Stevie Ray Vaughan, il texano testardo che fece esplodere il blues

Stevie Ray Vaughan, il texano testardo che fece esplodere il blues

Al festival di Montreaux i palati sono sempre stati raffinati, ed a giusta ragione. Il problema sta nel sottile limite che divide chi è abituato all’ottima musica dallo snob, da colui il quale ha un atteggiamento prevenuto rispetto alle novità insolite. Quell’anno, il set era dei migliori. Blues classico, jazz, soul, contaminazioni afro, pop, bossanova, ambient e tanto altro. C’erano BB King, Dizzy Gillespie, Steve Miller Band, Talking Heads, Gilberto Gil, John Hammond, Koko Taylor, Jackson Browne. Van Morrison, Dave Brubeck, Billy Cobham, Eric Gale, Carmen McRae, Lionel Hampton. E tanti altri.

L’ESORDIO E I FISCHI

Era il 1982: la sera del 17 luglio toccò ad un quartetto texano capitanato da un chitarrista col cappello da cowboy con le borchie, una Fender del 1962 e un suono rude e tagliente. Sporco, distorto, sin troppo travolgente secondo gli spettatori presenti quella sera. Molti di loro dovevano essere abbastanza snob, perché alla fine furono soltanto fischi per Stevie Ray Vaughan & Double Trouble. Le ossa se l’erano cementate nei locali più o meno malfamati tra Austin e Dallas, strappando ingaggi e passaggi radiofonici ovunque capitasse. Blues infarcito di rock’n’roll, o il contrario: la ricetta di SRV era esplosiva, sul palco erano pura dinamite. Era come mischiare Howlin Wolf, Freddie King, Jimi Hendrix e Chuck Berry, aumentando il ritmo e alzando terribilmente il volume.

LE ORECCHIE GIUSTE…

Fortuna volle che il sopraffino orecchio blues di Mick Jagger si posasse su di loro, e che l’uomo dalle grandi labbra li segnalasse al potentissimo produttore della Atlantic, Jerry Wrexler. Detto fatto, i quattro ragazzi sconosciuti al di fuori dei confini texani sarebbero diventati i primi a suonare al Montreaux Festival senza mai aver avuto un contratto discografico. Con il risultato che abbiamo visto, ma non solo. La sera del 17 luglio 1982, tra il pubblico, non c’erano soltanto palati raffinati e snob. C’era un signore di nome David Bowie, che notò il talento del giovane Stevie e lo ingaggiò per suonare in sei delle otto tracce di Let’s Dance, disco del Duca Bianco che sarebbe uscito poco tempo dopo. Bowie lo avrebbe voluto come chitarrista anche nel successivo tour mondiale, ma i texani hanno la testa dura e non amano cambiare le proprie abitudini. Così pochi giorni prima di partire, Stevie se ne tornò ad Austin a suonare il blues.

TUTTI IN CERCHIO A SUONARE

Ma quella sera di luglio li aveva notati anche Jackson Browne, che li invitò ad una session di registrazione gratuita nel suo Downtown Studio di Los Angeles. “Pensavamo di incidere un buon demo che qualche casa discografica avrebbe potuto ascoltare – avrebbe poi detto il batterista Chris Layton – invece stavamo registrando il nostro primo album”. Seduti in cerchio, uno davanti all’altro, alcuni pezzi vennero registrati in presa diretta, senza bisogno di aggiunte o modifiche. John Hammond, uno che aveva rivelato al mondo Bob Dylan e Bruce Springsteen, scommise su di loro e li fece firmare per la Epic. Era l’estate del 1983, l’album Texas Flood (ascolta – qui) fece la sua comparsa e inaugurò la furiosa cavalcata di Stevie Ray Vaughan & Double Trouble verso l’Olimpo del Rock.

LA MALEDIZIONE DEL BLUES

Fino alla maledetta sera del 26 agosto 1990, quando la maledizione dei grandi bluesman lasciò scegliere al destino quale chitarrista avrebbe anzitempo lasciato le scene. Su quell’elicottero, all’esterno dell’Alpine Valley Resort in Wisconsin, diretto a Chicago, avrebbe dovuto salire Eric Clapton. Ma Stevie era stanco per il concerto appena concluso assieme a slowhand, Robert Cray, Buddy Guy ed il fratello Jimmy Vaughan. Così chiese di partire per primo: non sarebbe mai giunto a destinazione.

Gennaro Acunzo

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