In (un) tempo di guerra invisibile

In (un) tempo di guerra invisibile

“E lui? “Io sono nato in un tempo di guerra mascherato da tempo di pace, – mi ha detto. _ Sono il soldato di una guerra invisibile. Quando dico “noi”, non so chi siamo, “noi”. Siamo una moltitudine di solitudini. Non c’è niente che possiamo cambiare”.

In tempo di guerra
In tempo di guerra

Avere trent’ anni non deve essere facile, lo penso da sempre in fondo. Fin da piccola mi spaventano gli spazi incerti, le relazioni dubbie, le cose che di per sé non possono essere chiaramente definite. Tuttavia, crescendo e approcciandomi alla realtà dei fatti ho imparato ad apprezzare questo genere di situazioni. Ho imparato la meraviglia di camminare sul bordo delle cose, lo stupore che si prova nell’afferrarle e nel vederle svanire. Ho imparato che la realtà non si può imbrigliare, che la conoscenza delle cose è sempre relativa, soprattutto di sé stessi, che queste forse sono belle proprio perché indefinite e sempre in bilico, mutevoli, sfuggenti.

UNA STORIA CHE E’ LA NOSTRA, LA STORIA DI TUTTI

“E’ il controllo, l’ansia del controllo, la nostra malattia. Così ridicola, no? Cosa pensi di controllare? Questa, credo, è la bugia che ci ammala”.

 

Vi siete mai trovati nella situazione di dover rispondere alla domanda “cosa vuoi fare da grande”?. Probabilmente un quesito posto per la prima volta da qualche adulto che voleva ridere dei propri figli. Da grande? Quando si è grandi? Tuttavia tutti, almeno una volta nella vita, siamo caduti nella scomoda situazione di dover rispondere e, a parte i pochi saggi, le risposte spesso lasciano spazio a una pura e semplice immaginazione. Ma se questa domanda vi fosse posta nel bel mezzo dei vostri trent’ anni forse sarebbe diverso. Trent’anni, una spazio di vita in cui è troppo presto per tante cose ma troppo tardi per altre. In questa generazione in bilico si trova Marco, protagonista dell’ultimo libro di Concita de Gregorio: “In tempo di guerra”.

UNA SORPRESA INASPETTATA: L’INIZIO DI UN’AVVENTURA

E’ sera, un po’ infreddoliti decidete di preparare una bevanda che possa riscaldarvi e tenervi compagnia mentre rispondete alle scomode mail di lavoro che quotidianamente ricevete. Tra queste però una vi colpisce: un ragazzo di nome Marco, chiede di poter occupare parte del vostro prezioso tempo per ascoltarlo, per ascoltare la storia della sua vita. Questo è ciò che accade a Concita De gregorio, giornalista e scrittrice, firma storica de “la Repubblica” dove attualmente lavora. In tempo di guerra, edito da Einaudi lo scorso mese,  tesse la trama di un meraviglioso affresco formativo che irretisce nella sua maglia pezzi di vita di un giovane soldato di una guerra non dichiarata e tentativi di risposta a tale dolore della giornalista. E’ la guerra di una generazione che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, una guerra mascherata da tempo di pace.

UNA POLITICA A SPEGNIMENTO

Un pantheon impressionante di ideali in cui credere. Praticamente la storia del Novecento in una famiglia sola. Eppure io per tutta la vita mi sono sentito estraneo. Come se mi avessero inviato sulla terra da un altro pianeta: aspettavo che tornassero a prendermi”.

Oltre ad essere un vero romanzo formativo, In tempo di guerra è anche un manifesto politico e un atto di accusa verso le generazioni precedenti che hanno lasciato in eredità ai più giovani un universo saturo e ostile. Nella sfera del dibattito politico si guarda spesso a chi ha già qualcosa, una politica a spegnimento che si occupa di una ex maggioranza sempre più esigua verso una maggioranza che è attualmente priva di diritti e impossibilitata ad immaginare nuovi obiettivi. Una vecchia storia quella di un’umanità inumana che si occupa solo di ciò che è certo e che, per non piombare nell’incertezza o addirittura per non fallire, evita e circumnaviga l’area del problematico. Classica tattica dell’evitamento che se lascia tranquilli all’inizio non può che creare nuovi problemi nel futuro più immediato.

L’IMPORTANZA DEL DIALOGO

ascolto
ascolto

Quello che ho davvero apprezzato di “In tempo di guerra” è l’importanza che Concita De gregorio ha saputo attribuire al dialogo e alla dimensione dell’ascolto che oggi perde sempre più il suo importante valore. La cosa che preoccupa di più è stare a tempo, seguire le note di una melodia frenetica che risuona nelle nostre orecchie dal trillo della sveglia la mattina a quello dell’ultimo messaggio che augura la buonanotte. Proviamo a riflettere su quante volte nel corso della giornata abbiamo davvero ascoltato qualcuno, non l’abbiamo forse solo sentito? L’ascolto è molto più che tendere l’orecchio verso qualcuno o qualcosa, è una vera esperienza trasformativa della quale abbiamo perso l’importanza fondamentale e che probabilmente andrebbe fortemente rivalutata.

UNA GUERRA DI SOLITUDINI

Marco dichiara di essere un “soldato invisibile di una guerra non dichiarata”. Per lui è tutto difficile perché si ritrova a far parte di una generazione perduta e che rispetto a quelle precedenti trova poco spesso un senso. Una generazione che deve imparare a reinventarsi e deve mettersi alla ricerca di nuove potenzialità del proprio essere per raggiungere la pienezza sperata alla quale non si sa se arriverà mai. A tale proposito chi decide di evadere dal nostro Paese ha trovato più volte nell’Unione Europea una valida garanzia che gli permettesse di viaggiare e di sentirsi a casa allo stesso tempo. C’è ora da chiedersi se tale proposito è stato effettivamente compiuto dall’Unione o se, forse, il problema sta proprio nel fatto che i partiti europei affondano le proprie radici nei vincoli europeisti nati per comprimere il potere contrattuale del lavoro stesso. Ecco perché di questo passo non ci sarà mai una vera ripresa e le generazioni future si troveranno sempre più a brancolare nel dubbio, nella circostanza, nell’amore per l’attimo e l’inaspettato.

“…qualunque esercito è il mio, se posso aggiungere vita ai giorni e giorni alla vita”.

UNA FIERA DEDICATA AI CONFINI DELL’EUROPA

più libri più liberi
più libri più liberi

A proposito di Europa, dal 4 all’8 dicembre Roma ha ospitato la 18esima edizione della fiera libraria “Più libri più liberi” quest’anno dedicata all’Europa e che ha visto concentrarsi in un unico spazio piccolo e medi editori. In questa occasione si è cercato di ragionare sull’importanza di un’Europa che si fondi su sani e solidi valori. In un momento storico particolarmente delicato, di passaggio e trasformazione, ci si interroga sul futuro e di quel che ci potrebbe riservare

(Ecco qui il link della manifestazione)

ALLA RICERCA DI UN POSTO NEL MONDO

“Non avendo risposte alla tua domanda, potremmo cercarle insieme” dice Concita de Gregorio al giovane Marco. Il bagliore di speranza che lascia la giornalista è straordinario, accompagnato dall’augurio di poter sempre uscire di casa per andare a giocare al meraviglioso gioco del mondo. Questo gioco è molto particolare, divertente e pericoloso allo stesso tempo. Consiste nel mettere in discussione tutto te stesso e il perdente sarà solamente colui che si sottrarrà al gioco stesso. E allora tiriamo i sassi, i dadi, mettiamo in pratica tutti quei riti che possano iniziarci al divertimento più sfrenato, che possano farci provare la gioia e la gratitudine dell’essere al mondo.

C’è sempre un luogo dove andare. Qualcosa da cambiare. Anche quando non sembra. Anche quando fuori c’è nebbia e nessuno ti indica la strada e hai solo voglia di chiuderti in camera e sparire. La vita corre e chiama, bisogna saperla ascoltare”.

Qui su MentiSommerse abbiamo avuto l’occasione di parlare di “attaccamento alla vita” grazie all’articolo di Sara Rainoldi Il mare non bagna Napoli: macerie e luci di un dopoguerra mentre invece io stessa parlando del romanzo di Jean-Paul Sartre La Nausea mi ero imbattuta della tematica dell’inafferrabilità dell’esistenza.

 

Valentina Sprega

Valentina Sprega

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