Tempo e felicità: appunti di poetica tra Erba e Sereni

Tempo e felicità: appunti di poetica tra Erba e Sereni

Nell’ultimo mese ho avuto l’occasione di parlare di poesia con tanti amici che, pian piano, si stanno avvicinando a questo mondo e iniziando a vederne il fascino e la possibilità di una conoscenza.
Una domanda che molto comunemente affiora è questa: perché la felicità entra più di rado nella scrittura poetica rispetto al dolore? e perché ci si sente più toccati o più rappresentati dall’angoscia dei versi invece che dalla loro luce?
Aiutandomi con i testi di due eccezionali autori cercherò qui di dare un’interpretazione a questo quesito: non una risposta ma piuttosto un suggerimento e una direzione del fare poesia, un modo che ritengo consistente con i versi stessi.

DUE IPOTESI DI LAVORO

La prima ipotesi che formulo è di natura tecnica. Proviamo a considerare tutti i rapporti e le proporzioni tra noi e il mondo come un contatto o un trapasso tra Io e Altro (che è tutto, dall’oggetto alla persona più vicina). Senza addentrarci nella definizione di cosa sia l’uno e cosa l’altro in termini più precisi, consideriamo piuttosto il limite, la soglia che divide i due.
Nella mia visione la poesia, come concetto teorico, giace proprio in quel punto, stirata il più possibile nella forma dell’anello che separa me dal resto. La poesia allora è rappresentazione del limite in forma di costruzione letteraria: non può giacere altrove perché ogni altro punto della realtà è forse appannaggio specifico di altre forme di conoscenza.

Ma la soglia tra interno ed esterno è il regno elettivo dei versi che provano a decodificare un luogo per sua natura indefinito: per questo il verso si slaccia, si sfrangia, si allunga nell’oscuro, va in avanscoperta fuori e torna dentro terrorizzato, rischiara l’ombra ma non fa la luce, balbetta un nuovo verso che non sempre trasforma in senso intero, in parola compiuta.
Il verso compie sé stesso tentando di scandagliare, tentando di dare a chi lo compone una traccia che non è una strada e chi scrive dovrà batterla autonomamente.
La poesia dunque risponde a un problema con un altro problema.Ora, possiamo pensare alla felicità (termine sì vago, ma comprensibile) come a uno stato di continuità tra io e altro. Il passaggio che porta il sé verso l’esterno non è problematico ed è la stessa consonanza, l’accordo a definire la situazione come felice.

Tristezza, angoscia, dolore sono l’inverso del processo, la rappresentazione delle increspature che si affrontano uscendo fuori di sé. Dunque, un passaggio che fosse liscio, non frastagliato non sarebbe sufficiente per il verso che si troverebbe a descrivere qualcosa che va già da sé: il verso non avrebbe la possibilità di sfumare e addensarsi, tentare un passo e poi perdersi.
Questa sarebbe una poesia assertiva, una poesia che sa e non è il modo in cui intendo la composizione.
Eppure, questa sembra una complessa e artificiosa spiegazione che si rifà solo ai termini di una teoria e perde contatto con le cose.

La seconda ipotesi che formulo avrà quindi un più ampio respiro e si rifarà all’idea di vivere poeticamente. Ma cosa significa? Qualcosa di molto semplice in realtà: vivere (o pensare) poeticamente significa prestare attenzione a tutto quello che ci circonda, a tutto quello che un attimo prima è preciso e definito e quello dopo un fumo che si diffonde nell’indifferenza dei passanti; a tutto quello che brilla quando il buio è una penombra ed è più infido della notte; a tutto quello che non ha la forza di resistere da sé all’urto della realtà.
La poesia è questa attenzione a ciò che ha già inscritto nei geni, alla nascita, il destino di svanire presto; la poesia è dunque protezione di quello che il tempo ha già promesso di disfare. Sembra un compito impari (anche noi saremo disfatti dal tempo) ma se il verso ha una forza è questa.

La felicità allora è la prima di queste cose che si disfanno presto, specie per il modo altissimo ed esigente con cui la concepiamo (vorremmo sempre, negli intimi desideri, una felicità totale) e dunque chi fa poesia, chi la fa pensando poeticamente, dovrebbe occuparsi solo di questo e invece, soprattutto, parla di cicatrici e male. E qui, di nuovo, entra in gioco il tempo.
La felicità è potente, potentissima ma ha i caratteri dell’impulso di una forza, esplode in un secondo, raggiunge il suo picco e poi si spegne. E nel momento in cui la rivorremmo la trasformiamo in ricordo e immancabile nostalgia.

Il dolore, anche piccolo, dura e si diffonde nel tempo, nel passato come trauma e nel futuro come minaccia e questa ripetizione anche di una nota flebile lo rende, alla fine, più forte di tutto.
Forse per questo, forse per il bias cognitivo per cui ci sembra che accada solo il male (e questo perché invece solo del male ci ricordiamo, per pigrizia), il dolore va più a fondo di tutto e la poesia è attratta ciecamente verso la cavità che scava.
Il tempo allora, sempre il tempo che rende irreperibili le cose, che fa di un dolore concreto un’eco eterna tra le volte e delle piccole felicità sassolini persi nella ghiaia del passato, dove sono irrintracciabili, separati dal nostro universo in cui gli eventi ci influenzano ancora.

Ma se fare versi sul tempo e sulle sue conseguenze è una necessità di contenuto e di coscienza estetica la soluzione è una soltanto: impegnarsi a pensare poeticamente sempre, non raccogliere il verso solo nella grotta intangibile del passato, dove il tempo si mostra più forte di noi, ma sforzarsi piuttosto di stirarlo nelle intercapedini del presente, quando il tempo si sta ancora sedimentando e dove la felicità ha ancora luogo per esistere, per esser-ci.
Questa sarebbe una poesia colta nella sua massima forza e la gioia, raffigurata nell’unico momento in cui può dirsi tale, potrebbe veramente risuonare prima che il tempo e la memoria fallace la deformino.

Questa sarebbe la massima attenzione e l’esito massimo di un pensiero veramente poetico.
Tuttavia, come dicevo in apertura, questa è solo una possibile soluzione del problema e poi un suggerimento o un augurio. Il verso va sempre altrove rispetto ai nostri schemi, ai nostri desideri.

LUCIANO ERBA, LO SVAGATO

Ma quando arrivano? e come?
e chi li manda tra noi?
un giorno li trovi vicini
con un berretto a visiera
la sciarpa rossa, le mani
nelle tasche davanti dei calzoni
nuovi compagni dei nostri giochi […]

TempoLa poesia di cui ci occupiamo è del milanese Luciano Erba e si intitola ‘Lo svagato’ (difficile oggi acquistare in volume le poesie di Erba dopo la sparizione dal catalogo del bel tomo Mondadori ‘Poesie 1951-2001’: il mio consiglio è dare la caccia alle bancarelle di libri usati o rivolgersi alle biblioteche fino al momento in cui l’editore si renda conto della necessità di avere in commercio un’omnia di Erba. Il testo si può leggere per intero qui).

L’ho scelta per dare l’estrema contezza della disattenzione che canta sé stessa, di una poesia che si fa mentre non si è poeticamente vissuto, in termini di protezione e protensione verso le cose.
Tutta la poesia potrebbe riferirsi a un sottotesto storico che è difficile penetrare: c’è un rimando onirico all’Africa (‘nei prati gialli fuori città | in un’Africa immaginata’) e si parla di ‘febbri spietate’ che ricordano le febbri malariche. Tuttavia il dato sul quale ci soffermiamo è altrove e consideriamo le parti estremali del testo per ottenere il sovrasenso che stiamo cercando.
I primi due versi sono infatti l’epitaffio ideale della disattenzione, della ignoranza totale e dell’inconsapevolezza di chi lascia scorrere tutto in sordità.

Un ‘loro’ è sottinteso: sono tutti quei ragazzi comparsi dal nulla, sono ‘nuovi compagni dei nostri giochi | silenziosi, sorridenti compagni’, sono gli amici che un giorno ci stanno accanto e condividono con noi i giorni, la gioia e il silenzio (un punto questo su cui Erba calca molto la mano: ‘Si restò fino a sera dentro l’acqua | senza che mi chiedesse una volta | di provare a pescare’ o ancora ‘per il suo starmi in silenzio vicino’). Sono tutti coloro che un tempo avevamo al nostro fianco, diversi forse nel corso degli anni, ma sempre accanto nelle simboliche attività di scalare un monte (‘Ricordo uno che un mattino d’ottobre | salì con noi fino al monte Cavallo’), andare a pesca o starsene fermi in un prato.

Ma oggi che resta di loro se non una conta asettica e lacunosa (così infatti nel testo ‘Ricordo uno… e un altro… E un terzo… E un quarto…’), come se gli amici e la felicità fossero solo i termini di una progressione. La vita allora passa non vista, restano sfrangiati i dati esteriori, anche la luce delle immagini si imprime per puro meccanismo, come su una lastra fotografica. L’io dice ‘ricordo’ ma è solo perché la sua mente meccanicamente registra i racconti, i salti, le corse, la fatica che porta alla felicità e poi d’un tratto tutto questo scompare ‘per un sentiero che non saprei più trovare’.La responsabilità ora si rimette all’io che ha permesso che il momento si facesse passato e diventasse ormai irraggiungibile.

Restano i dettagli minuti, la bibliografia di un archivio illeggibile che non distingue una cosa da un’altra perché non l’ha vista davvero (‘E un altro, né escludo che fosse lo stesso’).Vivere e ricordare, vivere o ricordare: tra loro appena uno scarto che separa l’essere dallo scomparire. Ma se la sparizione degli altri è sempre evidente che dire quando a sparire siamo noi?

Dimenticarsi di ciò che ci circonda (o meglio, relegarlo solo nel ricordo, condannarlo alla non-esistenza) è dimenticare noi stessi come soggetti attivi della vita e della poesia.
Questo ci racconta Erba, e le estreme conseguenze del nostro non fare: d’altronde già il titolo ci dice molto. Lo s-vagato, colui che non è vago di nulla, senza desideri né tensioni verso l’esterno da sé. Chi dimentica il presente davvero dimentica sé stesso.
E questo fino al disvelamento finale: ‘Scomparsi’ e poi subito dopo ‘Distrutti’ (loro o noi?), quando potevamo salvarli, trattenerli, non rimandare al giorno dopo, prenderci il bello oggi e non ripensarci domani in sogno.

Tempo, amicizia, amore: tutto è perduto se la mano non si abbassa al suolo a difenderli, se la poesia non trova il modo di proteggerli.
La chiusa del testo vale oltre ogni commento:

Scomparsi. Distrutti da febbri spietate,
consunti da un male ignoto, lontani, non so.
Né so se torneranno, né quando, né come
gli amici, i giorni, la più chiara stagione,
se tornerà la vita
perduta per disattenzione.

VITTORIO SERENI, GLI AMICI

Con Sereni tentiamo invece un affondo sull’altro versante e ne vediamo le conseguenze. La poesia scelta si intitola ‘Gli amici’ ed è compresa nella raccolta del ’65 ‘Gli strumenti umani’ (raccolta oggi disponibile nella bellissima edizione de Il Saggiatore. L’intero testo è il quarto di questa selezione).

Il tema dell’amicizia riverbera tra i due autori milanesi e in tutta la produzione dello stesso Sereni Tempocome colonna portante della vita prima che della poesia. Anche la struttura dei testi è simile: le parti estremali aprono e chiudono il discorso dimostrando ciò di cui si parla nel corpo. L’avvio è dunque tutto nel passato (‘Nell’anno ’51 li ricordi | la Giuliana e il Giancarlo | ballerini e acrobati com’erano’) in un anno lontano rispetto al tempo della scrittura in cui si evocano due amici, una coppia e subito trasportati anni dopo attraverso la proiezione dei figli (‘E oggi? In una torpida | mattina del ’60? O di essi e dei figli […]’).

La riflessione di Sereni si mescola in questa poesia a un dubbioso resoconto sui tempi e il loro mutare, sulla difficoltà di adattarsi al cambiamento, specie per un uomo come lui che ha vissuto in forma di tragedia privata il passaggio dall’esile mito della giovinezza alla barbarie della storia (‘Che tempi – mormori – sempre più confusi | che trambusto di scafi e di motori | che assortita fauna sul mare’).
E proprio qui allora gli amici, la boa contro le onde del tempo, contro la mente ignara che non riesce a cavalcare il mondo, lo scudo che non si spezza e che può resistere (‘O di essi e dei figli […] | ancora | può essere il mondo | domani | per la decima estate non si orna | di nuovo la bocca del Magra?’).

Questo forse avrebbe dovuto pensare anche l’io di Erba prima di svagarsi, al primo dubbio sul suo operato avrebbe dovuto parlare come l’io di Sereni quando dice ‘Non lasciatemi qui solo | – stai | per gridare – ritornate…’.

Trattenere è una scelta, molto spesso. Resistere alla pigrizia, alla stasi e al silenzio che alla fine conducono a nullità e sparizione. Chi ci salva siamo noi stessi mentre salviamo qualcun altro (‘Dunque ti prego non voltarti amore | e tu resta e difendici amicizia’ dice Sereni in una poesia significativamente intitolata Anni dopo) mentre non vogliamo arrenderci e non perdiamo la speranza di incontrare una bellezza ancora nitida, persino se i nostri sogni sono stati traditi (com’erano stati traditi i sogni e il futuro del giovane Sereni).

Per questa vita così vissuta non c’è poesia di dolore o di gioia, di angoscia o di felicità e la domanda iniziale è superata. C’è la poesia che si mette al fianco della vita attenta, c’è il verso vigile e l’agile scatto che fa tornando sempre indietro, sostenendo chi si attarda.
C’è la poesia che trattiene, che protegge, che compie un miracolo scordato da anni.

Non lasciatemi qui solo
– stai
per gridare – ritornate…
Ma ecco da dietro uno scoglio
sempre forte sui remi
spuntare in soccorso il Giancarlo.

E ti sembra un miracolo.

Per approfondire la poesia di Vittorio Sereni sono online i nostri articoli sul tema delle Strade e sull’intera raccolta Gli strumenti umani.

Massimo Del Prete

In una vita precedente Ingegnere chimico, in questa mi occupo di Storia della lingua italiana. Esule pugliese a Milano, qui cerco la mia strada e nel frattempo coltivo le mie passioni tra un sigaro cubano, troppi calici di vino e tanta tanta letteratura. Nel 2018 la mia prima raccolta di versi "Soglie" per Ladolfi Editore; dal 2019 tengo la rubrica Camera Oscura qui su MentiSommerse per dotare la poesia di un'altra inclinazione sulle cose.

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