Asimmetria e altri disordini: si può ordinare la vita?

Asimmetria e altri disordini: si può ordinare la vita?

Negli ultimi mesi sto vivendo un’asimmetria di vita che spesso mi porta ad addormentarmi a suon di autoconvincimenti e a svegliarmi con un’incipiente gastrite, pronta ad accogliere il nuovo giorno. Non si tratta dell’essere tristi e nemmeno del sentirsi nel posto sbagliato. E’ più simile a quella sensazione che si ha nella pancia quando si capisce di non essere a ritmo con la vita. Mi spiego?

Spesso mi ritrovo troppo indietro rispetto ai suoi tempi sfrenati, o troppo avanti rispetto alle sue richieste di pazienza. Come se la mia mente viaggiasse a 100 km/h e il mio corpo si frantumasse in disordinate cellule nel tentativo di abbattere la barriera atmosferica che lo separa dai miei pensieri. Per questo e per tanti altri motivi leggere “Asimmetria” di Lisa Halliday è stato un risveglio alla coscienza che mi ha spinta a cercare più ordine.

Ordine nel fare le cose, ordine nel rivolgermi alle persone, ordine nei sentimenti, ordine persino nella mia stanza (quest’ultimo punto della lista dei desideri rimarrà – spero – l’unico irrealizzato). Così provo a raccontarvi questo romanzo asimmetrico nella forma, nella trama e nel messaggio, sperando di portare anche nelle vostre vite disordinate la pace dell’accettare che il nostro compito è cercare di riportare l’ordine, consapevoli che si tratta di un processo sempre in fieri e mai arrivato. Il disordine troverà modo di farsi strada nella nostra vita, ma ogni asimmetria disordinata non è altro che una simmetria in potenza. A volte basta capovolgere i punti di vista.

“Perchè la mia mente non fa che rimuginare sul modo in cui le cose che faccio adesso avranno un peso su come mi sentirò in futuro. Nell’arco della stessa giornata. Nell’arco della stessa settimana. Nell’arco di tutta una vita che altro non è, per me, che una serie di attività il cui unico scopo è farmi stare bene non ora, ma dopo.”

ESISTE IL “MIO POSTO NEL MONDO”?

“Alice si sedette e alzò lo sguardo per guardare le stelle. Apparivano molto più luminose senza la solita concorrenza dal basso, più vivide e trionfanti ora che la loro supremazia nel cosmo era stata ristabilita. Dalla parte della scala antincendio illuminata dalla candela arrivò qualche vaghissimo accordo di chitarra. Il venditore di birra aveva rinunciato, oppure aveva finito le scorte. Anche la luna appariva più vivida e più luminosa del solito all’improvviso non era più la luna di Céline, né quella di Hemingway, né quella di Genet, ma la luna di Alice, e lei si promise di descriverla un giorno per quello che era: luce riflessa del sole.”

La prima parte del romanzo d’esordio di Lisa Halliday si intitola Follia e si apre nientepopodimeno che con una citazione di “Alice nel Paese delle meraviglie”. La protagonista è infatti una Alice e la sua storia è raccontata in terza persona, da un narratore esterno che cerca invano di stare dietro al disordine di questa vita fuori dagli schemi. Alice è una giovane ragazza brillante, anche se a tratti molto ingenua e svampita, che lavora per una casa editrice, nell’attesa di scoprire cosa la vita abbia in serbo per lei. Magia delle magie: la vita le ha preparato su un piatto d’argento l’incontro con un grande scrittore, Ezra Blazer. In questo personaggio colto e disinibito tanti hanno voluto leggere il nome di Philip Roth, con il quale l’autrice ha effettivamente avuto una relazione, in giovane età. Realtà e narrazione si confondono? Giovane aspirante scrittrice, ventenne e affermato, ricco e famosissimo autore, sessantenne, rincorrono un amore a tratti adolescenziale, cercando di fermare la vita in una storia, quando sanno benissimo che le storie finiscono in uno schiocco di dita e la vita non si arresta lì. Nemmeno per un secondo.

Ebbene non è così: è Lisa Halliday stessa a raccontare che la vita trova sempre un modo per colare nei libri che scriviamo, ma il suo intento in questo romanzo non era quello di scrivere un’autobiografia. Con buona pace dei pettegoli.

L’obiettivo della Halliday è quello di raccontare un mondo costruito su relazioni impari e asimmetriche: il nostro. Non è solo la differenza di età a rendere difficile la comunicazione tra Alice e Ezra, ma il tutto è complicato dalla fama di lui, dai soldi che sembrano non finire mai nel suo portafoglio, mentre lei fatica, fatica a tirare avanti e a trovare una strada. C’è di più: lei ha vent’anni ed è sana come un pesce, lui invece prende un numero considerevole di pillole ogni giorno, ordinatamente disposte nella sua casa. E non è che si tratti o meno di amore, non si tratta di superare le differenze e di essere ciechi di fronte all’evidenza. Ezra e Alice si capiscono davvero: guardano insieme le partite di baseball, passano giorni tranquilli nella residenza estiva di lui, fanno sesso perlopiù appagante, si sostengono a vicenda.

Ma questo può davvero bastare? E’ il modo in cui la Halliday ci racconta la loro storia a farci capire che no, bastare di certo non può. Questa relazione caotica, stramba, disordinata e fortemente asimmetrica è descritta con la placida serenità di un giornale delle buone notizie. Alice abortisce? Tutto nella norma. Ezra deve essere operato per un problema al cuore? Nulla di sorprendente. Ecco, nulla di sorprendente.

E’ qui che ci tocca storcere il naso: come può essere normale questo caos? E allora giro a voi la domanda: il caos in cui vivete vi è mai parso assolutamente normale? E vi rispondo anche, perchè sento che la domanda tocca anche me, anzi, me in primis. Sì. La maggior parte delle volte il disordine delle nostre vite ci sembra tanto familiare quanto la polvere che osserviamo accumularsi sugli scaffali, sotto ai libri, tra le fotografie. E sappiamo bene che per pulire occorre togliere, spostare, riordinare, perlopiù senza riuscire a rimettere ogni cosa nell’esatta posizione in cui si trovava prima.

A meno che non siamo Monica Geller, di Friends: lei non ha mai avuto problemi a rimettere il tavolino del celeberrimo appartamento nell’esatta posizione, ogni volta. Ma come i più appassionati della serie tv sanno bene, persino Monica Geller ha un armadio del disordine.

 

ESISTE IL “MIO POSTO NEL MONDO”?

“E dunque: due passaporti, due nazionalità, nessuna terra natia. Una volta ho sentito che, a risarcimento del fatto di essere senza radici, i bambini nati su un aereo possono viaggiare gratis a vita con la compagnia di volo su cui sono stati partoriti. Come idea è affascinante: la cicogna che ti deposita sulla terra rimane a tua disposizione per portarti di qua e di là, finchè non arriva il momento di tornare nella grande palude salmastra del cielo. Ma a quanto pare, questo premio a me non è mai stato offerto. Non che mi avrebbe recato chissà quali vantaggi. All’inizio siamo tornati quatti quatti via terra, passando per Amman. Poi l’Iraq ha invaso il Kuwait e a tutti i possessori di passaporto americano è stato proibito di volare su cicogne irachene per un periodo che alla fine sarebbe stato di tredici anni.”

La grande città: almeno il 50% di noi (credo anche di più) l’ha sognata. Almeno una volta nella vita (credo anche di più). Io l’ho sognata sempre, a grandi linee però. Una skyline ordinata, tappezzata di finestre accese di giallo contro il blu di una notte misteriosa, ma non sconosciuta. Il rumore attutito in lontananza, le strade brulicanti e la sensazione di non essere mai, mai soli. L’ho sognata insomma da esterna, non da cittadina, con il risultato che solo oggi mi rendo conto di quanto davvero sarei sola laggiù. Nel mio caso era New York, ma una vale l’altra per quello di cui stiamo parlando qui.

Ma davvero le città che sogniamo di colonizzare con la nostra vita sono il nostro posto nel mondo? Esiste il nostro posto nel mondo? E’ questo che si chiede implicitamente il protagonista della seconda sezione di Asimmetria, dal titolo Pazzia. Con una sagace intuizione, Lisa Halliday sviluppa, in questa seconda sezione, una serie di asimmetrie sempre più velate. A partire da quella stilistica che contrappone Follia a Pazzia, ovvero il cambio di narratore, da una terza a una prima persona, fino ad arrivare alla più clamorosa asimmetria dei nostri tempi: quella tra mondo occidentale e mondo orientale.

Amar Jafaari è nato su un aereo nello spazio di cielo statunitense, ma ha origini irachene. Negli anni della guerra con l’Iraq la sua doppia cittadinanza fa di lui una creatura informe, dilaniata: guardato con sospetto negli Stati Uniti, ripudiato in Iraq, innamorato del Nuovo Mondo, legato dal sangue alle antiche piane irachene. Il fiume di ricordi che investe Amar, economista attento, figlio e fratello di due medici appassionati, ci permette di osservare le violente asimmetrie che segnano il nostro mondo variegato e contraddittorio: guerre, dittature, fanatismo religioso, lotte di potere, per arrivare a quelle più sottili, ma non meno doloroso, che ci separano dagli altri, in bolle di isolamento individualistico.

Amar è simbolicamente solo in questo aeroporto, dove lo hanno fermato per dei controlli. Solo e in attesa di un verdetto altrettanto simbolico che lo aiuti ad avere di sé stesso un’idea più chiara: chi è Amar Jafaari e qual è il suo posto nel mondo? Una domanda che esige una risposta immediata, magari guardando al futuro, quando in realtà – e il romanzo spesso lo spiega bene – la maggior parte di ciò che siamo è segnata da ciò che siamo stati. Ma è il ricordo, più che i fatti, a definirci.

REALTA’ E RICORDO: L’ASIMMETRIA CHE SCONVOLGE

“Cos’è che ricordo? Cosa ricordi tu dell’anno scorso? Del 2002? Del 1994? Non parlo delle notizie da prima pagina. Le pietre miliari ce le ricordiamo tutti. Che lavoro facevamo. Il nome del professore d’inglese al primo anno delle superiori. Il primo bacio. Cosa pensavi, però, giorno dopoo giorno? Di cosa eri consapevole? Cosa dicevi? Chi ti capitava di incontrare, per strada o in palestra, e in che modo questi incontri ti rinforzavano o interferivano con l’idea di te stesso che ti portavi dietro?”

Giunti alla fine del 2019, anzi, ormai immersi nel nuovo decennio, sento di poter dire che questo romanzo è stato uno di quelli che hanno senza dubbio segnato il mio anno da lettrice conclusosi un paio di giorni fa. La cosa buffa è che ricordo perfettamente la prima occasione in cui ci siamo incontrati: proprio qui, su Menti Sommerse, stavo stilando una lista dei titoli più chiacchierati del 2018 e il New York Times segnalava proprio questo capolavoro. All’epoca riportai la notizia, ripromettendomi di approfondire la conoscenza con Lisa Halliday che, guarda caso, è proprio dietro l’angolo, dal momento che vive e lavora a Milano. Ma, bando alle ciance, è proprio parlando di ricordi che vorrei concludere questo articolo e quest’anno di letture e narrazioni di libri, per iniziare il nuovo decennio più leggera e al tempo stesso più consapevole.

Cos’è che ricordo del 2019? Molto e poco, se devo essere sincera. Le corse per prendere i treni, immancabili, lo studio sfrenato, i libri letti, le uscite con gli amici, tante birre viste e troppo poche bevute. Ma sono anche tante le cose che non ricordo. Non ricordo cos’ho fatto tutte quelle volte in cui il treno non è passato, cos’ho pensato con la fronte appoggiata al vetro freddo del finestrino, ho dimenticato completamente le conversazioni più leggere davanti alle famose birre e di molti esami che ho dato sento di ricordare troppo poco, rispetto all’importanza che avevo assegnato loro all’epoca. Ed è intercorso un solo anno.

Il ricordo è una nozione angosciante. Ci sfugge, si fa fumo che a stento ci solletica le narici. Molti nostri ricordi non sono altro che storie che ci raccontiamo sulla vita che avremmo voluto vivere, invece di averla vissuta davvero. La mente umana è un buffo marchingengno, a pensarci bene.

Ho amato la riflessione che Lisa Halliday ha portato avanti in questo romanzo sull’asimmetria esistente tra ciò che è stato e ciò che ricordiamo sia stato. Basti pensare agli anni dell’infanzia: quanto ciascuno di noi può raccontare con sincerità? Sarebbe meraviglioso poter raccontare ai miei figli cosa io abbia provato girando l’ultima pagina del mio primo libro, ma non sono nemmeno sicura di quale sia stato. Ho sempre risposto “Harry Potter e la pietra filosofale”, ma questo non è altro che il primo libro di cui io abbia coscienza. Cos’ho davvero provato quando per la prima volta mi sono resa conto che non avevo più bisogno di mia mamma per ascoltare una storia? Che grazie ai libri non sarei mai stata sola?

Basterebbe fermarsi un po’ di più forse, assaporare un po’ più a fondo, scrivere di più magari, annotare, appiccicare post it, stampare foto, raccontare più spesso i nostri pensieri. Ma non è così che funziona e non sono nemmeno sicura che le cose debbano necessariamente andare così. Il tempo scorre inesorabile e la vita passa, a volte mi sembra di pensare che poco importa quello che ricorderò a 90 anni. Tanto vale che io lo assapori ora, questo presente, nella fragile bellezza che ha, nella mutevolezza che mi dimostrerà quando cercherò di ricostruirlo con la memoria. Bisogna incalzare questo tempo senza lasciare che ci faccia inciampare negli episodi di ogni giorno, bisognerebbe semplicemente accettare che è più grande di noi e che ci siamo troppo immersi per controllarlo. Bisognerebbe, in poche parole, vivere con calma. Calma e ordine, ma senza fermarsi, consapevoli che i ricordi troveranno un modo per sorprenderci, magari facendoci vivere avventure che avremmo solo sognato di aver vissuto.

E sognare non è mai un delitto. Questo il mio augurio per voi, per me e per il nuovo anno che viene.

“E intanto la sabbia delle loro clessidre cominciava a esaurirsi inesorabilmente. Come succede per la clessidra di tutti. Tranne per quella di Beethoven. Non appena nasciamo, la sabbia comincia a cadere nella nostra clessidra. Solo se si è ostinati a voler essere ricordati si può sperare che la clessidra venga girata altre volte.”

Martina Toppi

Martina Toppi

Farnetico senza scusanti alla velocità della luce, ma fondamentalmente mi piace anche ascoltare le storie degli altri, per questo le cerco dietro ogni angolo. Dare voce alle storie potrebbe diventare un lavoro (perlomeno la direzione sembra essere quella), per il tempo libero invece cerco di mantenere alta la nomea di divoratrice di libri, spasmodica spettatrice di serie tv, occasionale scrittrice in erba di racconti e poesie. Nel frattempo studio Lettere antiche, tanto per dire che l'insalata non mi sembrava abbastanza mista."I have promises to keep and miles to go before I sleep" R. Frost

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