UN ROMANZO GOTICO IN SARDEGNA: GRAZIA DELEDDA

UN ROMANZO GOTICO IN SARDEGNA: GRAZIA DELEDDA

«Non è una gran cattiva sorte la nostra? Giacinto che ci rovina e sposa quella pezzente, e Noemi che rifiuta invece la buona fortuna. Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?»

«Sì» egli disse allora «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento»

Ho comprato Canne al vento non perché avessi voglia di leggerlo, ma più perché è considerato un grande classico del ‘900 e Grazia Deledda, seppur per solo un quarto, è mia conterranea, o meglio: sono sua conterranea.  

Dopo diverso tempo ho ascoltato il podcast Morgana di Michela Murgia.  Podcast mensile in cui vengono raccontate di volta in volta storie di donne che hanno saputo nuotare come squali in mezzo a un mare di misoginia, di pregiudizi, di violenza e di cliché. 

Ancora non è stata scritta una puntata  interamente dedicata a Grazia Deledda, ma la Murgia ne parla in relazione ad un’altra grande scrittrice: Emily Brönte l’ autrice di Cime tempestose.

La speaker elogiando le penne delle sorelle Brönte e raccontando il perché della loro grandezza, immediatamente ha suscitato in me la volontà di leggere quell’autrici dall’anima/inchiostro cupo e macabro. 

Ma è quando afferma che la Deledda con il suo Canne al vento è la prima  autrice italiana ad essere riuscita a costruire un romanzo in senso gotico, laddove per conformità geografia e culturale era difficile se non surreale. 

Il genere gotico a metà fra romanticismo ed orrore funziona perché la sua ambientazione è priva di luce, si erge su castelli fatiscenti, lontani dalla civiltà, ogni elemento è cupo e tenebroso. 

Canne al vento è un romanzo gotico atipico. 

Sotto il sole splendente della Sardegna, in un casale diroccato di campagna, tre sorelle ormai in disgrazia e un servo (Efix) fedele e vecchio sono i protagonisti sfortunati dell’opera più celebre dell’unico premio nobel donna della letteratura italiana. 

Giacinto, nipote delle tre sorella (Ruth, Ester e Noemi), sconvolgerà le loro esistenze e prepotentemente farà emergere i tre elementi su cui si fonda l’intera opera: la povertà, l’onore e la superstizione. 

Il romanzo del primo Novecento propone senza pietismo e pateticità uno spaccato d’Italia tra usanze millenarie e progresso industriale e tecnologico. 

La Deledda ha captato il mutamento e lo ha approfondito descrivendone la sua drammaticità. 

Il genere gotico atipico all’interno della quale ho rinchiuso l’opera è senz’altro influenzato, a detta dei critici, dal verismo di Verga e dal decadentismo dannunziano.

L’amore, la morte e il dolore sono affrontati sia in senso carnale che religioso, con la certezza, mai discussa, di un inesorabile destino. 

La scrittura della Deledda risulta primordiale nella sua intenzione, e come dice lo scrittore D.H Lawrence (suo traduttore) induce «nel lettore un nuovo desiderio di natura e autenticità».

Francesca Sala

Quasi laureata in lettere. Lettrice per tutti, scrittrice per gli amici. Teatrante e musicista dilettante.

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