Quando anche mangiare diventa un lavoro: Le assaggiatrici di Rosella Postorino

Quando anche mangiare diventa un lavoro: Le assaggiatrici di Rosella Postorino

ARBEIT MACHT FREI. Il lavoro rende liberi. Questa è la scritta sotto la quale passarono le truppe dell’Armata Rossa quando, il 27 gennaio di settantacinque anni fa, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.

Persino gran parte dei tedeschi non ha saputo nulla dei campi di lavoro e di quelli di sterminio fino alla fine della guerra. Niente degli orrori che lì venivano perpetrati. Niente dei milioni di ebrei, rom, disabili, dissidenti politici, non ariani che furono uccisi. Niente di tutte le persone che, seppure si salvarono, furono private della loro dignità umana e rese bestie da altri uomini, come racconta Primo Levi in Se questo è un uomo.

Proprio per questo motivo nel 2005 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì che il 27 gennaio di ogni anno si sarebbe celebrato il Giorno della Memoria. Un giorno per non dimenticare fino a che punto l’essere umano si può spingere, fino a che punto è in grado di peccare di hybris, come direbbero i Greci, contro un altro essere umano.

“Anche chi commette hybris manca di rispetto. La hybris, infatti, consiste nel fare o nel dire qualcosa che rappresenta una vergogna per chi la subisce, non per ottenere qualche altro vantaggio personale che non sia l’azione stessa, ma per provare piacere. […] La causa del piacere per chi commette hybris è il fatto che essi pensano, facendo del male agli altri, di essere superiori.
Aristotele, Retorica”

Ma il Giorno della Memoria è stato istituito soprattutto per far sì che ciò che è accaduto una volta non accada di nuovo. E anche qui su Menti Sommerse, attraverso un romanzo, Le assaggiatrici di Rosella Postorino, riflettiamo su come cambiarono le vite di moltissime persone, anche tedesche, quando Hitler salì al potere.

IL LAVORO CHE NON RENDEVA LIBERE

Margot WölkLe assaggiatrici è un romanzo ispirato ad una storia vera, quella di Margot Wölk, di cui l’autrice venne a conoscenza nel 2014, leggendo un trafiletto su una testata italiana che ne narrava la vita. La donna alla quale si rifà la protagonista dell’opera, Rosa, era stata costretta durante la sua gioventù a fare l’assaggiatrice del cibo di Hitler, lavoro che la rendeva tutt’altro che libera: la sua esistenza avrebbe potuto essere stravolta ad ogni boccone ingurgitato, nel caso in cui questo si fosse rivelato avvelenato. Margot tuttavia si era salvata e aveva mantenuto fermo il proposito di non raccontare niente riguardo a tale mestiere finché, all’età di novantasei anni, forse ormai troppo anziana per tenere solo per sé un segreto così grande, si decise a rivelarlo.

Rosa Sauer è una segretaria berlinese. Durante la guerra, dopo aver perso la madre in un bombardamento che ha colpito la loro casa, decide di trasferirsi a Gross-Partsch, il paese natale di suo marito Gregor adesso in guerra, nonché il luogo in cui ancora vivono i suoi suoceri. Il paesino è molto vicino alla Tana del Lupo, ovvero al quartier generale di Hitler, costituito da bunker circondati da filo spinato e celato da fitti alberi di un bosco. Una mattina, a casa dei genitori di Gregor si presentano alcune SS e dichiarano che Rosa è stata reclutata per svolgere un lavoro nella caserma di Krausendorf. Da quel momento ogni giorno all’alba un pulmino la preleva dal suo luogo sicuro e la conduce alla mensa dove sarà costretta a rischiare la vita a ciascun pasto fino alla fine della guerra, insieme ad altre nove donne. Con loro infatti assaggerà le portate preparate per il Führer da Briciola, il cuoco, per controllare che non siano avvelenate.

Mia madre diceva che quando si mangia si combatte con la morte. Lo diceva prima di Hitler, quando andavo alla scuola elementare di Braunsteingasse 10, Berlino, e Hitler non c’era. Lei mi allacciava un fiocco sul grembiule e mi porgeva la cartella, e mi raccomandava di fare attenzione, durante il pranzo, a non strozzarmi. In casa avevo il vizio di parlare sempre, pure con la bocca piena, chiacchieri troppo, mi diceva, e io mi strozzavo proprio perché mi faceva ridere, quel tono tragico, il suo metodo educativo fondato sulla minaccia di estinzione.

Ma con le sue compagne assaggiatrici, Rosa si trova ben presto a condividere anche altre esperienze non strettamente concernenti il lavoro, diventando loro amica quasi inevitabilmente: dieci donne costrette quotidianamente ad unica sorte, quella di sopravvivere o morire insieme, non possono infatti far altro che unirsi tra loro.

E come tutte le vere amiche iniziano a confidarsi e ad aiutarsi nelle occasioni più frivole come in quelle più serie. Alcune di loro, ad esempio, si trovano a casa di Rosa per prepararla per una festa che si terrà nel castello della baronessa von Mildernhagen, e insieme finalmente si sentono vive, dedicandosi ad un’attività mondana.
Molte però sono presenti anche quando Heike racconta loro di essere rimasta incinta di un garzone ed esse si adoprano per farla abortire, standole vicino in un momento tanto delicato.
Ma proprio come tutte le vere amiche sono anche separate da pochi eppure grandissimi segreti che gravano sul loro cuore e irrimediabilmente le allontanano. Si tratta di segreti che spesso non rivelano per non essere giudicate o perché, se qualcun altro ne venisse a conoscenza, la loro stessa sopravvivenza sarebbe in pericolo. Così Elfriede non dice a nessuna delle ragazze di essere ebrea e Rosa stessa mantiene celata la sua relazione clandestina con il tenente Ziegler, odiato in caserma come un acerrimo nemico.

Come si diventa amiche? Ora che ne riconoscevo le espressioni, che addirittura le anticipavo, i volti delle mie compagne mi sembravano diversi da quelli che avevo visto il primo giorno.
Succede a scuola, o sul posto di lavoro, nei luoghi in cui si è obbligati a passare tante ore della propria esistenza. Si diventa amiche nella coercizione.

VITTIME E CARNEFICI: CHI SONO LE ASSAGGIATRICI?

Dieci assaggiatrici sedute tre volte al giorno al medesimo tavolo. Dieci assaggiatrici vittime e allo stesso tempo carnefici. Dieci assaggiatrici che, pur rischiando continuamente la loro vita per il Führer contro la loro volontà, costituiscono la sua ragione di salvezza.
Sembra quasi di sentire la cantilena dei dieci soldatini… in effetti non siamo così lontani da una storia dell’orrore.

Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.

Auschwitz: il lavoro rende liberiLe donne infatti sono costrette ad un mestiere che potrebbe troncare la loro esistenza da un momento all’altro e sono soggiogate dalle SS che avendo più potere di loro le redarguiscono con severità e in certi casi le maltrattano. Ad esempio, quando alcune di loro iniziano a stare male a causa di quella che poi si scoprirà essere una partita avariata di miele, nessuno le aiuta, le conforta o dà loro spiegazioni. Sono richiuse nella mensa e abbandonate alla loro sofferenza, mentre i loro superiori si preoccupano solo di capire che cosa avrebbe potuto uccidere Hitler e di punire gli eventuali colpevoli.
Ma le assaggiatrici sono anche delle privilegiate: esse sono sfamate con una cucina di qualità e ricevono uno stipendio tutt’altro che esiguo.

Rosa, in particolare, è l’incarnazione di questa ambiguità, di questa sospensione tra il mondo dei sommersi e quello dei salvati. Lei non solo è un’assaggiatrice, ma è anche amante di un tenente, il capo di tutte le SS di Krausendorf.
Quando Ziegler si presenta alla sua finestra per l’ennesima notte dopo tante altre, lei sente di non potersi più sottrarre alla richiesta. Le unghie di lui sul vetro freddo e lo sguardo penetrante posato sulla sua camicia da notte hanno il sapore di un ordine. Sembra però che Rosa mascheri sotto il senso di costrizione una forte tentazione di fare qualcosa di ribelle, forse per sentirsi viva.
Ed è così che ella rende il fienile della casa dei genitori di Gregor un’alcova per sé e per il suo nuovo amore.

A conferma del fatto che anche in questo caso Rosa non è tanto vittima quanto carnefice vi è il rapporto che lentamente si instaura tra i due: la protagonista infatti ottiene informazioni riservate che le permettono di vivere con maggiori certezze e in certi casi addirittura di sopravvivere. Sarà proprio grazie a Ziegler infatti che lei riuscirà a fuggire a Berlino prima che la guerra finisca e il paesino sia raso al suolo insieme alla Tana del Lupo.

Le assaggiatrici, vincitore del Premio Campiello 2018, è un romanzo che punta i riflettori su un aspetto differente della realtà nazista rispetto a quello solitamente preso in considerazione. Rosella Postorino non omette di commemorare le vittime dei campi, anzi le omaggia inserendo nella trama il personaggio forte e determinato di Elfriede, il cui destino è comune a quello di molti ebrei all’epoca.
Nell’opera in questione però si dedica un pensiero soprattutto ai civili. E in particolare alle donne che durante la guerra vedono stravolta la loro quotidianità: quando mariti e padri partono per recarsi al fronte, loro rimangono sole a mandare avanti una famiglia, a vivere in case che potrebbero essere distrutte da un momento all’altro dai bombardamenti e, alle volte, a fare un lavoro non scelto.
E quando anche il gesto più semplice, come portarsi la forchetta alla bocca, diventa questione di vita o di morte, tali donne si trovano ad agire in modo inatteso e straordinario.

 

Le assaggiatrici di Rosella Postorino è stato nella nostra classifica dei migliori libri del 2018 e finalmente siamo contenti di avervelo raccontato, se siete curiosi di scoprire quali altri libri hanno secondo noi segnato quell’anno ormai, ahinoi, lontano, correte a cliccare qui. E se invece volete saperne di più su questo romanzo, lasciate che sia l’autrice a raccontarvelo, tramite un’intervista rilasciata a Il Libraio, cliccando qui.

Penelope Volpi

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