Vi spiego perché Tarantino deve vincere l’Oscar come Miglior Regista

Vi spiego perché Tarantino deve vincere l’Oscar come Miglior Regista

Era il lontano 1995. Con la rivista Specchio regalavano la videocassetta di The Mask. Prima del film passa un trailer. “John Travolta, Samuel L. Jackson, Uma Thurman… Vincitore della Palma D’Oro a Cannes… PULP FICTION, di Quentin Tarantino!” Avevo tra i 7 e gli 8 anni, ma quel nome, quelle immagini, quella musica (!) mi rimasero dentro fino a quando, più o meno 10 anni dopo, ebbi l’occasione di vedere quel film. Quel trailer lo sapevo a memoria (The Mask mi piaceva un sacco, quindi ho distrutto quella cassetta visione dopo visione), così, quando partì la prima canzone, mi attraversò un brivido di nostalgia che ben presto si trasformò in adrenalina e in curiosità per un film che senza saperlo mi era entrato dentro sin dall’infanzia.

Le immagini scorrevano sullo schermo, e sembrava che stessero riempiendo degli slot che il mio cervello aveva lasciato liberi da dieci anni. Quelle atmosfere, quelle storie, quelle musiche, amavo già tutto ciò, ero predisposto per tutto ciò.

Il mio primo approccio con Tarantino fu traumatico. Sapevo che Pulp Fiction era un cult, ma il me 18enne senza esperienza di vita non si godé appieno quel ben di Dio. Ci volle qualche annetto per mettere insieme i pezzi e capire la grandezza della visione di un uomo che ha ridefinito i canoni della regia cinematografica.

Tarantino se ne sbatte della cronologia degli eventi, se ne sbatte delle censure, se ne sbatte del sangue, della lunghezza dei dialoghi, dei punti macchina convenzionali, delle voci fuori campo, delle volgarità, di tutto. Lo ha fatto sempre, in ogni suo film, fino all’ultimo, in cui Tarantino è persino riuscito a sbattersene di Tarantino!

C’era una volta a Hollywood ha ricevuto parecchie critiche, com’è normale che sia, ma la più ricorrente era quella che accusava il film di essere poco o meno “tarantiniano” rispetto agli altri. Senza tanti giri di parole, chi dice una cosa del genere, probabilmente, molto probabilmente, non ci capisce un cazzo di cinema. Ma parliamo di un cazzo di quelli grossi, del sud del Congo o giù di lì.

Un regista, così come un cantante, un pittore, e via dicendo, può senza dubbio avere una sua identità, un suo marchio di fabbrica che appunto lo identifichi nel marasma generale dei suoi colleghi più o meno quotati. I grandi sono grandi per questo, perché si distinguono dai normali. Ad ogni Ronaldo ci sono diecimila Zampagna (“Chi?”, appunto…). L’importante è ricordarsi che il marchio di cui sopra non è un marchio a fuoco, pur rimanendo indelebile. Sono i controsensi dell’arte.

Il buon Quentin ha passato in rassegna ogni tipo di nefandezza umana, dando spazio sullo schermo a gangster di periferia così come a Hitler, passando per donne e uomini accecati dalla vendetta, in Giappone come nel vecchio West, e lo ha fatto nel modo più semplice, ovvero sapendolo fare.

La qualità migliore di un grande artista è saper fare il proprio lavoro, nient’altro. Saper portare sullo schermo la propria visione. Questa risente ovviamente della maturità dell’artista stesso, che oggi riesce a fare un film, domani riuscirà a farne un altro all’opposto del primo, perché avrà raggiunto nuove consapevolezze, maturato nuove visioni, scoperto nuove droghe, conosciuto nuovi amori.

In C’era una volta a Hollywood Tarantino mette in mostra una maturità rara, una serenità visiva che scorre lungo un racconto semplice, in cui semplicemente succedono tante cose, con linearità, con scorrevolezza, senza sovvertire i canoni della sceneggiatura, ma semplicemente ignorandoli. Una favola vera e propria che ha il suo culmine in un lieto fine in cui si tocca con mano quanto si sia divertito a pensarlo, a girarlo, quanto abbia amato poter dare al mondo la sua visione di una favola moderna, come pochi altri riescono a fare. Un film che si poggia su valori come l’amicizia, che scava nei meandri della solitudine, della depressione, della felicità, dell’innocenza. Un film che riesce a scherzare sulla società, a fare satira sullo star system, senza nemmeno attualizzarlo, mostrando come quasi non esistano differenze tra gli anni ’60 e i giorni d’oggi. Il tutto culmina in un finale in cui ci scappano pure svariati morti e copiosi litri di sangue. Cosa volere di più da un regista che sin dall’inizio della sua carriera sembrava dover essere destinato a rimanere confinato nel pallosissimo mondo dei gangster movie?

Gli Oscar. Tarantino bazzica di continuo quel red carpet. Ne ha vinti due, da sceneggiatore, sfiorandone altri tre da nominato miglior regista. Quest’anno questa nomination è arrivata per la quarta volta, ma stavolta ha un sapore diverso, il sapore di una conferma del fatto che con C’era una volta a Hollywood Tarantino abbia raggiunto una sua personalissima pace dei sensi, muovendosi a suo agio come mai aveva fatto prima d’ora. Lo si percepisce dalle interpretazioni degli attori, su tutti Di Caprio e Pitt (anche loro nominati), che per tutto il film trasmettono una naturalezza e una sicurezza interpretativa che solo un gran regista sa infondere ai propri attori. Lo si percepisce dai sorrisi di Margot Robbie, che non poteva rendere al meglio la figura di Sharon Tate, rappresentazione di un sogno americano che finisce male molto più spesso di quanto ci vogliano far credere i film. Lo si percepisce dal solito gioco di ambientazioni, di dialoghi, di inquadrature, di situazioni grottesche, tipiche del cinema tarantiniano, ma che in questa pellicola vengono sublimati nella loro più schietta bellezza. E non poteva essere altrimenti, data la portata dell’argomento.

Un omaggio-critica al mondo patinato del cinema, raro e prezioso come poche altre volte era capitato di vedere. La speranza, da fan, da “addetto ai lavori”, da estimatore del cinema, è che queste sensazioni vegano condivise da chi in queste ore sta decidendo quale nome mettere dentro quella magica busta. La lotta tra i nominati è ardua, ma il tifo per uno dei più grandi registi del cinema moderno, non ce lo toglie nessuno. Forza Quentin!

Riccardo Greco

Videomaker con licenza di scrittura. Ha all'attivo un po' di tutto, cortometraggi, webserie, videoclip, format tv, tutto scritto, diretto e montato. Se la canta e se la suona, insomma, ma sempre con la stessa passione.

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