Jojo Rabbit, unicorni e colori pastello per raccontare il nazismo

Jojo Rabbit, unicorni e colori pastello per raccontare il nazismo

Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano…”
Rainer Maria Rilke

Tempo di lettura: 5 minuti

GIUDIZIO 8/10

 

 

Immaginazione e innocenza che si schiantano violentemente contro la crudele realtà della seconda guerra mondiale. Jojo Rabbit è questo: il racconto dell’antisemitismo e dell’orrore della dittatura nazista visti con gli occhi di Johannes Betzler, dieci anni di concentrato e incondizionato amore per Hitler. Un film che sa restare in equilibrio tra leggerezza e profondità, e che sa emozionare alternando lacrime e risate.

Una famiglia atipica, con un Hitler immaginario che, forse, ricopre anche il ruolo del padre assente.

DEVOZIONE FANCIULLESCA – Taika Waititi fa calare lo spettatore nella mente giovane e plasmabile di un ragazzino che, per via dell’istruzione imposta dal dictat nazionalista, è così devoto al Führer da trasformarlo nel suo migliore amico immaginario. È lo stesso regista neozelandese a interpretare un Adolf simpatico, simile a quello di Charlie Chaplin. Questo Hitler è però la proiezione di una innocente confusione fanciullesca, creata da un bambino senza papà che inizia a mettere insieme le prime consapevolezze della vita nel pieno delle brutalità di una guerra. Che cerca di essere accettato in qualche modo da un gruppo (le scene iniziali con i giovani nazisti), e che va a caccia del suo posto nel mondo, ma che ha un indole buona (il rifiuto di uccidere il coniglio che gli darà il soprannome è una delle tante avvisaglie). La voglia disperata di Jojo di comprendere, di diventare qualcuno e parte di qualcosa, porterà all’esasperazione un rapporto di fantasia che sarà indice dell’evoluzione del personaggio: col passare dei minuti il pur sempre simpatico Hitler si manifesterà più cattivo, più impotente, più disperato. E sarà Elsa (una eccellente Thomasin McKenzie), ragazzina ebrea protetta dalla mamma del ragazzo, a contribuire prepotentemente al cambiaemento, inculcandogli i primi dubbi sul suo amore per il nazismo.

GUERRA COLOR PASTELLO – Una seconda guerra mondiale dai colori accesi e felici, che ricordano il pastello di Wes Anderson, e che è uno strano colpo all’occhio rispetto alle abitudini. Non c’è però la fotografia tra le 6 nomination conquistate agli Oscar, tra cui miglior film. Ma i colori restano un dolce suggerimento per sfogliare queste pagine terribili di storia, osservando la caccia agli ebrei con gli occhi dei fanciulli, con una spensieratezza e una gioia che hanno poco a che fare con quel contesto. Agli antipodi delle tenebre della guerra, del buio, come i meandri in cui la mamma di Jojo nasconde Elsa. Ecco, menzione speciale va fatta per Scarlett Johansson, che merita la nomination come miglior attrice non protagonista impersonando una mamma costretta a combattere su due fronti: in primis contro il regime nazista, nascondendo la giovane ebrea e promuovendo la sua propaganda segreta di lotta al regime; in secondo luogo contro le idee del figlio devoto al dittatore, o meglio contro le idee che sono lui inculcate. La grandezza di questo personaggio sta anche in questo: nel lasciare a Jojo tempo e spazio per scoprire, consapevole che, per forza di cose, il figlio col tempo inevitabilmente capirà e imparerà a distinguere fra bene e male.

Un Führer insolito: “Oggi sarete impegnati in attività come giochi di guerra, tecnica di imboscata e utilizzo di esplosivi”

IL BALLO E LE SCARPE – Parlando di Rosie, mamma di Jojo, bisogna soprattutto ricordare due aspetti strettamente connessi, simboli impregnati di significato in tutto l’arco dei 109 minuti di film: il ballo e le scarpe. La Johansson ci appare sin da subito come rappresentazione della ribellione: un sentimento che, in quegli anni di repressione e regime, si manifesta anche attraverso la danza. Piccoli passi di uno spettacolo eseguito sempre davanti agli occhi del suo piccolo, con un forte focus sulle scarpe. Un elemento che andrà ad associarsi inevitabilmente nel corso del film a quel vestito rosso fuoco della bambina di Schindler’s List. Minuscoli gesti, come quello di allacciarsi le scarpe, che diventano segnali di momenti di vita, di cambiamento. Rosie che allaccia le scarpe al figlio prima (la figura genitoriale che protegge il suo bambino), lo struggente momento in cui accadrà il contrario poi (attimo di maturazione forzata del ragazzo). Fino ad arrivare al puro atto d’amore: Jojo che sistema le stringhe delle scarpe di Elsa, per prepararla alla libertà. L’attimo che precede la danza più liberatoria e ribelle di tutto il film, e che chiude il cerchio di questi elementi “intrecciati”. È morto Hitler, che facciamo?“. “Vabbè, balliamo…“.

OH CAPITANO… – Ma sono tanti i personaggi che costellano la vita di Jojo occupando piccoli ma incisivi spazi nel suo percorso di crescita. Il capitano Klenzendorf (il sempre splendido Sam Rockwell) è una delle figure più controverse ed affascinanti della pellicola, che appare in clamoroso contrasto con la realtà e con il ruolo in cui è immerso: un generale all’apparenza duro, malvagio, che col tempo si rivelerà al contrario eroe “infiltrato”. Un uomo a caccia di redenzione, costretto a lottare per qualcosa in cui non crede ma che, facendo passare il termine pokeristico, è oramai “committed”. Contro i propri ideali all’apparenza, in una spasmodica e nascosta guerra contro il nazismo nel proprio cuore, raggiungerà l’apice del suo essere quando in un momento di puro surrealismo lo si vedrà combattere durante la battaglia per la difesa della città, mantello rosso al vento e triangoli rosa al petto (simbolo in quegli anni della “marchiatura” della comunità lgbt), in uno slow mo che lo accosta al quadro di Eugène Delacroix, “la libertà che guida il popolo“. Un uomo che già dalla visita della gestapo a casa di Jojo si intuisce risulterà fondamentale e che otterrà la redenzione con il gesto finale per salvare la vita al piccolo protagonista. Ma c’è anche Yorki, il bambino saggio e divertentissimo nel modo in cui racconta la sua guerra (“Dobbiamo preoccuparci dei russi: dicono che mangiano i bambini e fanno sesso con i cani. Anche gli inglesi lo fanno. Dobbiamo fermarli prima che ci mangino e si facciano i nostri cani!“), che vuole un bene dell’anima al suo amico e che sarà garanzia, ogni volta in cui apparirà sullo schermo, di grasse risate, facendoci però riflettere in maniera diversa dal solito sull’assurdità della guerra e su come questa possa essere assimilta dalla mente malleabile di un bambino. Rapide battute e piccoli gesti da parte di tutto l’esercito (“Lo vedi quel soldato? Corri ad abbracciarlo con questa granata in mano”) che sono puro black humor ma che nascondono non troppo velatamente una terribile realtà.

Sam Rockwell interpreta in maniera eccellente il Capitano Klenzendorf

SURREALISMO – A mantenere in perfetto equilibrio la storia tra realtà e fantasia, si è capito, ci pensa una ben dosata quantità di surrealismo. Hitler che mangia un unicorno, i piccoli cloni dei bambini (richiamo ai leggendari esperimenti di eugenetica nazisti), le bombe sganciate involontariamente dal piccolo Yorki, la gestapo che ripete all’infinito “Heil Hitler”, i dialoghi tra il Führer e Jojo. Si regge tutto sul filo teso al massimo che separa dramma e comicità, in una ambientazione stravagante, così come i protagonisti, che sembrano collocati all’interno di uno spazio e di un tempo con cui poco hanno a che fare.

Prendere in giro il nazismo, raccontandone le atrocità: l’avventura di Jojo serve anche a questo.

La vittoria al People’s Choice Award al Festival di Toronto è una bella medaglia al valore prima della notte degli Oscar. La corsa a miglior film insieme a colossi del calibro di Joker e 1917 sembra impari (anche se, nell’improbabile ipotesi in cui dovesse succedere, non resteremmo comunque delusi), ma Jojo rabbit resta una piccola meraviglia da non perdere, tra bombe esplose un po’ a caso, l’innocenza e la voglia di scoprire il mondo dei bambini, la dolcezza unita alla rabbia di chi è costretto a nascondersi. Un film che “con poco” crea confusione e stati d’animo contrastanti nel giro di pochi frame.

Chiudono il cerchio un cast veramente speciale e l’interpretazione che è valsa il premio di miglior giovane interprete ai Critics’ Choice Awards all’esordiente Roman Griffin Davis: il nostro piccolo grande eroe… just for one day!

Luca Feole (@palahliuk)

 

Luca Feole

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