La lezione di anatomia del dolore tra Roth e Kafka

La lezione di anatomia del dolore tra Roth e Kafka
lezione di anatomia

Quanti di voi hanno sperimentato il terrore di contrarre la tanto temuta influenza o, più in generale, la paura di essere attaccati da qualche strana malattia? . Ultimamente assistiamo, a volte in prima persona, alla corsa alla cura, al rimedio, alla prevenzione per preservare e salvaguardare la nostra salute. Quanto amiamo la quotidianità? Forse proprio per questo abbiamo paura che la nostra routine possa fermarsi, arrestare quel frenetico scorrere del tempo che spesso ci precede e al quale in realtà non possiamo rinunciare.

La mattina ci alziamo, ingeriamo quella pillola che speriamo tenga alla larga i batteri più cattivi e poi iniziamo la nostra giornata. E se quella pillola non funzionasse a dovere? Se quella terribile influenza ci raggiungesse? Sicuramente ci sentiremmo falliti nella nostra battaglia, sconfitti da un virus invisibile che si impossessa di noi, che entra nel nostro corpo senza permesso e che, nonostante non sia affatto ben accetto, trova nel nostro organismo un comodo alloggio dove vivere e riprodursi. L’ostacolo principale a una diagnosi corretta negli stati dolorosi consiste nel fatto che spesso si avverte il sintomo a una certa distanza dalla fonte, chiediamo così aiuto perché qualche medico individui le cause, intercetti il nostro indesiderato ospite e lo rimandi da dove è venuto.

“Tra le quinte della vita di chiunque c’è sempre qualcuno che ti manda in bestia e ti fa venire la cistite. Ma io ci penso, a queste cose. Io faccio yoga. Corro intorno all’isolato e gioco a tennis e cerco di liberarmene”.

Ma se questo non se ne volesse andare? Se non fosse una banale influenza ma una malattia morbosa ? Beh ecco, allora dovremmo imparare a conviverci, una vita di compromessi con un qualcosa di apparentemente invisibile all’occhio tanto quanto presente al nostro sentire. Chi è affetto da una malattia diventa la malattia stessa, la prende per mano, le parla, la sente piangere e la cura per essa diventa una cura per se stessi, per il proprio corpo e soprattutto per la propria anima. Questo è ciò che accade allo scrittore Nathan Zuckerman, protagonista del romanzo La lezione di anatomia di Philip Roth.

“La malattia con la quale convivenza, ma non perché avesse imparato a farlo. Quello che aveva imparato era che gli era capitato qualcosa di decisivo e che, qualunque fosse l’insondabile ragione, lui e la sua esistenza non erano più, neanche lontanamente, quel che erano stati.”

La scrittura come gabbia dorata

La lezione di anatomia di Philip Roth si apre con un capitolo dedicato ad inquadrarne i protagonisti: Nathan Zuckerman e la sua malattia. Si tratta di un misterioso disturbo che si insinua nel corpo dello scrittore e nel suo spirito impedendogli di esprimersi nella propria vita e in ciò che, fino ad ora, gli riusciva meglio: scrivere. In questo personaggio soggetto al fragile temperamento umano, alle leggi del corpo e della carne, alle esperienze del dolore e della malattia in tanti hanno voluto portare alla luce la stessa figura dell’autore. La scrittura è per entrambi sia uno strumento di purificazione sia una trappola per l’animo che resta imbrigliato nel proprio ego paranoico. La scrittura assume così una funzione di gabbia dorata che separa ed esclude l’artista dal mondo esterno il quale continua a mandargli immagini solo ed esclusivamente di se stesso. Proprio perché la malattia, oltre ad impedirgli i movimenti, si impossessa presto anche delle facoltà mentali di Nathan, del suo genio, egli non riesce ad inventare più nulla di nuovo e si ritrova costretto a reinventarsi.

“E’ così che mi sono ridotto a furia di scrivere? Tutto questo consapevolissimo scavare dentro di me”

macchina da scrivere

Dalla malattia e dall’assenza di lavoro nasce spontaneamente in Nathan la voglia di ripensare al proprio passato, ai matrimoni falliti e ai rapporti con i propri familiari non certo ottimali. Ancora una volta emergono attraverso di lui pillole della vita di Philip Roth, del suo complicato rapporto con l’ebraismo e con una madre dalla quale spesso non è stato assecondato o capito. Attraverso la sua penna Roth scava nell’intimità del proprio personaggio con la voglia di riscattarlo, con la voglia di riscattare se stesso accorgendosi man mano che è necessario fare i conti con il proprio Io al fine di ritrovare la propria identità.

“Quando aveva il collare non riusciva a concentrarsi e a pensare ad altro che a se stesso”.

P.S Se volete conoscere il punto di vista di Philip Roth sulla sua scrittura, su ciò che essa rappresenta effettivamente per lui vi consiglio di ascoltare questa breve intervista all’autore.

L’egoismo della malattia

Il dolore, la sofferenza, sono dipinti in La lezione di anatomia come degli stati che permettono all’individuo di esprimere appieno e totalmente il proprio egocentrismo. Nel momento in cui si sta male non si pensa ad altro che a non star male, si ritorna ciclicamente alla solita ossessione. La voglia matta di evadere da se stesso e di abbandonare la terribile sensazione di egoismo portano Zuckerman a voler diventare un medico che si occupi delle storie degli altri, nessuna inventata da sé. Nathan Zuckerman esprime così il suo bisogno di concretezza e praticità, di una vita che gli permetta di seguire una strada ben definita e che, al più, lo metta davanti a scelte binarie, chiare, nette che non impegnino più il suo Io personalmente.

“Un dottore pensa: Tutti fanno una brutta fine, io non posso farci niente. Quello sta morendo, e io non posso curare il malanno che è la vita. Ma un bravo scrittore non può voltare le spalle alle sofferenze del suo personaggio, fidando nei narcotici o nell’arrivo della morte. E non può abbandonare un personaggio al suo destino insinuando che la sua pena è meritata perché in quel modo se l’è andata a cercare. Lo scrittore impara a essere disponibile, deve farlo, per dare un senso alla vita incurabile, per registrare il decorso del male ignoto anche dove non c’è un senso da dare.”

La malattia del genio

Le reazioni alla malattia sono ovviamente delle più svariate: c’è chi cerca a tutti i costi di non darle ascolto, la ignora, c’è chi le permette di prevalere, chi mischia delicatamente questi atteggiamenti fino ad ottenere un cocktail di emozioni che quotidianamente si ritrova ad ingerire. Zuckerman, per quanto lo riguarda, detesta essere ammalato poiché non riscontrava alcun tornaconto che possa risarcirlo dell’invalidante dolore fisico che prova.

Lo stesso Philip Roth cita in La lezione di anatomia artisti di grande spessore quali Jane Austen o V. Van Gogh a sottolineare quel fantastico sodalizio tra genio e malattia che li accomuna a moltissimi altri grandi. La malattia prende possesso del corpo proprio perché l’uomo è un corpo che pensa, addirittura Roth parla di “un collo che pensa solo pensieri da collo”. Se è vero che nel momento in cui una malattia viene contratta essa pervade tutto l’organismo ecco che il pensiero diventa questa malattia che si scontra col mondo. Il malato a questo punto è considerato un folle da se stesso e dagli altri: da se stesso poiché riscopre di avere una visione delle cose profondamente diversa rispetto a quella precedente, dagli altri poiché si tratta di una concezione estranea al pensare comune, malata quanto preziosa perché contiene in se stessa il germe della diversità.

“E se questo dolore stesse offrendo a Zuckerman l’occasione migliore che aveva mai avuto, una via d’uscita dal luogo dove non sarebbe mai dovuto entrare? Il diritto di essere stupido. Il diritto di essere pigro, il diritto di essere nulla e nessuno”.

Un dolore che aggrega o lascia soli?

trasformazione

Un parallelismo un po’ azzardato forse, ma un altro chiaro tentativo di denuncia del dolore umano, del “mostruoso” che si esplicita e diventa ovvio lo ritroviamo indubbiamente nel racconto di Franz Kafka La metamorfosi dove il protagonista Gregor Samsa introietta l’assurdità del proprio stato di insetto e la vive in assoluta naturalezza. Il dolore si fa quindi normalità per il “malato” che inizia una nuova vita sperimentando altre potenzialità di se stesso e del proprio corpo. Sia Gregor sia Nathan, così come i loro autori, incarnano l’immagine dell’uomo contemporaneo isolato, solo e abbandonato. Al momento della morte dell’insetto in “La metamorfosi” i parenti non lasciano spazio ad alcun sentimento di commozione e anzi, la famiglia ritrova serenità dopo la sua morte, un dolore che viene eliminato, scansato e non capito. Sia da una parte sia dall’altra è dipinta una disumana (o umana?) indifferenza nei confronti del dolore dell’altro che viene offuscato se non addirittura rimosso.

La trasformazione di Gregor è, tra le altre cose, un atto di ribellione nei confronti del nucleo famigliare, una punizione verso una famiglia che lo vuole al proprio servizio e dunque, per salvaguardare sé stesso e la propria esistenza il protagonista si isola e si aliena nella perdita di ogni connotazione umana. Una tremenda denuncia dell’indifferenza umana che si allontana dalla stessa umanità per ricongiungersi più prossimamente e spontaneamente alla natura animale. Tristemente Gregor capisce che “la voce profonda della sua anima è un desiderio inafferrabile che lo conduce verso una meta che sta al di là della divisione tra l’umano e il bestiale”.

Gregor Samsa e Nathan Zuckerman alla ricerca di un nuovo sè

In entrambi i romanzi emerge la tematica dell’umiliazione.

Scrive Philip Roth ne il suo La lezione di anatomia.

“il fatto che gli sembrasse così terribile e lo riducesse in quello stato lo faceva sentire inutile, indegno, insignificante e inebetito, demoralizzato dalla sconfitta su un fronte dove neanche sapeva di guerreggiare”

In “La metamorfosi” la trasformazione in animale alimenta altresì il mondo degli umiliati. Possiamo leggere nel comportamento di Gregor così come in quello di Nathan un progressivo esaurimento della volontà di vivere, un viaggio immobile verso l’autodistruzione. In “La metamorfosi” tale sentimento raggiunge il suo punto di massimo degrado nel momento in cui Gregor non riesce più a decifrare la propria voce, a capire se stesso.

Se il senso di autodistruzione si manifesta in Philip Roth come una fuga dalla propria vita, una morte di un’esistenza per dar vita ad una nova avventura ne La metamorfosi il senso di autodistruzione si materializza nella deformazione fisica e riempie lo spazio narrativo con la presenza di un corpo ingombrante e mostruoso. Un disagio esistenziale che si manifesta nella sua scrittura e si impossessa della vita dei suoi personaggio condannandoli ad un destino estremamente crudele e tormentato. Se in Kafka l’insetto è prigioniero di sé stesso e della realtà che lo circonda e decide dunque di rintanarsi ulteriormente in una stanza angusta per proteggersi, in La lezione di anatomia di Roth Nathan Zuckerman cerca di oltrepassare i confini, di evaderli per ritrovare un se stesso che in realtà gli è totalmente nuovo.

“Incatenato all’autocoscienza. Incatenato alla retrospezione. Incatenato fino alla morte al mio piccolo dramma”.

Anatomia di un mondo incompatibile

Sia Kafka sia Roth si fanno entomologi e registrano meticolosamente ogni movimento, ogni dolore e disagio fisico dei loro protagonisti. In ambo i casi comunque a perire non è mai il potere sovrastante, non sono mai gli altri, non è mai la causa del dolore pressoché introvabile in La lezione di anatomia di Philip Roth ma gli eroi inermi che appaiono altresì superflui.

L’insetto come Nathan insegue disperatamente un segno d’amore, un piccolo gesto di attenzione progettano il proprio futuro basandosi su un mondo che nei loro sogni sarebbe pronto ad accoglierli, a comprendere le loro fragilità. Sentimenti e (talvolta) buone intenzioni dei protagonisti, come quella di Nathan di studiare medicina per prendere in mano la propria vita si infrangono rovinosamente contro l’ostile e generale incomprensione. Nella realtà l’universo condanna entrambi che si ritrovano così ad accettare masochisticamente il proprio tragico destino.

Entrambi testi presentano uno straordinario interfaccia con il dolore, la violenza, la totalità del potere. In entrambi i racconti si condensano aspetti eterogenei quali un processo inarrestabile di simbiosi col proprio dolore, con la propria sofferenza estrema, la patologica presenza della dimensione sessuale o il cosmico senso di esilio e alienazione e infine la dimensione dell’assurdo e del mostruoso che sconfina nella normalità. Entrambi i protagonisti sognano la felicità mentre si trovano però a scontrarsi con l’indifferenza. In un mondo che rasenta sempre più il disumano entrambi gli scrittori intavolano scenari e situazioni anomale, scandalose perché possano risvegliare e scuotere i cuori e ridare spazio ad una speranza e ad una fiducia incondizionata.

“Non c’era più nessuna vernice retorica: era legato e imbavagliato dalla realtà nuda e cruda, ridotto al suo non-ipotetico nocciolo. Non poteva più fingere di essere un altro, e come mezzo espressivo dei suoi libri aveva cessato di esistere”.

In La lezione di anatomia il lettore viene gettato nel testo tra smarrimento e piacere del gioco. Leggendo Roth mi sono trovata a seguire l’evolversi della vita di un personaggio che presto cade in preda agli antidolorifici. Fino all’ultimo Zuckerman spera che questi ultimi possano alleviare la sofferenza che una malattia senza cura ne causa come quella che ha contratto gli provoca. Si tratta di una vera e propria commedia tragica ma anche comica allo stesso tempo, sorprendente ed inaspettata. Philip Roth mette in scena l’evolversi della malattia attraverso il personaggio di Nathan che la incarna esattamente come Martin Brest nel 1998 aveva dato voce alla morte attraverso il volto e il corpo di uno strepitoso Leonardo di Caprio nel film “Ti presento Joe Black“. Indubbiamente personaggi scomodi, un po’ goffi nell’indossare quelle che sono le più grandi paure dell’uomo ma altrettanto sorprendenti e geniali quanto i loro “tutori”.

“Se esci da te stesso non puoi fare lo scrittore, perché quello che ti mette in movimento è l’ingrediente personale, e se resti sempre attaccato all’ingrediente personale finirai per sparire”.

Dell’importanza della riflessione su se stessi ne parla Massimo del Prete nel suo articolo “Sfiorare, Sfiorire”: la polvere nell’acqua di Mario de Santis . Per quanto riguarda invece l’immagine di Philip Roth la ritroviamo anche nell’ultimo articolo di Martina Toppi dedicato ad Asimmetria di Lisa Halliday. Date un’occhiata ad entrambi, buona lettura!

Valentina Sprega

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