ciò che nega loro libertà di espressione. Alcune si tolgono il velo che ormai non è più simbolo meramente religioso, ma piuttosto metafora del controllo assoluto del regime su di loro. Altre sfilano i guanti indossati per coprire unghie colorate e ben curate. Altre ancora mostrano, all’interno delle chiuse e protette pareti casalinghe, i loro vestiti sgargianti e modaioli. Dopo aver compiuto questi gesti con sobrietà e pacatezza, le studentesse prendono posto e con leggero timore all’inizio, con maggiore confidenza poi, iniziano a discorrere di Nabokov, Fitzgerald, James e altri autori occidentali.

Il problema non era il velo in quanto tale, ma la libertà di scelta. Mia nonna si era rifiutata di uscire di casa per tre mesi, quando altre leggi l’avevano costretta a toglierselo. Io sarei stata altrettanto tenace nel mio rifiuto di portarlo. Non sapevo che di lì a poco quel rifiuto avrebbe potuto costarmi il carcere, la fustigazione o addirittura la vita.

La letteratura proibita diventa occasione per riflettere riguardo alla propria quotidianità. Le donne si trovano raramente a parlare dell’atteggiamento che sono costrette a tenere in luoghi pubblici come le strade o i caffè nonché delle angherie subite da parte degli uomini del regime: il loro scopo è dimenticare almeno momentaneamente quest’aspetto della loro vita. Piuttosto da questi incontri emerge la possibilità di parlare di sé, dei propri sentimenti, delle proprie esperienze più intime. E tutto ciò è possibile perché tra di loro vi è chi si paragona a Lolita e chi a Daisy Miller, ma anche chi critica entrambe.
Il salottino riscaldato e pregno dell’odore di croissant appena sfornati e di caldi infusi profumati si trasforma quindi in un rifugio rispetto alla realtà quotidiana, un’evasione da un incubo che può essere obliato per qualche ora alla settimana.

«Un romanzo non è un’allegoria» dissi verso la fine della lezione. «È l’esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. È così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare.»

E non soltanto le fanciulle riunite stringono un’amicizia sempre più forte tra loro, imparando a conoscersi e a conoscere le proprie storie, ma instaurano un rapporto profondo con la professoressa e con la sua famiglia. Azar Nafisi è l’insegnante che combatte per la loro cultura ed emancipazione organizzando riunioni che, se scoperte, metterebbero a rischio la sua vita, ma è anche una donna che durante i bombardamenti non riesce a dormire, prende una copia del suo romanzo preferito e veglia sui propri bambini pregando di poterli svegliare il giorno successivo.

Se mi rivolsi ai libri fu perché erano l’unico rifugio che conoscevo, ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, per proteggere una parte di me stessa che sentivo sempre più in pericolo.

Leggere Lolita a Teheran è una professione d’amore per la letteratura e insegna a noialtri lettori quale sia il suo valore. I romanzi ci tengono compagnia, diventano nostri amici, sono nostri maestri, ma sono anche e soprattutto il simbolo della nostra libertà interiore, della nostra eleuthería (dal greco ἐλευθερία), il bene più prezioso per il quale hanno combattuto strenuamente tutti gli uomini, a partire dai Greci nell’antichità.

Per chi volesse saperne di più riguardo a cosa davvero significhino i libri per noi di Menti Sommerse, clicchi qui. Per conoscere altri aspetti di Leggere Lolita a Teheran, invece, un ottimo approfondimento si può trovare qui.

Penelope Volpi

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